sabato 11 luglio 2026

Ranucci e la politica della reputazione

 


 Il caso Ranucci sta assumendo contorni che vanno ben oltre la vicenda giudiziaria. Naturalmente sarà la magistratura ad accertare fatti, responsabilità e moventi. Ma, come spesso accade nelle democrazie mediatizzate ed emotive, il processo alla reputazione corre molto più veloce di quello penale.

Ed è proprio questo il punto interessante.

Nelle società contemporanee la reputazione non è soltanto un bene morale. È un’importante risorsa politica. Un vero e proprio capitale morale. Per alcuni vale quanto il consenso elettorale, per altri quanto il prestigio professionale. Politici, magistrati, giornalisti, imprenditori, influencer: tutti vivono anche della fiducia che riescono a suscitare nell’opinione pubblica.

Nell’epoca dei social questo processo funziona come una sorta di moltiplicatore keynesiano: ogni giudizio genera altri giudizi, amplificando rapidamente consenso o discredito.



Per costruire una reputazione servono anni. Per incrinarla possono bastare pochi giorni. È quanto sta accadendo a Sigfrido Ranucci.

Paradossalmente, il giornalista che ha subito un attentato si trova oggi al centro di un dibattito che sembra concentrarsi meno sull’attentato che sulla sua persona. Si discute dei suoi rapporti con il “faccendiere” Valter Lavitola, delle loro frequentazioni, della loro amicizia. Si analizzano fotografie, incontri, telefonate. Tutto legittimo, naturalmente. Ma il baricentro della discussione pubblica si è già spostato.

La domanda non è più soltanto: “Chi ha cercato di colpire Ranucci e perché?”. Diventa sempre più spesso: “Chi è davvero Ranucci?”.



Il punto non è più il movente, ma la persona morale. È uno slittamento che merita attenzione.

La reputazione, infatti, obbedisce a una logica diversa da quella della giustizia. La giustizia richiede prove. La reputazione vive invece di percezioni, associazioni, suggestioni, “romanzi”. Non occorre dimostrare che una persona abbia commesso qualcosa. È sufficiente renderla controversa. Da quel momento, il dubbio diventa esso stesso un fatto politico.

Difficile affermare che l’indagine abbia finalità politiche. Ma risulta altrettanto evidente che ogni grande vicenda giudiziaria produce effetti politici, spesso indipendentemente dalle intenzioni di chi la conduce. E gli effetti, in questo caso, sembrano difficili da ignorare.



Da anni Ranucci rappresenta, per una parte della sinistra e del giornalismo italiano, il simbolo dell’inchiesta televisiva. Una sorta di totem. Per una parte della destra è invece il volto di un giornalismo ritenuto militante e selettivo. Era inevitabile che una vicenda come questa diventasse immediatamente terreno di scontro politico.

Ad esempio, la sospensione cautelativa delle repliche di “Report” da parte della Rai è stata letta da molti come un segnale che va oltre la normale prudenza aziendale. Al netto della motivazione l’effetto è stato quello di alimentare ulteriormente il danno alla reputazione di Ranucci.

La tesi è semplice.

Nelle società democratiche contemporanee il potere non passa più soltanto attraverso il controllo delle istituzioni o dell’economia. Passa anche attraverso la gestione della reputazione pubblica. Chi perde credibilità perde capacità di influenza. Talvolta prima ancora che un giudice abbia pronunciato una sentenza.



Per questo il caso Ranucci riguarda tutti, anche chi non ne condivide il giornalismo. Oppure chi a destra ora gode delle sue “disgrazie”. Perché oggi è lui. Domani potrebbe essere un politico, un magistrato, un imprenditore, un accademico o qualsiasi altro protagonista della vita pubblica.

Le sentenze arrivano dopo anni. La reputazione, invece, può essere demolita nel tempo di un titolo di giornale o di una discussione televisiva.

È questa, forse, la vera lezione sociologica del caso Ranucci. E diremmo anche metapolitica.

Carlo Gambescia

 

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