Alla stampa di destra non è sembrato vero. Attaccare Macron. Una cuccagna.
In realtà la polemica tra Giorgia Meloni e Emmanuel Macron sulla morte di Quentin Deranque è uno specchietto per le allodole. Un falso obiettivo perfetto: personalizza il conflitto, lo riduce a una scaramuccia diplomatica, lo rende consumabile come cronaca politica. Indica il nemico, nella liberal-democrazia “moscia”, che tollera i “comunisti”, di cui Macron, sarebbe emblema, vecchio cavallo di battaglia dei fascisti. Ma il problema non è chi ha twittato per primo o chi ha risposto in modo più piccato.
Il problema è il ritorno di un immaginario di guerra civile nella destra europea, oggi più sfrontato perché politicamente vincente.
Mettiamo subito le carte sul tavolo: Quentin Deranque non era un martire liberal-democratico. Era un militante dell’estrema destra radicale, un estremista che stava allo stesso livello simmetrico degli ambienti antifa più violenti. Uno che viveva lo scontro come pratica politica ordinaria. È morto “sul lavoro”, se così si può dire. Un lavoro sporco, dentro una logica che lui stesso contribuiva a nutrire.
Questo non giustifica la sua uccisione — la violenza resta violenza —
ma chiarisce il contesto e smonta ogni retorica vittimaria.
Il punto vero è che la violenza non è una deviazione occasionale di una
certa destra, ma una tradizione storica viva, che attraversa il
Novecento europeo e arriva fino a noi. Dai corpi franchi del primo
dopoguerra allo squadrismo fascista, dalle milizie naziste alla Falange
spagnola, Guardia di Ferro, Croci Frecciate, eccetera, la politica
viene pensata non come competizione regolata, ma come scontro
esistenziale. Il nemico non è un avversario: è un corpo estraneo da
neutralizzare.
Questa grammatica non si esaurisce con il 1945. Nel dopoguerra europeo continuano a esistere gruppuscoli di estrema destra, cellule, ambienti, sottoculture politiche che mantengono vivo lo stesso immaginario: culto della forza, disciplina, virilità, identità minacciata. Non sono fossili. Sono serbatoi simbolici, o se si preferisce vulcani apparentemente spenti, pronti a riattivarsi quando il contesto lo consente.
Certo, esiste una destra democratica, istituzionale, rispettabile. Ma raccontare la storia come se destra “buona” e destra “cattiva” fossero mondi impermeabili è una favola rassicurante. Le complicità sono strutturali: simboli condivisi, rimozioni, ambiguità, silenzi strategici. La rottura netta con la violenza non avviene mai davvero, perché avrebbe un costo identitario.
Il successo elettorale di forze come Fratelli d’Italia produce esattamente questo effetto: legittimazione senza resa dei conti. Non serve incoraggiare apertamente la violenza. Basta minimizzarla, relativizzarla, presentarla come reazione comprensibile a un mondo ostile. I gruppi radicali capiscono il messaggio: il clima è favorevole.
Sì, anche a sinistra sono sempre esistiti gruppi violenti. Ma qui la differenza è decisiva: nel secondo dopoguerra la sinistra europea di massa ha interiorizzato la liberaldemocrazia, isolando o reprimendo le frange armate. Le Brigate Rosse, la RAF, Action Directe sono state trattate come deviazioni, non come miti fondativi. Conosciamo le ironie della destra sui “compagni che sbagliano”. Ma sempre meglio un compagno in errore, che un camerata – si pensi alla strage di Bologna – “ingiustamente perseguitato”.
Quest’ultima cosa merita una precisazione. La strage di Bologna ha una verità giudiziaria definitiva: esecutori neofascisti, appartenenti all’area dei NAR, condannati con sentenze passate in giudicato, da Valerio Fioravanti a Francesca Mambro.
Eppure, nelle dichiarazioni ufficiali di Giorgia Meloni e di altri esponenti di Fratelli d’Italia, questa matrice viene sistematicamente elusa: si parla di “terrorismo”, di “tragedia”, di “pagine buie”, ma si evita di nominare il neofascismo. Non è una svista lessicale, ma una scelta politica. Perché riconoscere apertamente quella responsabilità significherebbe rompere simbolicamente con una tradizione di terrore e violenza che la destra post-missina non ha mai davvero rielaborato. La condanna morale, senza assunzione storica di responsabilità, resta così un esercizio retorico: rispettabile, ma incompleto.
La situazione si è aggravata da quando, un po’ in tutta Europa — e negli Stati Uniti con il ritorno al potere di Donald Trump — la destra cresce elettoralmente e governa. Il potere non ha moderato l’immaginario: lo ha sdoganato. La violenza non è più un tabù, ma un rumore di fondo tollerabile.
In questo quadro, suona quantomeno paradossale che a “chiamare alla calma” sia Giorgia Meloni. Non perché la condanna della violenza sia sbagliata, ma perché non basta condannarla a parole quando si guida una tradizione politica che con quella violenza non ha mai fatto davvero i conti. Senza una rottura simbolica, senza una revisione profonda dell’immaginario, gli appelli alla pacificazione restano tattica comunicativa, non convinzione.
La polemica Meloni-Macron passerà. Il problema no. Perché quello che stiamo vedendo non è un ritorno improvviso della violenza politica, ma una guerra civile culturale a bassa intensità, che una parte della destra continua a considerare il suo habitat naturale. E mentre si gioca con gli specchietti per le allodole, la violenza resta lì, pronta a ripartire, silenziosa ma viva, e chi la minimizza oggi ne sarà spettatore domani.
Carlo Gambescia



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