C’è una cosa che colpisce subito, più del contenuto stesso del video: il silenzio relativo. Il video – poi ritirato – in cui Donald Trump rilancia una rappresentazione di Barack e Michelle Obama come due scimmie è un fatto di una gravità estrema. Eppure oggi non domina le prime pagine, né in Italia né, con poche eccezioni, nel resto d’Europa. Non come meriterebbe. Ed è già un segnale inquietante.
Non siamo davanti a una provocazione, né a una boutade volgare. Qui siamo davanti alla riattivazione consapevole di uno degli stereotipi più violenti della storia del razzismo occidentale: la deumanizzazione dei neri attraverso l’assimilazione all’animale. Uno strumento simbolico usato per secoli per giustificare schiavitù, segregazione e linciaggi.
Perché allora questa reazione tiepida?
Una prima spiegazione è l’assuefazione. Dopo anni di “trumpate”, l’osceno non scandalizza più. Trump ha spostato così in là l’asticella dell’accettabile che persino l’indecenza più nera rischia di sembrare routine. È la normalizzazione dell’inaccettabile: quando tutto è eccesso, nulla fa più notizia.
La seconda spiegazione è più scomoda: una quota di servilismo mediatico. Trump fa audience, polarizza, divide. E una parte dell’informazione – non tutta, ma una parte – preferisce trattarlo come folklore tossico, non come un problema democratico strutturale. Minimizzare diventa una forma di complicità passiva.
C’è poi l’argomento antiamericano, più pigro: “ma gli Stati Uniti sono razzisti da sempre”. Vero storicamente. Falso politicamente. Perché questa frase non spiega: assolve. La storia americana è attraversata dal razzismo, ma anche da conflitti, rotture e avanzamenti. Nel 1936, alle Olimpiadi di Berlino, nel cuore del teatro della propaganda nazista, un atleta nero americano – Jesse Owens – vinse quattro medaglie d’oro sotto gli occhi furenti del regime hitleriano. Non era un’America perfetta. Ma non era nemmeno condannata a essere solo razzista. La differenza conta. Usare il passato per sminuire il presente significa rinunciare a ogni giudizio morale sul potere.
Con questo video Trump si rivela integralmente per ciò che è: non solo un populista autoritario, ma un leader che utilizza consapevolmente il linguaggio simbolico del razzismo più brutale. Non è una gaffe. È una scelta. L’immaginario evocato è quello storicamente usato da movimenti come il Ku Klux Klan: la riduzione dell’avversario nero a subumano, a caricatura animalesca. Dire che, simbolicamente, quel mondo “sale al potere” non è un’esagerazione retorica: è una lettura politica del messaggio.
Quando parliamo di parallelismo strutturale con il nazismo, intendiamo proprio questo: non un’iperbolica equazione storica, ma parametri formali condivisi. In entrambi i casi la deumanizzazione non è accessoria o incidentale, ma parte integrante della costruzione del messaggio politico. La propaganda non prende di mira argomenti, prende di mira esseri umani, riducendoli a simboli da odiare, a “altro” disumanizzato. Questo non è lo stesso del Terzo Reich in termini di scala storica o processo all' "intenzione" geopolitica: è invece un richiamo alle stesse tecniche di esclusione e di segregazione simbolica che si sono viste nella storia europea del ventesimo secolo.
Il razzismo, prima di diventare politica di stato, diventa linguaggio pubblico.
E infatti i numeri – anche nel dibattito mediatico – non aiutano a dissociare questo fenomeno dal quadro più ampio di normalizzazione. Nel 2023, circa quattro americani su dieci dicono di imbattersi spesso o abbastanza spesso in copertura mediatica che ritengono razzista o insensibile nei confronti dei neri. Allo stesso tempo, una larga maggioranza di adulti neri negli Stati Uniti percepisce la rappresentazione della loro comunità nei media come più negativa o stereotipata rispetto ad altri gruppi (*).
Per l’Italia potrebbe esservi l’attenuante dell’apertura delle olimpiadi invernali che oggi occupa le prime pagine. Però non è così. Pensare che in Italia un video del genere provocherebbe uno scandalo unanime è oggi illusorio. Giornali e media dell’area della destra hanno già usato titoli, immagini e vignette che giocano su stereotipi razziali, soprattutto contro migranti e persone nere: corpi associati al crimine, caricature, allusioni “ironiche” sul colore della pelle. Episodi noti, discussi per qualche giorno e poi rapidamente inghiottiti.
La giustificazione è sempre la stessa: satira, provocazione, libertà di parola. Il risultato è una normalizzazione progressiva: ciò che ieri scandalizzava oggi divide, domani passa. Non siamo all’America di Trump, ma il terreno culturale si sta spostando nella stessa direzione. E quando certi simboli tornano dicibili senza conseguenze, il problema non è più l’eccesso, ma il silenzio che lo accompagna.
Quindi nessuna copertura in prima, o quasi. L’unico che ne parla è Luigi Mascheroni (“Il Giornale”), che prima condanna il video, poi però, per pareggiare maldestramente i conti, sposa la tesi complottista dell’Obamacare. Come per dire, se Trump è razzista, Obama è un comunista. Pietoso.
L’episodio del video non è marginale.
È una soglia. Non dice solo qualcosa su Trump. Dice qualcosa sul clima politico che lo rende possibile, tollerabile, perfino negoziabile.
Ed è questo, più ancora del
video, il vero scandalo.
Carlo Gambescia






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