Nella chiusa di un precedente articolo sull' infuocata situazione iraniana, ci auguravamo, scherzosamente, di veder tornare la minigonna a Teheran (*). Confermiamo. Però la vediamo dura.
Le piazze insorgono, il regime trema, l’Occidente osserva con la consueta miscela di speranza e cattiva coscienza. Ma sarebbe un errore clamoroso leggere ciò che sta accadendo con le lenti del 1979. Le analogie sono suggestive, le differenze decisive.
Primo punto: le piazze. Il coraggio non manca, anzi. Le proteste sono diffuse, radicali, socialmente trasversali. Come osservato il Bazar sembra essere contro il regime. Ma manca ciò che trasforma una rivolta in una rivoluzione, dalla quale scaturisca un processo politico, nel senso di un mutamento di regime politico: un centro di coordinamento, una leadership riconosciuta, una strategia. Senza una direzione politica, l’energia sociale rischia di dissiparsi o di essere schiacciata. L’esperienza delle Primavere arabe dovrebbe aver lasciato una lezione duratura: piazze potenti, generose, spesso eroiche, ma incapaci di tradursi in un ordine politico alternativo. In assenza di un’architettura organizzativa, le rivolte o si spengono o vengono sequestrate da altri attori: militari, apparati, fondamentalisti. L’Iran di oggi mostra la stessa forza sociale e la stessa fragilità politica.
Secondo: l’alternativa al regime. Reza Ciro Pahlavi non appare all’altezza del compito storico che pretende di incarnare. Vive lontano, parla molto, rischia poco. Il cognome evoca un passato, ma non costruisce un futuro. E soprattutto non nasce dalle piazze iraniane, che comunque come si legge, sembrano invocarlo. Purtroppo, senza un investimento personale diretto e senza un radicamento interno, una leadership resta un’ombra mediatica. Le telefonate a Trump non bastano (anche perché potrebbero essere controproducenti: nel prossimo punto spiegheremo perché). Dopo quasi mezzo secolo di teocrazia, gli iraniani non cercano simboli, bandiere o cognomi illustri: cercano garanzie. E sanno che senza garanzie una rivoluzione non libera, sostituisce soltanto un potere con un altro.
Terzo punto: Trump nicchia. E, paradossalmente, è una buona notizia. Come insegnava Machiavelli, i principi che conquistano i principati con le armi altrui faticano poi a mantenerli. Ogni intervento esterno, ogni benedizione americana, trasformerebbe qualunque opposizione in un prodotto d’importazione, delegittimandola agli occhi di una società ipersensibile al tema della sovranità. Una rivoluzione eterodiretta, piaccia o meno, è una contraddizione in termini. L'Iran, piaccia o meno, dovrà fare da solo, o almeno l’eventuale sostegno occidentale dovrà essere discreto. Insomma, serve uno sforzo titanico. I capi potrebbero anche sorgere dall'interno. Per ora è tutto molto fluido.
Quarto: lo stato. Qui risiede il nodo decisivo. In quasi cinquant’anni il regime teocratico ha costruito un apparato di sicurezza imponente, capillare, ideologicamente motivato. Pasdaran, intelligence, controllo sociale, repressione selettiva e preventiva. Come prova la chiusura di internet ( a tale proposito se non ci fossero le Ong, non sapremmo nulla di quel che sta accadendo, perché i mass media sono diffidati e i serviti segreti occidentali, certe cose se le tengono per loro). Insomma, l’apparato dello Scià nel 1979, inclusa la leggendaria polizia segreta, la Savak, appare oggi come un dilettantismo d’epoca. Il regime dei Pahlavi cadde come un castello di carte; quello attuale è una fortezza. Pensare che possa dissolversi per inerzia è un’illusione. Il che dovrebbe far riflettere sulla natura totalitaria delle “moderne” teocrazie. Altro che le guardie del corpo di quel piacione di Reza Pahlavi, che se andò con la coda tra le gambe.
Quinto: le responsabilità occidentali. Nel 1979 Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna ritirarono l’appoggio allo Scià, aprendo la strada ai fondamentalisti. Khomeini, da tempo riparato a Parigi, atterrò a Teheran su un aereo francese. In Italia, una rivista di politica internazionale allora autorevole, “Relazioni Internazionali” – non il circo equestre mediatico di oggi – parlò, sbagliando clamorosamente, di “rivoluzione dei fiori”, sull’onda della recente caduta incruenta della dittatura portoghese. Fu un errore di lettura storico, culturale e politico, sposato anche dalla politica, non solo italiana, pagato per mezzo secolo. E che ancora oggi influisce sulla decisione se intervenire o meno in aiuto dei manifestanti.
A completare il quadro c’è l’Europa. Presente a parole, assente nei fatti. Sempre pronta a impartire lezioni morali, incapace di assumersi una responsabilità politica, anche minima come un aiuto discreto. L’Unione europea osserva l’Iran con lo sguardo di chi commenta, cellulare in mano, un incendio dal balcone: molta retorica sui diritti, nessuna strategia, nessuna capacità di incidere. Solo selfie.
Prigioniera della propria irrilevanza, l’Europa continua a confondere l’indignazione con l’azione e la testimonianza con la politica. Così facendo, non aiuta né le piazze iraniane né se stessa.
Ancora una volta, l’Europa si conferma maestra di etica e pessima allieva nelle materie storiche…
Carlo Gambescia




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