Poiché non siamo costituzionalisti, svilupperemo la questione dal punto di vista sociologico e metapolitico. Cominceremo perciò con un esempio più sociologico che giuridico, con qualche sprazzo sul personale.
Quando una persona è gravemente malata, medici clinici e chirurghi si parlano. Si riuniscono, discutono, confrontano diagnosi e terapie: il clinico tende alla conservazione, il chirurgo all’intervento. Nessuno dei due è “di parte”: sono “medici” portatori di saperi diversi, che entrano in tensione proprio per produrre una decisione migliore. Nel caso di un mio congiunto, alla fine, di collegiale in collegiale (così si chiamano queste riunioni) prevalsero gli argomenti dei clinici: guarigione senza intervento chirurgico invasivo e invalidante. Non meno cura, ma cura migliore.
Traslando questa esperienza alla magistratura: perché il dialogo tra giudici e PM, informale o meno, dovrebbe essere visto come contaminazione, anziché come risorsa?
Nel sistema finora vigente, giudici e pubblici ministeri appartenevano allo stesso ordine: accedevano tramite il medesimo concorso, condividevano lo stesso statuto di indipendenza e rispondevano allo stesso CSM. Funzioni distinte e non intercambiabili nel concreto esercizio, ma unità di ordinamento — che non implica confusione dei ruoli — hanno fino alla riforma garantito l’autonomia della funzione dell’accusa dal potere politico, collocandola nello stesso spazio di indipendenza della funzione giudicante.
Il che non significa che un magistrato, qualunque sia la sua funzione, non abbia idee politiche. Parliamo di esseri umani. Non esiste una magistratura “rossa” o “nera”; esiste invece una maggiore o minore resistenza (etica, morale, psichica) dell’individuo magistrato, dal giudice al PM. A che cosa? Al potere delle idee che ogni essere umano ha sul mondo, idee che talvolta possono essere condizionanti. È qualcosa che non si potrà mai cancellare. Almeno in un paese libero. Lo impone la natura umana.
Chiuso inciso.
La riforma introduce invece una separazione strutturale e irreversibile delle carriere: due percorsi distinti fin dall’ingresso, due CSM separati, una distinzione permanente delle funzioni, senza possibilità di passaggio (semplifichiamo). Formalmente nulla di scandaloso. Ma le istituzioni non vanno giudicate solo per ciò che dichiarano, bensì per la traiettoria che innescano.
Ed è qui che emerge il quadro politico più ampio. Questa riforma non è un episodio isolato, ma parte di una strategia graduale di ridefinizione degli equilibri liberal-democratici della Repubblica. Dietro di essa si scorge la cultura, contraria alla divisione dei poteri (intrisa di cesarismo pseudo-democratico) della destra di governo. O detto altrimenti, di feticismo politico per il potere esecutivo. Parliamo di una cultura che rinvia a una visione autoritaria del politico e del sociale.
Pertanto la questione della separazione delle carriere non riguarda solo la magistratura, ma si inserisce in un insieme coerente di interventi che investono: a) media e informazione: pressione ideologica su enti pubblici, finanziamenti all’editoria, regolazione della comunicazione istituzionale; b) controlli o comunque forte riduzione della sfera decisionale del Presidente della Repubblica e del Parlamento: concentrazione decisionale nell’esecutivo governativo e riduzione dell’autonomia degli organi di garanzia; c) istruzione e università: interventi curriculari, sull’autonomia universitaria e sulla selezione dei docenti; d) normativa penale e sicurezza: ampliamento dei poteri operativi di polizia e PM, accompagnato, come detto, da una progressiva riduzione delle garanzie di autonomia istituzionale; e) diritti dei migranti: invisibilità sociale (mediante deportazione in centri, simili a prigioni, situati fuori dei confini nazionali), restrizioni su asilo, protezione internazionale e accesso ai servizi fondamentali; f) sostegno a tutti i livelli all’ideologia reazionaria del dio-patria-famiglia, con interventi legislativi ad hoc.
Non è fantapolitica. È l’azione – ripetiamo – dell’Esecutivo Meloni. Certo, si tratta di un processo lento, poco visibile nel quotidiano, ma coerente se osservato nel tempo. Separare PM e giudici è un passo apparentemente tecnico, ma strategico.
Separato dal giudice, il PM non viene formalmente espulso dalla magistratura, ma viene progressivamente ridefinito — sul piano istituzionale e simbolico — come organo dell’accusa, distinto dalla funzione giudicante. A quel punto la domanda politica diventa inevitabile: perché un accusatore dovrebbe godere delle stesse garanzie di indipendenza di chi giudica? Oggi questa domanda non produce effetti normativi; domani potrebbe diventare “ragionevole”.
Il cuore della riforma sta nel ridisegno del potere disciplinare. Sottrarre la funzione disciplinare al CSM e istituire un’Alta Corte disciplinare significa concentrare il controllo in un vertice unico, formalmente autonomo ma dotato di un potere decisivo sulle carriere di giudici e PM. Il problema non è l’illegalità del meccanismo, bensì, come dicevamo, il suo effetto sistemico.
Se le carriere sono così diverse da richiedere CSM separati, perché il controllo disciplinare viene unificato? La risposta è semplice: perché il disciplinare è potere (ecco la lezione sociologica e metapoltica). Stabilisce ciò che è comportamento corretto e ciò che diventa devianza istituzionale. E se gli elenchi dei membri laici dell’Alta Corte sono predisposti dal Parlamento, la casualità della selezione risulta già orientata. Non serve un controllo diretto: è sufficiente produrre un clima di prudenza diffusa.
L’indipendenza non viene abolita; viene raffreddata. In attesa di ulteriori involuzioni, considerata l’ideologia cesarista e “antiseparatista” dei poteri della destra.
Il pericolo non è immediato, ma prospettico. Prima si separa, poi si riorganizza, infine si controlla. Si dividono le carriere in nome dell’autonomia, mentre si concentra il controllo. Il risultato è una magistratura più isolata, più cauta, più “responsabile” nel senso peggiore del termine.
Separare le carriere per migliorare l’imparzialità è un’illusione: sulla carta funziona, nella pratica frammenta l’autonomia e concentra il potere. Uno stato di diritto non ha bisogno di magistrati docili né di accusatori allineati. Ha bisogno di magistrati indipendenti. Anche quando disturbano. Soprattutto quando disturbano.
E una riforma che divide l’autonomia e unifica il controllo non va in questa direzione.
Carlo Gambescia
(*) Qui il testo in Gazzetta Ufficiale (n. 253 del 30-10-2025) della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere in giudicante e requirente e dell’istituzione della Corte disciplinare: https://www.sistemapenale.it/pdf_contenuti/1762376142_testo-legge-separazione-carriere-referendum.pdf .






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