Teheran, sarà la volta buona? Dopo due settimane di una protesta che sembra inarrestabile, il regime teocratico sembra cedere.
Difficile dire come finirà. Israele e Stati Uniti potrebbero rovinare tutto con un intervento armato, anche se limitato al bombardamento dal cielo.
Per contro restano interessanti, quantomeno in vista di una transizione istituzionale tutta da costruire, le prese di posizione pubbliche, sulla sua disponibilità a “servire” il popolo iraniano, di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo scià deposto dalla cosiddetta rivoluzione islamica.
La famiglia Pahlavi, se dovesse tornare al potere, resta garanzia di modernità e di occidentalizzazione dei costumi. Una svolta iniziata negli anni Venti del Novecento, accelerata dall’ultimo scià, Mohammad Reza Pahlavi, e schiacciata dalla polizia morale degli ayatollah.
Certo, se - come insegnava Machiavelli - Reza Ciro tornasse al potere sulla punta delle baionette americane e israeliane, tutto sarebbe più difficile, anche a causa del lavaggio del cervello subito dagli iraniani. Purtroppo Trump e Netanyahu non hanno alcuna sensibilità liberal-democratica, il che non depone a favore di soluzioni indolori. Probabilmente sarebbe meglio se l’Iran si liberasse da solo. Vedremo.
In quel che sta accadendo c’è però un aspetto interessante, sfuggito a molti osservatori. La chiusura del Gran Bazar di Teheran è stata da molti sottovalutata: liquidata come un episodio secondario, una protesta economica tra le tante, un segnale di malcontento in una terra ormai abituata a crisi permanenti. È una lettura rassicurante, ma sbagliata.
Il bazar non è mai stato un semplice mercato. È un’istituzione sociale, un nodo economico, un attore politico informale. Quando chiude, non sta reagendo per capriccio: sta prendendo posizione, e la storia insegna che il potere, anche quello più consolidato, comincia a tremare quando la sua cooperazione viene meno.
Camminare nel bazar significa immergersi in un mondo che sembra fuori dal tempo: non solo generi alimentari, ma spezie dai profumi pungenti, tappeti intrecciati come trame storiche, gioielli d’oro che luccicano sotto le luci fioche delle botteghe, vasi di ceramica dipinti a mano, tessuti dai colori vividi, utensili e oggetti di ogni tipo. Non solo un’anticipazione arcaicizzante di via Montenapoleone o di via Condotti, putride gemme del corrotto Occidente secondo l’oppressiva vulgata teocratica.
È in ballo qualcosa di più: ogni banco e ogni bottega sono un micro-ecosistema di scambi, fiducia e tradizione, una rete che lo Stato islamico non può comandare del tutto. Quando le serrande si abbassano, non si ferma solo l’economia: si spegne un organismo sociale vivo da secoli.
Parlare di parallelo con il 1979 è inevitabile, ma va precisato. Non siamo nel momento in cui il bazar contribuì direttamente al collasso del regime dello scià. Ma non è nemmeno corretto sostenere che, dopo la rivoluzione islamica, il bazar abbia cessato di avere peso politico. Negli ultimi decenni ha protestato, ma quasi mai ha rotto davvero. La differenza tra protesta e rottura è fondamentale: la prima può essere assorbita, la seconda rende irreversibile la crisi.
Non sarebbe nemmeno la prima volta, dopo il 1979, che il bazar chiude parzialmente o temporaneamente. Era accaduto già nel 1963, durante le proteste contro la “Rivoluzione Bianca” di Reza Pahlavi (per capirsi: una forte ventata di riformismo dall’alto alla Atatürk,), quando i mercanti di Teheran, temendo l’allora abbraccio liberticida dello stato interventista, serrarono le botteghe in segno di dissenso.
