Il titolo può apparire provocatorio. Ma come è possibile, si dirà, se la democrazia è l’esatto opposto del razzismo? In realtà, storia e sociologia insegnano che le buone intenzioni non bastano. Perché esistono gli effetti imprevisti delle azioni sociali.
Spiegheremo tutto. Chiediamo al lettore solo un pizzico di pazienza.
Il Parlamento europeo ha approvato nuove regole che rendono più agevole per gli stati membri trasferire migranti verso paesi terzi, anche in assenza di legami diretti con quelle nazioni (Albania, ad esempio). La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha presentato queste proposte e ne ha sostenuto l’approvazione. L’obiettivo dichiarato è la creazione di centri di gestione extraterritoriali: strutture formalmente legali in cui i diritti politici dei migranti vengono sospesi e la loro presenza rigidamente amministrata (*).
Dietro la neutralità istituzionale della Commissione si intravede una logica già sperimentata dai governi più duri sul piano migratorio: la strategia “albanese” di Giorgia Meloni, non è più un’eccezione, ma un modello progressivamente recepito da Bruxelles. Non si tratta di una conversione ideologica, bensì di un adattamento sistemico: la democrazia, inseguendo consenso e paura diffusa, finisce per legittimare pratiche illiberali.
Se ci si passa la battuta: si dice von der Leyen, ma si legge Meloni. La destra non viene più contenuta, viene confermata. I nuovi “centri” per migranti mostrano come una democrazia moderna possa produrre istituzioni illiberali senza colpi di stato né sospensioni costituzionali, ma semplicemente seguendo la volontà popolare e dotandosi di un lessico sufficientemente neutro e di un diritto motorizzato, capace di recepire, in modo elastico, i “desiderata” della gente comune. Che male c’è si dice? Il popolo non è forse sovrano? Ovviamente qualsiasi riferimento all’incessante propaganda razzista, che precede e accompagna tutto questo, è puramente casuale.Un passo indietro. Ursula von der Leyen non è un’estremista di destra. Non è una sovranista, non è una populista, non è una figura marginale del sistema politico europeo. È, al contrario, una delle sue espressioni più compiute: moderata, istituzionale, tecnocratica, perfettamente integrata nell’establishment dell’Unione. Proprio per questo quanto sta accadendo va preso sul serio, come un vero sintomo politico.
Ripetiamo: quei “centri”, al netto dell’eufemismo, sono strutture di confinamento extraterritoriali. Luoghi in cui persone prive di diritti politici vengono concentrate, trattenute, amministrate. Non spazi di accoglienza, ma di sospensione: dello status giuridico, delle garanzie, della visibilità pubblica. L’aspetto più ripugnante è quello del migrante reso invisibile, che non deve neppure sfiorare il suolo italiano, quasi lo contaminasse fisicamente: razzismo neppure spirituale (come quello evoliano, evocato da generazioni di neofascisti, come “ buono” rispetto a quello nazista, “cattivo”), ma biologico.
E tutto questo viene decretato per legge. Quindi, non è illegale dal punto di vista del diritto positivo: lo stesso che permetteva ai giudici nazisti, di spogliare “legalmente” gli ebrei di ogni diritto. Ed è proprio questo il punto decisivo: sono dispositivi pensati per essere legali, compatibili, normalizzabili. Che male c’è? Io giudice, applico il diritto. Nazista.
Se una figura come von der Leyen accetta questo impianto non lo fa per convinzione ideologica. Lo fa per ragioni molto più banali e, insieme, più inquietanti: il consenso elettorale. Una parte consistente dell’opinione pubblica europea, sotto effetto della propaganda razzista, grazie alla quale la destra macina voti su voti, chiede controllo, distanza, esternalizzazione. Chiede che i migranti spariscano dalla vista.
Proprio come gli ebrei nella Germania nazista. Non dimentichiamo che Hitler prese una montagna di voti. In democrazia, ignorare stabilmente queste domande ha un costo politico. E allora, anche il politico moderato, per sopravvivere, si adatta.
