C’è un errore diffuso nel leggere la strategia della memoria di Fratelli d’Italia: pensare che il partito di governo stia semplicemente “sdoganando” il fascismo. In realtà sta facendo qualcosa di più sottile e più efficace. Non lo riabilita: lo normalizza. Non lo difende: lo assorbe.
E lo fa attraverso una duplice politica della memoria, divisa tra ritualità identitaria interna e costruzione di una nuova memoria nazionale condivisa. Una divisione del lavoro simbolico che consente, da un lato, di conservare il nucleo militante, dall’altro di renderne l’eredità politicamente presentabile.
Il primo pilastro di questa strategia è la commemorazione di Acca Larenzia. Non un momento di lutto civile, né una richiesta di verità storica condivisa, ma un rito politico chiuso, che si ripete identico a se stesso da quasi cinquant’anni. Saluti romani, “presente”, schieramenti, simboli: una liturgia che non dialoga con la Repubblica, ma la sospende.
La strage del 7 gennaio 1978 resta, sul piano storico, torbida e irrisolta. Stefano Recchioni fu probabilmente ucciso da un colpo esploso da un carabiniere; gli altri due giovani missini caddero sotto il fuoco di un gruppo armato la cui collocazione politica non è mai stata definitivamente chiarita. Eppure questa complessità non è mai diventata domanda di giustizia o di chiarimento istituzionale.
È stata trasformata in mito vittimologico. Non una tragedia italiana, ma “i nostri morti”.
Non una ferita della Repubblica, ma un’offesa subita da una comunità politica che continua a percepirsi separata dallo Stato. Qui la memoria non serve a elaborare: serve a marcare l’identità.
Accanto a questo primo livello, se ne sviluppa un secondo, apparentemente opposto e in realtà complementare. È la memoria nazionale, sentimentale, inclusiva, messa in scena al cimitero del Verano: bandiera piegata, bambini, canti, Mameli, i caduti di tutte le guerre, le missioni di pace, la lotta alla mafia. Qui non c’è simbologia fascista esplicita, non c’è sfida, non c’è rottura. C’è la nazione come comunità emotiva.
Il passaggio è rivelatore: “Intonare Il mio canto libero di Lucio Battisti davanti all’altorilievo realizzato dalla mamma di Stefano Recchioni per suo figlio… ha fatto vibrare il muro del Sacrario”. Tra bandiere e canti, Stefano Recchioni diventa parte di un racconto nazionale più che di una storia politica.
Il militante missino, morto, come detto, in uno scontro politico violentissimo – viene sottratto al suo contesto storico e ricollocato in uno spazio emotivo nazionale, accanto ai caduti delle guerre, alle missioni di pace, agli “eroi italiani”. La distinzione scompare. Non c’è più differenza tra chi è morto per la Repubblica e chi militava in un’organizzazione, il Movimento Sociale Italiano, che della Repubblica riconosceva solo quella Sociale, l’ultima di Mussolini, sotto tutela nazista.
La memoria di Acca Larenzia, ripetiamo, viene qui traslata in emozione condivisa: Recchioni tra i caduti di tutte le guerre.
Qui sta il nodo decisivo. Il fascismo non viene riabilitato come progetto politico: viene depoliticizzato come esperienza storica.
Non più regime, responsabilità, scelta. Ma dolore, affetto, sacrificio, famiglia, figli. Non più un nemico della Repubblica, ma un frammento della sua genealogia emotiva.
Questa non è una semplice operazione retorica. È una forma di egemonia emotiva. Poiché imporre una revisione storica è più complicato, almeno per ora, si costruisce un regime degli affetti condivisi. Il conflitto politico viene disciolto nella commozione, la responsabilità storica nella partecipazione sentimentale. Non si chiede adesione ideologica, ma sintonia emotiva. Non di pensare allo stesso modo, ma di sentire insieme.