È riaccaduto sotto la Repubblica islamica: nell’ottobre 2012, nel pieno della crisi del rial e delle sanzioni internazionali, il Gran Bazar di Teheran rimase chiuso per alcuni giorni, costringendo, questa volta, il regime a interventi d’emergenza per ristabilire un minimo di ordine economico; e ancora nel 2018, quando nuove chiusure accompagnarono le proteste contro inflazione e corruzione. In tutti questi casi il bazar ha ceduto, poi riaperto: ma solo quando il potere ha ristabilito una minima prevedibilità. È questa la variabile decisiva.
Anche in un’economia iraniana lontana dal modello liberale, il bazar conserva un residuo di autonomia. Fiducia, credito informale, reti di distribuzione: il bazar è la prova vivente che il laissez-faire, anche al minimo sindacale, non muore mai completamente. E, per inciso, che la teoria smithiana, in seguito definita liberale (ma non dal suo inventore), resta lo strumento euristico migliore per studiare la società.
In questo senso, la chiusura del bazar può essere letta, con un pizzico di retorica, come una piccola rivincita del mercato reale contro il monopolio politico e teocratico: un segnale che, per quanto modesto, nemmeno il potere assoluto riesce a sopprimere.
Il bazar tollera tutto: repressione, moralismo, autoritarismo. Non tollera invece l’imprevedibilità radicale: regole che cambiano ogni settimana, apparati che intervengono direttamente, una valuta ingestibile. Quando questi fattori convergono, il patto implicito tra élite mercantili e regime si spezza.
Perciò il significato politico della chiusura va oltre l’economia: certifica la crisi, trasforma la protesta in sistema. Quando il bazar chiude in modo coordinato e prolungato, non sta solo facendo sentire la voce dei mercanti, ma fa capire al regime che la sua capacità di controllo economico e sociale non è più garantita. Come alla fine degli anni Settanta. In questo momento non è detto che tutto ciò anticipi necessariamente la caduta, ma ma lancia un preciso messaggio di trasformazione della crisi da contingente a strutturale.
Il tentativo del regime di forzare la riapertura è spesso l’errore finale. Ordini, occupazioni, repressioni mirate possono far sembrare che la normalità ritorni. Ma il bazar aperto sotto costrizione non funziona: il credito si ferma, le transazioni si spostano altrove, la fiducia evapora e alla prima occasione come sta accadendo, il ciclo della protesta si riaccende, e così via fino al punto critico, come quello che l’Iran sta vivendo.
Quando il bazar non riapre spontaneamente, o lo fa solo simbolicamente, accadono tre effetti concatenati: collasso dei flussi quotidiani, imitazione da parte di altre città e rallentamento dei settori intermedi dello stato. Non è ideologia: è istinto di sopravvivenza. Ed è l’inizio della diserzione verticale, la parte più difficile da controllare per qualunque potere centralizzato.
Per questo, la chiusura del bazar non è un episodio tra i tanti. È un indicatore anticipatore, uno di quelli che chi studia la metapolitica dei regimi prende molto sul serio. Si tratta di una regolarità metapolitica che individua nei processi centrifughi un segno di trasformazione e possibile caduta di un determinato regime politico.
Sintetizzando, in Iran, come altrove, le rivoluzioni non nascono solo nelle piazze. Si consolidano quando i mercati smettono di funzionare come tali. E quando il bazar chiude, anche il più piccolo respiro di libero mercato si fa sentire, ricordando al potere teocratico che nemmeno un monopolio assoluto può abolire del tutto la pratica economica autonoma. E qui torna la lezione del grande Adam Smith, sulla mano invisibile, per certi aspetti recepita nelle grandi sintesi di Fernard Braudel, sulla storia delle società “con” mercato dell’Occidente.
È una lezione silenziosa: la libera economia reale, anche minima, come accadde perfino nell’economia sovietica, non si piega mai completamente. E in Iran tra le spezie, i tappeti, i gioielli e i tessuti, ogni serranda abbassata è un piccolo colpo alla pretesa assoluta dello stato teocratico: qui, anche per un istante, il mercato vince.
E chissà non sia la volta buona affinché le minigonne tornino a Teheran?
Carlo Gambescia






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