martedì 10 febbraio 2026

Caso Epstein. Le scorie del potere

 


Jeffrey Epstein non era né un filosofo né un politico in senso classico. La sua ossessione era il potere, esercitato attraverso una combinazione ben nota di denaro, sesso e segreti.

Una ricetta antica, che attraversa la storia: dalle corti rinascimentali, dove favori sessuali e debiti finanziari si intrecciano alla ragion di Stato, fino agli apparati novecenteschi fondati sul dossier, sul ricatto e sulla sorveglianza.

Nel corso della sua attività, Epstein costruisce una rete globale di influenze, collegando élite politiche, finanziarie e dell’intrattenimento in un sistema in cui discrezione, ricatto e manipolazione sessuale diventano strumenti di controllo invisibile.

Nonostante ciò, Epstein non riesce mai a consolidare il suo sogno di diventare un “Grande Vecchio” del potere mondiale: un centro incontestato da cui dirigere il mondo dietro le quinte. Muore prima di vedere la sua rete trasformarsi in un impero duraturo.



Un “impero”. Si fa per dire. Perché, a ben guardare, la modernità ( e non solo) è troppo complessa per essere controllata da una sola persona o da un gruppo ristretto. Le monarchie e le oligarchie — o, in termini economici, i monopoli e gli oligopoli — prima o poi commettono un errore.

Si tratta di una regolarità metapolitica: nessuna élite dura per sempre. Esistono imperi millenari, ma non per sempre. Si chiama anche circolazione delle élite. E la storia, come osservava Pareto, è il cimitero delle aristocrazie. Cioè delle classi dirigenti.

Proprio perché, come recita una potente frase attribuita ad Abraham Lincoln, si può ingannare qualcuno per sempre e tutti per qualche tempo, ma non tutti per sempre.

Insomma, le verità tendono sempre a emergere: talvolta lentamente, talvolta in modo traumatico, e talvolta — come nella Seconda guerra mondiale — con l’intervento decisivo della forza militare.

Ovviamente, visto che la carne è debole, diciamo che, come regola generale, cosa che a Lincoln non piacerà, le élite, se vogliono durare, devono mentire il giusto. E comunque sia il meno possibile. E tantomeno sollevare o favorire  polveroni controproducenti. 

Tornando a Espstein, va sottolineato che non sarà né il primo né l’ultimo. Non però nel senso caro alla teoria del complotto.

Quale allora? Le materie tossiche che lascia — scandali, segreti, legami compromettenti — non sono residui inerti di un potere crollato. Sono, piuttosto, una risorsa politica: un arsenale di strumenti che altri possono utilizzare per ottenere influenza, pressione e vantaggi nel gioco globale delle élite. In questo senso, Epstein continua a esercitare un’ombra di potere: non come padrone diretto, ma come fornitore involontario di leve, carte e segreti per chi sappia come impiegarli.



Il sistema liberal-democratico è, in questo quadro, particolarmente sotto tiro. Perché trasformando l’eccezione Epstein nella regola, scambiando la parte per il tutto — tipico atteggiamento di chi sfrutta risorse politiche — si costruisce una rappresentazione del mondo in cui il predatore diventa norma.

Questo mina la fiducia nelle istituzioni, delegittima le regole della società aperta e finisce per normalizzare strategie di manipolazione che dovrebbero restare marginali. Così si apre la porta ai cattivi: ai nemici dell’ordine liberal-democratico.

Un’ultima avvertenza per il lettore. Le rivelazioni più piccanti, i nomi, le liste, i dettagli pruriginosi sono il dito. Per dirla con Pareto, attivano l’istinto delle combinazioni, cioè l’associazione tra fattori oscuri capace di accendere la fantasia.

Possono indignare, divertire o scandalizzare, ma rischiano di distrarre. La luna è altrove: nella necessità umana di razionalizzare il mistero, ovviamente ex post, producendo materiale spesso mitologico da usare come risorsa politica.

In definitiva, concentrarsi solo sullo scandalo significa consumarlo; interrogarsi sui meccanismi metapolitici — la razionalizzazione è una regolarità — che lo rendono possibile significa comprenderlo. Ed è questa, oggi, la posta in gioco.

 


Il “lascito” di Epstein è dunque un ammonimento. Il potere tende sempre a ricostituirsi — un’altra regolarità metapolitica — e si misura anche dalle sue scorie: da ciò che resta quando qualcuno costruisce reti di vulnerabilità e di segreti. In questo senso, Epstein sembra aver vinto, almeno per il momento, in un modo che nessuna condanna postuma può neutralizzare.

La vera sfida è costruire filtri istituzionali e culturali capaci di impedire che i rifiuti del sistema avvelenino l’aria. Più liberalismo, non meno.

Detto altrimenti: è vero che la storia è il cimitero delle aristocrazie, quindi anche di quella liberale. Ma perché avere così fretta?

Carlo Gambescia

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