giovedì 5 febbraio 2026

Il tritacarne Epstein

 


Il nome di Jeffrey Epstein non indica più solo un uomo. Funziona come dispositivo politico: un tritacarne simbolico che macina nomi, relazioni e mezze frasi, producendo un effetto chiaro: delegittimare indistintamente le élite.

Il meccanismo è noto. Non serve un’accusa formale, non serve una prova, talvolta non serve nemmeno un fatto. Basta la prossimità: aver incontrato, conosciuto, frequentato. I cosiddetti files infiniti — continuamente evocati, mai davvero chiusi — tengono aperta una sospensione permanente del giudizio. Tutti potenzialmente colpevoli, nessuno realmente giudicato (*).

Non è giustizia: è clima politico.

Questa atmosfera velenosa alimenta un odio che non si ferma alla “classe dirigente” in senso sociologico, ma si estende al sistema liberal-democratico nel suo complesso, percepito come corrotto, autoreferenziale, irriformabile. Ed è qui che destra e sinistra populista, pur partendo da concezioni diverse, finiscono per convergere, dando il peggio di se stesse. Questi sono i tempi, brutti tempi all’insegna dell’autolesionismo.



La destra usa Epstein per dire: il sistema è marcio, serve l’uomo forte che faccia pulizia, senza mediazioni né garanzie. La sinistra populista lo usa per dire: il denaro è il male in sé, va colpito come principio ordinatore, redistribuito, punito.

Due soluzioni diverse, un’identica emozione politica: il risentimento. Si chiama anche “democrazia emotiva”. O meglio ancora “democrazia rabbiosa”.

A questo punto vale la pena porsi una domanda volutamente provocatoria, ma non peregrina: non si farebbe prima a fare i nomi di chi non c’è? Ammesso e non concesso che il solo aver conosciuto Epstein costituisca un capo d’imputazione — cosa che in uno stato di diritto non è — perché non chiedersi chi, pur essendo potente, ricco, influente, non compare in questa velenosa sagra della caccia a chi ha sfruttato minorenni? Qui non si tratta di ipotetici comportamenti da adulti consenzienti, ma di vittime effettivamente minorenni, documentate nei procedimenti giudiziari.



Colpisce, per esempio, che figure regolarmente additate come simboli del potere globale, quindi a priori corrottissime (secondo il populismo trasversale) — da George Soros ad Angela Merkel, da Mario Draghi a Barack Obama, fino a George W. Bush, Al Gore, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen — non risultano nei flight logs ufficiali né avere alcun legame noto con Jeffrey Epstein, per quanto emerge dalle informazioni pubblicamente disponibili (**). Non si vuole assolvere nessuno, ma mostrare come l’accusa selettiva funziona: spesso ciò che cattura l’indignazione non è ciò che accade realmente, ma ciò che il sentimento pubblico sceglie di attaccare.

Il punto, infatti, non è Epstein. Il punto è ciò che attraverso Epstein si vuole colpire: il denaro come criterio di merito delle società moderne.

Per capire meglio,  facciamo un passo indietro. Metapolitico.

Nelle società premoderne la legittimazione si fondava sul valore militare, in quelle moderne sul valore economico. Entrambi comportano costi enormi: la ferocia per il primo, la corruzione per il secondo. Non esiste un mondo senza prezzo: demonizzare il denaro senza considerare il principio che sostiene la società significa ignorare il costo reale del cambiamento, aprendo la porta a ordini alternativi basati sulla forza e sull’obbedienza.



Demonizzare il denaro come tale — non le sue degenerazioni, ma il suo ruolo strutturale, evocando un mondo perfetto, magari basato sul baratto, come nelle società arcaiche — non significa abolire il merito: significa sostituirlo. 

E storicamente, quando il merito economico viene delegittimato senza alternative istituzionali credibili, se non l’età della pietra, torna quello fondato sulla forza, sull’obbedienza, sulla capacità di imporsi. Una società neandertaliana

Questo non è un elogio o biasimo di questo o quel principio di merito. È una constatazione sgradevole, come tale di  fatto:  ogni ordine sociale ha un prezzo, e fingere il contrario è il primo passo verso forme di violenza politica più esplicite.



Il paradosso finale è dunque questo: quanto più Epstein viene usato come clava simbolica contro il denaro e le élite, tanto più si prepara il terreno per una politica fondata non sulla trasparenza, ma sulla punizione; non sul diritto, ma sulla forza. Il tritacarne non produce giustizia. Produce solo appetito per la ferocia successiva.

Carlo Gambescia

(*) Il Dipartimento di Giustizia USA ha reso pubblici milioni di pagine di documenti sul caso Epstein/Maxwell, con oltre 3–3,5 milioni già disponibili e fino a 5–6 milioni identificati ( https://www.justice.gov/opa/media/1426091/dl ).

(**) Per chiarire: i cosiddetti flight logs di Epstein, ossia i registri di volo dei suoi aeromobili privati, sono acquisiti come prove ufficiali nel procedimento USA v. Ghislaine Maxwell (imprenditrice e figura pubblica britannica, condannata per aver aiutato Jeffrey Epstein nel traffico sessuale di minorenni) e indicano contatti operativi effettivi verificabili. Basta fare una ricerca selettiva per nominativo (qui: https://www.justice.gov/epstein). Ovviamente si impongono pazienza, capacità di lavoro e buona fede: Cioè va sempre distinta la citazione di un nome importante in un discorso (si pensi a due appassionati di calcio che discutono di giocatori che non conoscono, ma che entrano nel discorso) da un contatto reale. Per capirsi: nelle versioni ufficiali dei registri che sono state diffuse compaiono alcuni nomi noti — ad esempio Bill Clinton, Donald Trump, Alan Dershowitz, il principe Andrew, Itzhak Perlman o Chris Tucker — ma molti dei nomi che circolano su social o liste “virali” non corrispondono ai flight logs originali. Solo i flight logs costituiscono materiale giudiziario concreto; tutto il resto rimane aleatorio, utile più a creare spettacolo che a chiarire responsabilità.

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