Ma è qui che si consuma l’errore classico dell’establishment. Nell’illusione di normalizzare la destra, se ne assumono temi, linguaggi e soluzioni, convinti di svuotarla di forza. È una strategia già vista, e già fallita. L’effetto reale non è la marginalizzazione delle posizioni estreme, ma la loro legittimazione. Quando ciò che ieri era radicale diventa oggi “discutibile”, domani diventa praticabile. La finestra si sposta, e con essa il baricentro del sistema politico.
Soprattutto, il Ddl rende strutturale e giuridicamente “normale” il ricorso a centri di trattenimento in paesi terzi, sul modello albanese (veri e proprie prigioni), trasformando quella che era stata presentata come un’eccezione in una pratica ordinaria.
Ciò che a Bruxelles viene formulato in linguaggio tecnico e apparentemente neutro, a Roma diventa norma operativa: non due politiche diverse, ma la stessa politica, espressa con registri differenti. Ciò che a Bruxelles viene formulato in linguaggio tecnico-istituzionale, a Roma diventa norma operativa. La distanza tra il modello europeo e quello italiano, e viceversa, non è più politica, ma puramente lessicale.
È qui che cade l’illusione consolatoria secondo cui simili politiche sarebbero il frutto di una deriva autoritaria esterna alla democrazia. Al contrario: ne sono un prodotto interno. Non è l’autoritarismo che si impone alla democrazia; è la democrazia che, per non perdere voti, incorpora pratiche autoritarie. Non per errore, ma per una forma di razionalità legata a due precise regolarità metapolitiche: 1) la persistenza del potere, come sua incessante ricostituzione; 2) la presenza del ciclo politico, come conquista, conservazione, perdita del potere.
In sintesi: si va verso il popolo per non perdere il potere, faticosamente conquistato. È in questa razionalità di fondo, non in una presunta emergenza sociale-autoritaria, che vanno lette le politiche di esclusione: come scelte pienamente democratiche, orientate alla gestione del consenso e alla riproduzione del potere. Il razzismo come la più alta forma di democrazia. Che male c’è? Lo vuole Dio, pardon il Popolo Sovrano.
Una razionalità che produce esiti irrazionali. Si segua il ragionamento: ci troviamo davanti a un classico effetto imprevisto delle azioni sociali. La democrazia moderna nasce per limitare il potere arbitrario e per accrescere la libertà attraverso il consenso. Ma quando la volontà popolare si sgancia dallo Stato di diritto, quando i diritti diventano negoziabili e subordinati all’umore maggioritario, il meccanismo si rovescia. Ciò che era stato costruito per espandere la libertà finisce per ridurla. Non diciamo nulla di nuovo: sulla tirannia della maggioranza un grande liberale come Tocqueville ha detto tutto. Sono gli uomini ad avere la memoria corta.
I campi per migranti in Paesi terzi, come l’Albania, non sono un’anomalia. Sono la dimostrazione che una democrazia può produrre istituzioni illiberali senza uomini forti né rotture istituzionali. Bastano elezioni regolari, paura diffusa, un lessico sufficientemente neutro, un diritto – per capirsi – umorale.
Quando la democrazia viene ridotta a puro meccanismo di aggregazione delle preferenze, senza ancoraggio a principi indisponibili, senza Stato di diritto, senza quel rispetto liberale per le minoranze e i diritti dell’uomo, non scompare: si trasforma nel suo contrario.
Siamo di fronte a un tradimento dei valori liberali e all’esaltazione della democrazia nella sua peggiore forma maggioritaria. Lo vuole il popolo, ecco il mantra. Si chiama anche demagogia. E anche questa non è una novità. Aristotele docet.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: i campi non come eccezione ma come regola.
Ripetiamo: come la più alta forma di democrazia.
Carlo Gambescia
(*) Qui: https://europa.today.it/deep/europa-espellere-migranti-asilo-modello-albania.html .
(**) Qui: https://ageei.eu/immigrazione-ecco-il-ddl-patto-ue-su-migrazione-e-asilo-il-testo/ Per una sintesi giornalistica: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/02/11/via-libera-del-consiglio-dei-ministri-al-ddl-sullimmigrazione_42b9ae8d-b3fc-4d51-99c7-df778c2abb99.html .








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