La domanda sembra semplice, quasi scolastica. In realtà è una di quelle che fanno tremare i polsi: l’America può davvero liberarsi del trumpismo, o deve rassegnarsi a conviverci come con una malattia cronica della democrazia?
Partiamo da un equivoco da sgomberare subito. Il trumpismo non coincide con Donald Trump, classe 1946, ottant’anni quest’anno. Trump ne è stato il catalizzatore, il volto, il megafono. Ma l’idea che basti archiviare l’uomo per archiviare il fenomeno è una comoda illusione liberal. E come tutte le illusioni, prepara brutte sorprese.
Il trumpismo è un modo di pensare la politica, prima ancora che un programma. Si fonda su alcuni pilastri ben riconoscibili: 1) la trasformazione sistematica dell’avversario in nemico;2) la delegittimazione preventiva delle istituzioni quando non obbediscono; 3) la sacralizzazione del leader come interprete esclusivo del “vero popolo”; 4) l’idea che perdere un’elezione non sia una possibilità fisiologica, ma la prova di un complotto.
In questo senso Trump non è un incidente di percorso, l’invasione (temporanea) degli Hyksos, ma un sintomo, anche molto grave. Il frutto avvelenato di una società polarizzata, attraversata da paure materiali e simboliche, in cui ampie fasce della popolazione non si sentono più rappresentate da élite politiche, mediatiche e culturali percepite come lontane, se non ostili.
Se ci si consente un parallelo storico inquietante le nostre élite dirigenti (quindi inclusive della classe politiche) oggi così divise, ricordano l’ aristocrazia francese alla vigilia del 1789.
Con una differenza, che le nostre classi politiche sono elettive e difendono idee liberal-democratiche. Eppure sono contestate.
Perché? Il punto è che la gente comune, nonostante due secoli di esperimenti liberali, non sembra fatta per la liberal-democrazia. O comunque non sembra aver capito che la concezione liberale resta la migliore tra le varie ideologie. Una specie di miracolo storico, due-trecento anni di libertà in cinquemila anni di storia. Purtroppo, al governo delle leggi il popolo pare preferire quello degli uomini. Si vuole il capo carismatico, o presunto tale: il capobranco. Gli istinti animali sembrano regolarmente prendere il sopravvento, come tra le due guerre mondiali.
Quindi c’è un problema antropologico di refrattarietà allo stato di diritto, alla separazione dei poteri, al parlamento, al libero esercizio dei diritti individuali. Il che spiega come la reazione agli ideali liberali sia tuttora vivissima. E animi forze politiche rappresentate in parlamento e al governo. Trump non è altro che la punta d’iceberg della controrivoluzione (nel senso del disprezzo più profondo verso gli ideali delle rivoluzioni moderne (inglese, americana e francese). La posta in gioco è elevata.
Si dice spesso: basterà il voto, basteranno le elezioni di midterm, basterà la normalità democratica a rimettere le cose a posto. È vero solo in parte.
Il voto è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Le elezioni possono fermare Trump, limitarne il potere, isolarlo istituzionalmente. Ma non possono, da sole, smontare la cornice mentale che ha reso possibile il trumpismo.
Un dato dovrebbe inquietare più di altri: milioni di cittadini americani sono ormai convinti che qualsiasi sconfitta elettorale del loro campo sia illegittima per definizione. Quando questa convinzione attecchisce, la liberal-democrazia smette di essere un terreno condiviso e diventa un campo di battaglia permanente.
Esiste poi un paradosso che molti faticano ad accettare: una
sconfitta politica di Trump non garantisce affatto una sua uscita di
scena pacifica. Al contrario, può alimentare un’ideologia vittimistica e
radicale, fondata sull’idea del leader tradito, sabotato, espropriato.
È una dinamica già vista nella storia: il capo carismatico sconfitto non
si ritira, si trasforma in mito. E il mito, spesso, è più pericoloso
dell’uomo in carne e ossa.
Se l’America vuole davvero disintossicarsi dal trumpismo, i compiti a casa sono pesanti e scomodi: 1) Ricostruire la fiducia nelle istituzioni, mostrando che non sono strumenti di una parte contro l’altra, ma regole comuni. 2) Mettere il sistema di mercato in condizione di funzionare, riducendo la frattura sociale ed economica che alimenta il risentimento su cui prospera il populismo autoritario. 3) Rinunciare al moralismo come unica risposta politica: demonizzare gli elettori di Trump rafforza Trump; 4) Ritrovare un linguaggio del conflitto democratico, in cui l’avversario resta un avversario e non diventa un nemico da annientare.
