lunedì 2 febbraio 2026

Riflessioni sul Sudan: la lettura di Gianluca Eramo

 



Una precisazione: non l’abbiamo preso di mira. Il fatto è che leggiamo sempre volentieri le analisi di Gianluca Eramo. Studioso che sembra avere una marcia in più. Non solo rispetto agli amministratori dell’ovvio, addirittura in toga accademica, ma anche nei riguardi di una certa produzione geopolitica che si autodefinisce “alta”, ma che troppo spesso scambia l’opinione per analisi. E non mi riferisco soltanto ai social.

Bando alle polemiche. Eramo, oltre a una vasta conoscenza nell’ambito della storia comparata, mostra una buona capacità di escogitare, diciamo così, neologismi e formule mai scontate, di sapore sociologico. Forse è un metapolitico senza saperlo.

Un suo articolo sulla situazione sudanese (*), uscito  un paio di  giorni fa su “L’Europeista”, interessante foglio digitale, ha colpito la nostra attenzione, di metapolitici in servizio permanente effettivo. Cioè di studiosi di quel che può essere una politica analizzata attraverso l’uso di regolarità metapolitiche (**).

L’analisi di Eramo è potente e coglie un punto decisivo: in Sudan non è in gioco la conquista dello Stato, ma il suo svuotamento funzionale a un’economia di enclave.

Tuttavia – qui la mia perplessità di metapolitico – parlerei con cautela di “mutazione ontologica della guerra”.

In effetti quel che osserviamo non è un nuovo paradigma, ma la riemersione — aggiornata tecnologicamente — di uno schema novecentesco ben noto: guerre per procura, signori della guerra come intermediari locali, potenze esterne che non governano ma estraggono.

L’oro, la terra e oggi la connettività non inaugurano una guerra nuova: sostituiscono semplicemente i vecchi vettori del saccheggio. Cambiano gli strumenti, non la logica. Logica che Eramo coglie quando parla (fin dal titolo) di “ nuovo feudalesimo globale”…  Tuttavia a proposito di “nuovo”, parleremmo invece di persistenza delle dinamiche centrifughe-centripete, una precisa regolarità metapolitica.

Il rischio di insistere sulla novità radicale è naturalizzare un processo che invece ha una genealogia precisa e responsabilità politiche identificabili. Il Sudan non anticipa il futuro: mostra cosa succede quando il Novecento, con il suo volto meno benigno del colonialismo — quello della dominazione e dello sfruttamento, pur accanto ad aspetti di modernizzazione culturale e tecnologica — smette di travestirsi da ordine internazionale

Inoltre, prima di parlare di una mutazione ontologica della guerra, è necessario interrogarsi sulla persistenza delle strutture profonde del politico. Se si adotta una prospettiva metapolitica, ciò che emerge nel caso sudanese non è una rottura radicale, ma la riconfigurazione storicamente situata di regolarità che attraversano l’intera modernità politica.



La guerra in Sudan conferma, anziché smentire, almeno sei regolarità di primo grado: la persistenza del potere come processo di conquista, conservazione e perdita; la persistenza della stratificazione politica, per cui il comando si organizza sempre in forme gerarchiche, anche quando lo Stato si disgrega; la persistente tensione tra inclusività ed esclusività politica, che trasforma intere popolazioni in corpi eccedenti e sacrificabili; la dinamica ricorrente, come accennato, tra forze centripete e centrifughe, tra istituzione e movimento, che spinge il potere a frammentarsi quando non riesce più a stabilizzarsi; la polarizzazione amico/nemico come principio ordinatore del conflitto; infine, la costante razionalizzazione ideologica dei comportamenti politici, che giustifica il saccheggio come sicurezza, la guerra come stabilizzazione, l’espropriazione come sviluppo.

Letto attraverso questa griglia, il Sudan non appare come il laboratorio di una guerra ontologicamente nuova, ma come uno spazio in cui tali regolarità operano in forma estrema, potenziate da attori privati, tecnologie digitali e mercati globali. Il cosiddetto Colonialismo 2.0 non abolisce queste dinamiche: le assume, le privatizza e le rende più opache. La novità non risiede dunque nella struttura del conflitto, ma nella sua capacità di occultare, sotto il linguaggio dell’efficienza logistica e della governance informale, regolarità politiche che la modernità – ma diremmo in tutta serenità i cinquemila anni di storia documentata che ci precedono – conosce da tempo e che il Novecento aveva già riportato alla luce nelle guerre per procura e nei sistemi dei signori della guerra.

Mi si potrà rispondere che le regolarità qui ricordate, sono solo una premessa cognitiva, anche molto generale (per non dire scontata…), e che poi è necessario lavorare sui dettagli, cogliere le novità di una certa situazione…



E infatti è proprio sui dettagli che si gioca la partita analitica, non sull’enfasi della “svolta epocale”. Ma i dettagli acquistano senso solo se restano ancorati a una struttura interpretativa solida, capace di distinguere tra ciò che è realmente nuovo e ciò che si ripresenta in forme aggiornate. In questo senso, come detto, il caso sudanese non segnala tanto una mutazione ontologica della guerra, quanto una sua configurazione particolarmente intensa e visibile, resa più opaca – ma non per questo inedita – dall’intreccio tra attori privati, tecnologie e mercati globali.

La discussione aperta da Eramo è dunque preziosa proprio perché invita a interrogarsi su queste trasformazioni, a patto di non perdere di vista la genealogia storica e le regolarità metapolitiche che ne costituiscono lo sfondo. È in questo equilibrio, tra attenzione al nuovo e consapevolezza del già visto, che l’analisi può evitare, per dirla alla buona, sia l’inerzia del “tutto il mondo è paese” sia l’illusione del nuovo per il nuovo.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.leuropeista.it/sudan-feudalesimo-globale-russia-emirati-musk/ .

(**) Per le regolarità metapolitiche rimandiamo al quadro sinottico qui pubblicato, che a sua volta rinvia al nostro Trattato di Metapolitica (2 voll., Edizioni Il Foglio, 2023). Il quadro è opera grafica di Carlo Pompei, amico e collaboratore di lunga data, il cui contributo è sempre stato per me di grande valore.

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