La maggioranza guidata da Fratelli d’Italia ha depositato un progetto di riforma della legge elettorale a dir poco irricevibile.
Giornali e agenzie ne riportano i tratti principali (*): un sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40%, liste bloccate e la possibilità di un ballottaggio tra coalizioni, sbarramento al 3 %. La legge assegna 70 seggi extra alla Camera su 400 totali e 35 seggi extra al Senato su 200, oltre ai seggi proporzionali già ottenuti (dando per scontato che al Senato, pena l'incostuzionalità, il premo sarà regionalizzato). Comunque sia, con questi numeri, la coalizione vincente con poco più del 40 % dei voti (alle precedenti elezioni era al 44 circa) potrebbe ottenere una quota di seggi ben oltre la maggioranza semplice. In termini pratici, a parità di risultato con il 2022, la maggioranza di governo passerebbe da 241 a circa 311 deputati su 400 e da 120 a circa 155 senatori su 200, rafforzando nettamente il suo controllo parlamentare. La stima è indicativa, ma rende chiaro l’impatto enorme del “regime premiale” sui numeri complessivi.
In questo senso, il fatto che si torni al proporzionale è uno specchietto per allodole: il premio di maggioranza e le liste bloccate continuano a dare alla coalizione vincente un controllo quasi totale, e alle opposizioni un ruolo puramente simbolico, lasciando loro una sorta di diritto di tribuna, senza reale possibilità di incidere sulla governance parlamentare.
La formula non è nuova e la storia è lunga: la vicenda italiana è caratterizzata da leggi elettorali pensate per favorire la maggioranza di turno. Qui il lettore scusi la nostra pedanteria. Però è bene che abbia un quadro, magari semplificato ma chiaro.
Legge Acerbo (1923, “Legge Acerbo”, Regio Decreto-Legge 17 novembre 1923, n. 2263): assegnava 2/3 dei seggi al partito o alla coalizione che otteneva almeno il 25 % dei voti, favorendo l’ascesa del fascismo. Legge-Truffa, così liquidata dalle opposizioni(1953, “Legge elettorale per la Camera dei deputati”, legge 31 gennaio 1953, n. 87): in pieno proporzionale, prevedeva un premio di maggioranza consistente (il 65 % dei seggi) per la coalizione che superava il 50 % dei voti; suscitò forti proteste perché considerata artificiale e manipolativa, e fallì alla prova delle urne. Mattarellum (1993, legge 4 agosto 1993, n. 276, “Legge Mattarella”, attuale Capo dello Stato): introdusse un sistema misto con 75% dei seggi eletti in collegi uninominali e 25% proporzionale, bilanciando rappresentanza e governabilità. Porcellum (2005, legge 4 dicembre 2005, n. 270, “Legge Calderoli”): introdusse liste bloccate e premi di maggioranza, riducendo la libertà di scelta degli elettori e accentuando il controllo dei vertici di partito sui candidati. Italicum (2015, legge 6 maggio 2015, n. 52): prevedeva premio di maggioranza alla Camera e ballottaggio tra liste; fu bocciato dalla Corte Costituzionale e non entrò mai pienamente in vigore.
Oggi si vota con il Rosatellum (2017, legge 3 novembre 2017, n. 165, “Legge Rosato”), un sistema misto proporzionale-maggioritario senza premio di maggioranza automatico, con circa un terzo dei seggi assegnati in collegi uninominali e il resto proporzionalmente, e con maggiore libertà di scelta rispetto alle liste bloccate del Porcellum. In ciascun caso, il tema è sempre lo stesso: governabilità vs rappresentanza, con il rischio di concentrare il potere nelle mani di pochi vertici di partito.
Il nodo non è il premio di maggioranza in sé: la Corte costituzionale non lo ha mai bocciato, ma ha posto vincoli sull’entità del premio e sulla sua proporzione, per evitare che una minoranza di voti controlli artificialmente il Parlamento. Il rischio odierno è evidente: con l’astensionismo alto (alle ultime politiche ha votato circa il 64 % degli aventi diritto), una minoranza di cittadini può trasformarsi in maggioranza parlamentare, mentre le liste bloccate accentuano la partitocrazia assoluta, conferendo ai vertici di partito un potere di vita e di morte sui candidati, prima e dopo l’elezione.
Qui entra in gioco la prospettiva liberale: regole certe e condivise non schiacciano la minoranza, ma tutelano la dinamica parlamentare. I deputati non rappresentano un partito o una fazione, ma la nazione. Dopo un’attenta discussione, hanno pieno diritto di cambiare opinione e votare come ritengono giusto, sia nella maggioranza sia nell’opposizione. L’idea che chi cambia casacca sia automaticamente un “traditore” o un “venduto” appartiene alla cultura antiparlamentare, nata nel fascismo e purtroppo tuttora presente, in un clima largamente populista e antiliberale. Una visione che applica sospetto e presunzione di colpevolezza a ogni deputato.
Un Parlamento controllato artificialmente ha conseguenze dirette sulle istituzioni: se la maggioranza è garantita da un premio elettorale, il Presidente della Repubblica, che per Costituzione nomina il Presidente del Consiglio e verifica la fiducia delle Camere (art. 92), si trova a dover ratificare un governo già predeterminato. In pratica, la funzione di controllo e bilanciamento del Capo dello Stato viene svuotata di significato, trasformando la fiducia parlamentare in una mera formalità e riducendo il Parlamento a un ingranaggio della maggioranza artificiale.
Per questo motivo, ogni legge elettorale dovrebbe essere scritta in Costituzione, insieme da maggioranza e opposizione. Non si tratta di limitare la politica, ma di salvaguardare la rappresentanza reale, la libertà parlamentare e la legittimità istituzionale, evitando che ogni governo si faccia una legge “su misura”. Così si garantisce un Parlamento in cui ogni deputato può discutere, proporre e votare senza vincoli di fazione, e dove la dinamica tra maggioranza e opposizione resta libera, aperta e legittima, senza ricatti partitocratici.
In questo senso, la legge depositata da Fratelli d’Italia, con premi robusti e liste bloccate, rischia di replicare schemi già visti, trasformando l’elezione del Presidente della Repubblica e la funzione parlamentare in una partita chiusa, con effetti istituzionali e politici pericolosi. Solo un sistema elettorale costituzionalmente ancorato e condiviso può proteggere la democrazia italiana dalla deriva autoritaria, dalla partitocrazia assoluta e dalla riduzione del Parlamento a mera formalità (**).
Il governo migliore è quello che governa di meno. Adam Smith docet. Salvo emergenze straordinarie, come guerre o catastrofi, l’eccesso di governance è pericoloso: trasforma la politica in comando e controllo, soffoca il dibattito e svuota di significato il ruolo dei parlamentari e del Capo dello Stato. La vera libertà democratica non si misura dalla stabilità dei governi, ma dalla capacità dei cittadini e dei loro rappresentanti di discutere, dissentire e correggere la rotta senza paura di ritorsioni partitocratiche.
Una legge elettorale deve servire a garantire pluralismo, dibattito e rappresentanza reale, non a blindare una maggioranza.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://www.agi.it/politica/news/2026-02-27/proporzionale-legge-elettorale-scontro-35823382/ .
(**) Non che la Costituzione italiana neghi del tutto la questione, ma il controllo è ex post. Per gli aspetti tecnici si veda qui: https://www.rivistaaic.it/images/rivista/pdf/4_2014_Gigliotti.pdf .

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