lunedì 13 luglio 2026

L’anti-Antifa. Trump e la “fabbrica” del nuovo nemico

 


Il titolo de “il Giornale” ha natura simbolica: “La sinistra difende i terroristi rossi”.

Non è soltanto un titolo. È una dichiarazione ideologica. Segnala che qualcosa è cambiato nel modo in cui una parte della destra interpreta il conflitto politico.

L’occasione è il vertice internazionale convocato dall’amministrazione Trump contro la violenza attribuita alle reti Antifa, al quale parteciperà anche l’Italia, non sappiamo ancora a quale livello. Ma al di là di questo aspetto si tratta di una scelta prevedibile ma non per questo priva di precise implicazioni politiche e culturali. Come del resto sono scontate le critiche della sinistra. Che va detto, almeno in questa occasione, vede lungo.

Sia chiaro. Nessun liberale può provare simpatia per la violenza politica. Se gruppi che si richiamano ad Antifa commettono aggressioni, devastazioni o intimidazioni, devono essere perseguiti come qualsiasi altra organizzazione violenta. La legge non conosce colori politici.

Il problema nasce quando la repressione dei reati lascia il posto alla costruzione di una categoria politica.

“Antifa” non è un’organizzazione internazionale unitaria come lo furono le Brigate Rosse o la RAF. Qui i giustificati rilievi della sinistra. Siamo davanti a una galassia composita, spesso informale, che comprende realtà molto diverse tra loro. Trasformarla nel nuovo grande nemico dell’Occidente significa compiere un’operazione che è prima di tutto simbolica.



Ed è qui che il titolo de “il Giornale” diventa interessante.

Dire che “la sinistra difende i terroristi rossi” non significa descrivere una posizione politica. Significa attribuire all’avversario una complicità morale con il terrorismo. È un salto logico che cancella ogni distinzione tra chi critica un’iniziativa governativa e chi giustifica la violenza.

È una tecnica retorica ben nota. Si prende una parte per il tutto e, subito dopo, si ricorre alla colpevolezza per estensione. Così alcuni gruppi violenti finiscono per rappresentare l’intero universo Antifa e chiunque critichi il vertice viene sospinto, almeno sul piano simbolico, nel campo dei “terroristi rossi”. La discussione sulle idee lascia il posto alla delegittimazione morale dell’avversario.

Si tratta di una sequenza di fallacie argomentative molto efficace sul piano della razionalizzazione (o giustificazione) politica. Perché, nel quadro di una democrazia emotiva, si preferisce parlare alla pancia dell’elettore e non alla sua ragione. Quindi, per dirla alla buona, tutto fa brodo.



Naturalmente il paragone con il maccartismo va usato con prudenza. Gli Stati Uniti del 2026 non sono quelli degli anni Cinquanta, segnati da una Guerra Fredda in atto. Inoltre, per ora nessuno viene trascinato davanti a una commissione parlamentare perché sospettato di simpatie comuniste.

Eppure una somiglianza esiste.

Anche allora il problema non era soltanto la presenza di un pericolo reale. Il problema era la tendenza a dilatare quel pericolo fino a trasformarlo in una categoria politica sempre più ampia, capace di inglobare dissenso, critica e non conformismo.

Oggi il rischio è analogo. Ma qui occorre evitare una falsa simmetria.

L’antifascismo non nasce come un’ideologia qualsiasi. Nasce dalla sconfitta di regimi che avevano abolito le libertà, distrutto lo Stato di diritto e precipitato il mondo nella guerra. È figlio della vittoria delle democrazie liberali nel 1945. Che poi, soprattutto in Europa, una parte della sinistra se ne sia appropriata fino a trasformarlo talvolta in una rendita morale permanente è un’altra questione. Le sue radici storiche restano profondamente liberali.

L’Antifa è invece una galassia diversa. Spesso confusa, talvolta settaria, non di rado violenta. Ma sarebbe un errore liquidarla come semplice criminalità politica.



Vi è anche una componente di inquietudine, perfino di disagio, diremmo disperazione. Una parte di quei giovani è convinta che alcune destre contemporanee rappresentino una minaccia crescente per il costituzionalismo liberale, per l’equilibrio dei poteri, per il pluralismo democratico. La loro risposta è frequentemente sbagliata. Talvolta è persino controproducente. Ma ciò non significa che la domanda da cui nasce sia priva di fondamento.

L’errore dell’Antifa non consiste necessariamente nell’aver inventato un problema. Consiste piuttosto nel credere che lo si possa affrontare sostituendo la forza del diritto con il diritto della forza.

È qui che il vertice promosso da Trump assume un significato che va oltre la sicurezza.

Non si tratta soltanto di coordinare il contrasto alla violenza politica. Si cerca anche di costruire un nuovo linguaggio morale dell’Occidente, nel quale l’anti-Antifa diventi il cemento simbolico delle destre che intendono riscrivere la memoria politica del dopoguerra, così come per decenni l’antifascismo è stato giustamente uno dei riferimenti morali delle democrazie liberali europee.

Ma le due cose non stanno sullo stesso piano.

L’antifascismo nasce dalla sconfitta di un regime criminale. L’anti-Antifa rischia invece di trasformarsi in una categoria elastica, capace di delegittimare non soltanto chi pratica la violenza, ma anche chi denuncia derive autoritarie, chi teme il rafforzamento di movimenti illiberali, chi continua a considerare il fascismo non un’opinione tra le altre, bensì una negazione della democrazia.

Per un liberale il punto resta sempre lo stesso.

La violenza politica va combattuta senza esitazioni, da qualunque parte provenga. E nessuna società liberale può essere tollerante con chi usa la violenza per distruggere le libertà che quella stessa società garantisce.

Ma proprio per questo occorre distinguere. Una democrazia liberale non si difende costruendo nemici assoluti, né trasformando fenomeni complessi in categorie morali destinate a dividere il campo liberale tra amici e nemici. Si difende applicando la legge ai comportamenti, non criminalizzando le identità politiche.

Il paradosso del nostro tempo è che coloro che oggi si proclamano difensori dell’Occidente rischiano talvolta di indebolire proprio ciò che dicono di voler proteggere: il pluralismo, il dissenso, la separazione dei poteri, il principio che nessun governo possiede il monopolio della virtù.

Gli Antifa violenti rappresentano un problema reale quando scelgono la strada dell’intimidazione e della forza. Ma l’anti-Antifa, quando diventa una categoria politica permanente, può rivelarsi un pericolo ancora maggiore: perché non combatte soltanto chi infrange la legge, ma tende a definire come nemico chiunque metta in discussione il suo romanzo criminale sull’Antifa.

Qui sta il vero punto della questione.

Carlo Gambescia

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