Oggi giornali e social danno ampio spazio a Roggero, ieri entrato in carcere. La destra chiede la grazia. La sinistra balbetta. Ce ne siamo già occupati (*).
Eppure, mentre l’attenzione pubblica si concentra su questo caso, stanno accadendo quasi inosservati fatti forse ancora più significativi. Piccoli episodi che, presi singolarmente, sembrano irrilevanti, ma che insieme raccontano un cambiamento profondo. Uno di questi viene da Fiumicino, un comune alle porte di Roma, ottantamila abitanti.
La famosa metafora del Titanic, per molti anni estesa alla società occidentale per evidenziarne la fragilità, quando invece, politicamente parlando, la società liberale appariva ancora solida, oggi rischia di trasformarsi in realtà. L’iceberg prossimo venturo si chiama populismi illiberali, autoritarismo, nostalgie fasciste. Verrà la morte della società liberale e avrà gli occhiacci di qualche nuovo Mussolini.
È qualcosa che sta accadendo sotto i nostri occhi, eppure pochi sembrano rendersi conto della catastrofe, dell’affondamento prosimo venturo del Titanic.
Dicevamo, c’è un episodio significativo. Si dirà: un dettaglio, un particolare. Riguarda, come anticipato, Fiumicino, governato da una giunta di destra presieduta da Mario Baccini, classico clerico-moderato di destra. Già ministro con Berlusconi. Un politico di lungo corso. Che oggi governa la cittadina, un tempo dei pescatori, con Fratelli d’Italia e i suoi alleati.
C’è una formula che sintetizza bene quanto accaduto nel suo Consiglio comunale: l’antifascismo in soffitta, il fascismo in salotto.
Naturalmente nessuno ha rivalutato il fascismo. Nessuno ha pronunciato parole di nostalgia. Anzi, il sindaco Mario Baccini ha riconosciuto senza esitazioni che Giacomo Matteotti fu “un parlamentare coraggioso”, “difensore della legalità”, assassinato dopo aver denunciato le violenze che accompagnarono l’affermazione del fascismo. Proprio per questo la vicenda assume un significato ancora più interessante.
Che cosa è accaduto? La maggioranza che sostiene Baccini – nella quale, come detto, Fratelli d’Italia rappresenta la forza principale – ha infatti respinto la mozione che chiedeva semplicemente di intitolare uno spazio pubblico a Matteotti. La motivazione? Non la figura del deputato socialista, bensì il carattere “divisivo” del testo della mozione (**).
Può darsi. Non avendo ancora a disposizione il testo integrale della proposta, è corretto sospendere il giudizio su questo punto. Se davvero la mozione fosse stata trasformata in un manifesto politico contro gli avversari di oggi, la critica sarebbe comprensibile. Ma allora sarebbe opportuno renderla pubblica. Perché, fino a prova contraria, ciò che i cittadini vedono è un’altra cosa: una maggioranza che riconosce la grandezza di Matteotti e, subito dopo, gli nega l’intitolazione di una piazza. È la differenza tra l’omaggio rituale e il riconoscimento civile.
Per decenni la Repubblica italiana ha costruito una memoria civile condivisa attorno ad alcune figure: i fratelli Cervi, don Minzoni, Matteotti, Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli. Figure che appartenevano non alla sinistra o alla destra, ma al patrimonio costituzionale della nazione.
Oggi questo patrimonio sembra non bastare più. È qui che affiora l’iceberg.
Il problema non è che Matteotti venga criticato. Il problema è che la sua memoria venga considerata potenzialmente “divisiva”. Quando perfino l’antifascismo liberale e socialista di Matteotti rischia di diventare materia di controversia, significa che il baricentro simbolico di una parte della destra italiana si è spostato.
Mario Baccini incarna una lunga tradizione democristiana. Di destra, però. Una tradizione che nella vecchia Balena Bianca non aveva mai avuto grande voce. Ed è proprio qui il punto.
La Democrazia Cristiana ebbe certamente mille ambiguità, ma non avrebbe mai avuto esitazioni nel collocare Matteotti tra i padri morali della Repubblica. Oggi, invece, anche un esponente di quella tradizione finisce per adottare un linguaggio che tende a “neutralizzare” la memoria antifascista, trasformandola in un possibile fattore di divisione. È difficile immaginare che una simile posizione avrebbe trovato spazio nella cultura politica di Alcide De Gasperi.
È un cambiamento culturale, prima ancora che politico.
Si dirà: è soltanto una piazza.
No. Le piazze, le vie, i monumenti costituiscono il lessico simbolico di una comunità. Dicono ai cittadini quali esempi meritano di essere ricordati. Se persino Giacomo Matteotti diventa un nome da maneggiare con cautela, allora qualcosa è cambiato nel modo in cui una parte della destra interpreta la storia nazionale.
L’antifascismo non viene abolito. Sarebbe impossibile. Più semplicemente viene spostato in soffitta: rispettato formalmente, ma privato della sua funzione pubblica. Nel frattempo entra in salotto un diverso atteggiamento culturale: quello secondo cui il problema non è più il fascismo storico, bensì l’eccesso di memoria antifascista.
È questa la vera lezione della vicenda di Fiumicino.
Siamo davanti a un progressivo raffreddamento dell’antifascismo come linguaggio civile condiviso. E quando ciò accade, non si modifica soltanto il calendario delle commemorazioni: si sposta, quasi impercettibilmente, il confine della memoria repubblicana.
I grandi cambiamenti culturali raramente si annunciano con clamore. Si manifestano attraverso piccoli spostamenti simbolici, quasi invisibili ai più. È proprio allora che l’iceberg è ormai davanti alla prua.
Purtroppo il Titanic liberale sta affondando. Lentamente, ma sta affondando.
Carlo Gambescia
(**) Qui una sintesi della vicenda: https://www.fiumicino-online.it/articoli/politica/fiumicino-scontro-sullintitolazione-a-matteotti-il-consiglio-boccia-la-mozione .





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