C’è poco da cantar vittoria, anche se è tipico del giornalismo, andare subito alle conclusioni, dalla presunta crisi del ceto medio (se ne parla dai tempi di Marx) alla celebrazione della notizia che la Corte Suprema ha bocciato i dazi di Trump (ora bisogna vedere che succede).
Trump sconfitto, battuto, a tappeto, eccetera. Questi i titoli.
Diciamo subito che invece è un nuovo test politico, per capire come reagisce alle sconfitte politica il presidente più autoritario in assoluto della storia degli Stati Uniti, per molti, e non a torto, un potenziale fascista o addirittura un fascista calzato e vestito.
Del resto i dazi sono contrari ( e fanno male) al libero mercato e rinviano a due principali filoni quello dell’imperialismo di fine Ottocento e quello del periodo tra le due guerre mondiale, promosso da quei geni dell’economia che furono i fascisti. Altra cosa, molto più leggera, sono le politiche tariffarie delle democrazie liberali dopo la seconda guerra mondiale: puri aggiustamenti welfaristi a scopi elettorali che altro (si pensi agli agricoltori europei che scendono regolarmente in piazza). Infine va rilevato un protezionismo da prime fasi dello sviluppo economico più teorizzato (da List in giù) che praticato e molto amato a dire il vero dai dittatori di quello che un tempo era denominato Terzo Mondo, inclusi diversi paesi latino-americani: il peronismo fu una forma di nazionalizzazione delle masse, attivata dall’odio verso il vicino di casa yankee.
Pertanto parlare di protezionismo, al di là dei possibili cavilli
legali individuati dalla Corte Suprema, è roba da paesi arretrati (chi
ricorda più l’Albania comunista, l’Etiopia di Menghistu, la Cambogia dei
Khmer, l’Egitto di Nasser?), o tiranneggiati da leader schizzati
che ammassano truppe ai confini dell’Uganda. E Trump, che è al comando
di una forza economica come gli Stati Uniti che non avrebbe alcun
bisogno di elevare barriere (anzi vale in contrario), se non è
schizzato soffre sicuramente di analfabetismo economico.
Detto questo, il vero punto della questione è come reagirà. Proseguirà, come pare, nella sua autolesionistica battaglia (in primis per gli Stati Uniti)? Dicevamo di un nuovo test. Trump è un soggetto pericoloso per la democrazia liberale, per la semplice ragione che non risponde ai comandi. Fa quello che vuole seguendo una linea politica autocratica.
Perciò, letta oggi, la situazione è questa: negli Stati Uniti il potere giudiziario, come contrappeso all’Esecutivo — cosa che in Italia qualcuno vorrebbe demolire — funziona ancora. E funziona anche il Congresso: la decisione della Corte Suprema impone infatti che, sui dazi, Trump non possa agire in solitaria.
Resta però il punto decisivo: fino a che punto Trump è disposto a spingersi, magari ricorrendo — come gli è congeniale — a mezzi extralegali, in perfetto stile liberalismo alla Lucky Luciano?
È per questo che siamo davanti a un vero test di tenuta della liberal-democrazia americana.
In gioco, dunque, non c’è solo la sorte di una politica commerciale sbagliata, ma la tenuta stessa dell’architettura liberal-democratica americana.
Il vero interrogativo non è se i dazi di Donald Trump siano legittimi o meno, ma se il presidente accetterà l’idea – per lui evidentemente intollerabile – che esistano limiti al suo potere. È questo il test decisivo: non per Trump, che sappiamo già cos’è, ma per una democrazia che deve dimostrare di saper resistere anche quando è guidata da chi la considera un intralcio.
Carlo Gambescia




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