Sono obiettivi di lungo periodo, che dovrebbero coinvolgere l’elettore trumpiano, al momento arciconvinto di essere dalla parte della ragione. Obiettivi perciò incompatibili con la logica dell’emergenza permanente e della politica come rissa quotidiana. Il che fa dubitare su un esito a breve e felice della “questione” americana.
Parliamo di un Paese già passato attraverso la triste esperienza di una guerra civile. Se la catena degli omicidi ICE fosse solo l’inizio di una repressione generalizzata di ogni forma di opposizione, il ricorso alle armi autorizzato dagli stessi governatori democratici potrebbe trasformarsi in qualcosa di più di una ipotesi.
Sarebbe catastrofico per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Gli Obama, proprio ieri, hanno invitato alla calma. Il che la dice lunga sul pericolo che la violenza tra le due parti possa dilagare.
Paradossalmente, una seconda guerra civile non è malvista dalle destre nazionaliste europee, con un passato fascista alle spalle, che ufficialmente celebrano Trump, ma che in privato, diciamo, non vedono di cattivo occhio il nemico vittorioso nel 1945 dilaniato e impotente.
Ci si chiederà: e l’impeachment? In realtà, va precisato come funziona la procedura negli Stati Uniti. L’impeachment è una messa in stato d’accusa della Camera dei Rappresentanti, che vota gli articoli contro il presidente. Per approvarli serve la maggioranza semplice dei membri presenti e votanti. Al momento la Camera, anche se per poco, è controllata dai Repbblicani.
Quando la Camera approva gli articoli, il presidente non viene
automaticamente rimosso: spetta al Senato giudicare e decidere sulla
condanna, con una maggioranza qualificata di due terzi dei senatori
presenti (anch’essa al momento non perseguibile dai Democratici).
Trump è stato messo in stato d’accusa due volte dalla Camera: nel 2019 (per la vicenda Ucraina, del ricatto a Zelensky per colpire Biden) e nel 2021 (per l’assalto al Campidoglio). In entrambe le occasioni, il Senato ha assolto Trump, quindi non vi è stata rimozione. Questo dimostra come, in un contesto di forte polarizzazione politica, l’impeachment possa rafforzare politicamente il presidente, trasformandolo in vittima agli occhi dei suoi sostenitori, invece di limitarne il potere.
In altre parole, l’impeachment è uno strumento istituzionale importante, ma non garantisce automaticamente l’allontanamento del presidente né l’attenuazione del fenomeno trumpista, soprattutto quando il leader gode di un sostegno elettorale consolidato e di una ideologia vittimistica ben radicata.
E il potere giudiziario? Diciamo pure che viene regolarmente calpestato – come del resto la Costituzione – dallo stesso Trump. Resta infine la possibilità che un’aggressione militare esterna (Groenlandia, Iran, Canada, altri stati dell’America Latina) possa trasformarsi in un boomerang per Trump. Il che può essere vero. Fermo però restando che a ogni vittoria il suo potere si rafforzerebbe.
C’è però un ultimo punto, spesso rimosso, che rende questa domanda tutt’altro che “americana”. Il trumpismo, così come lo abbiamo descritto, non è rimasto confinato negli Stati Uniti. Al contrario, al momento sembra dilagare tra le destre europee.
Soprattutto quelle destre che non hanno mai fatto davvero i conti con il fascismo, limitandosi a una presa di distanza formale o opportunistica, senza una vera elaborazione storica e culturale. In questi contesti, il trumpismo offre una specie di manuale pronto all’uso: la delegittimazione dell’avversario, l’attacco alle istituzioni di garanzia, il leader come incarnazione del popolo, il sospetto sistematico verso il voto quando non produce il risultato desiderato.
Il problema, allora, non è solo se l’America saprà disintossicarsi dal trumpismo. Il problema è che anche la politica europea ne è già contaminata. Con stili diversi, con lessici adattati ma con una medesima grammatica del potere. E ovviamente - vecchia tecnica della pugnalata alle spalle - pronta a mordere un Trump qualora mostrasse segni di cedimento e con lui gli Stati Uniti.
La vera domanda finale diventa quindi questa: siamo ancora capaci, in Europa come negli Stati Uniti, di accettare il conflitto democratico senza trasformarlo in guerra civile simbolica?
Al momento no.
Finché questa capacità resterà fragile, nessuna democrazia potrà dirsi al sicuro. Il trumpismo non è un’eccezione americana: è una tentazione globale.
E, piaccia o no, riguarda tutti.
Carlo Gambescia







Nessun commento:
Posta un commento