In questo dispositivo un ruolo centrale lo svolge Fabio Rampelli. Non una figura marginale, ma uno dei dirigenti storici di Fratelli d’Italia, vicepresidente della Camera dei deputati, architetto, uomo di apparato e di cultura politica, cresciuto nella tradizione missina e oggi pienamente integrato nella gestione istituzionale del potere.
Rampelli non è un nostalgico folcloristico: è un mediatore culturale consapevole, capace di tradurre e ricomporre accezioni differenti di uno stesso linguaggio simbolico. Un linguaggio che, al netto delle sue riformulazioni, resta quello tipico del fascismo: il linguaggio delle idee senza parole. Come osservava Furio Jesi in Cultura di destra (Garzanti, 1979), la destra fascista non ha bisogno di concetti articolati né di dottrine coerenti: le sue idee viaggiano attraverso simboli, gesti, rituali, liturgie, capaci di aggirare la razionalità e di parlare direttamente all’inconscio mitologico della comunità (*).
Sotto questo aspetto il lavoro di mediazione non consiste nel prendere le distanze da quel linguaggio, ma nel ricodificarlo: depotenziarlo sul piano esplicito e rilanciarlo su quello emotivo. Il mito non scompare, viene reso presentabile. Si traduce in un linguaggio anestetizzante di emozioni condivise – lutto, appartenenza, rispetto, memoria – che sospende il giudizio critico e costruisce consenso non attraverso l’argomentazione, ma attraverso l’identificazione affettiva. È qui che si gioca l’egemonia: non nella persuasione razionale, ma nella normalizzazione sentimentale di un immaginario che resta intatto nella sua struttura profonda.
Il che spiega la sua doppia presenza. Rampelli partecipa alla commemorazione “istituzionale”, non apertamente fascista, al Verano, l’11 gennaio. Ma, pur mantenendo una distanza formale dalle celebrazioni dei “duri e puri”, è presente anche ad Acca Larenzia, il giorno 7, anniversario dell’uccisione dei tre attivisti missini, in una manifestazione distinta da quella apertamente nostalgica, ma inserita nello stesso perimetro simbolico. Accompagnato, nelle due manifestazioni, da esponenti di Fratelli d’Italia e della Regione Lazio, trasformando così la sua presenza in un gesto politico-istituzionale calibrato. Attenzione però: non è ambiguità personale: è strategia. Ovviamente, conoscendo la struttura verticale di Fratelli d’Italia, condivisa in alto.
Acca Larenzia resta il luogo della fedeltà e della memoria militante; il Verano diventa lo spazio della tradizione nazionale, della pedagogia emotiva, della costruzione dell’egemonia. Rampelli incarna il passaggio dalla micro-cultura di partito alla macro-cultura della nazione: non rinnega il nucleo identitario, diciamo fascista, lo rende compatibile con il nuovo linguaggio dello Stato che va plasmando Fratelli d’Italia, partito, che nulla ha rinnegato, nulla ha dimenticato.
Il radicalismo non viene negato: viene messo al riparo. La sua eredità, però, viene diluita nella memoria comune. Intesa come fatto emozionale.
Ma una memoria che include tutto senza distinguere, tra ragione e assemblearismo emotivo, neutralizza. E una democrazia che rinuncia a giudicare la propria storia, in nome dell’emozione condivisa, smette lentamente di sapere perché esiste.
Carlo Gambescia
(*) Del seminale libro di Jesi si veda la nuova edizione accresciuta Cultura di destra.Con tre inediti e un’intervista, a cura di A. Cavalletti, Nottetempo, Roma 2011. Jesi probabilmente, nonostante i lavoro successivi di altri, resta lo studioso che ha saputo individuare, con maggior precisione e in tempi non sospetti, le radici mitologiche, o se si preferisce mitopoietiche, della destra fascista. Si veda, come propedeutica al suo approccio in argomento, F. Jesi, Mito, ISEDI, Milano 1973 (e successive edizioni) .






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