sabato 10 gennaio 2026

Crans-Montana. Come l’Italia trasforma una tragedia in piagnisteo e propaganda

 


La tragedia di Crans-Montana è stata reale. Almeno quaranta morti, un centinaio di feriti, famiglie distrutte: basta questo a imporre rispetto e sobrietà. Tutto il resto — ed è molto — è venuto dopo. Ed è venuto male.

Nel giro di poche ore un fatto drammatico ma circoscritto, nato dall’intreccio di responsabilità private e pubbliche locali, è stato trasformato in un evento politico-identitario nazionale.

Un’operazione, in automatico, frutto velenoso di un clima mediatico-politico: rapida, prevedibile, quasi riflessa. Quando il mondo diventa troppo grande, violento e complicato – le bombe di Trump, la guerra di Putin, l’Ucraina che resiste, il Venezuela che collassa, la Groenlandia a rischio, l’Iran in fiamme – allora conviene stringere l’inquadratura. Meglio una tragedia emotivamente potente, facilmente narrabile e soprattutto domestica. I mass media vanno in automatico. Producono inevitabilmente ascolti.



Dentro questa retorica è entrato di tutto. L’attacco alla Svizzera, innanzitutto: paese di antica democrazia, neutrale, ordinato, ricco. Insomma, il bersaglio ideale per un popolo invertebrato e in fondo al cuore provinciale come l’Italia.

Inutile dire che quando noi eravamo piagnucolosi sudditi del re, loro erano già cittadini di una repubblica, ma questo dettaglio non disturba il riflesso pavloviano.

Riemerge così il vecchio odio italico verso la Svizzera come “bene rifugio”, come metropoli del capitalismo sporco secondo una mitologia anticapitalista di comodo, buona per ogni stagione e per ogni schieramento purché nazionalista. In questa occasione, infatti, neppure la sinistra ha evitato di dare spettacolo.





A questo si è aggiunta, quasi subito, una ventata di sovranismo giudiziario: l’inchiesta romana come gesto simbolico prima ancora che giuridico. Non tanto per chiarire i fatti – che competono ad altre sedi e ad altri ordinamenti – quanto per piantare una cazzo (pardon) di bandierina tricolore. “Ci pensiamo noi”. Il petto si gonfia, la complessità evapora. “L’Italia chiamò”.

I media organici alla destra, Rai in testa, hanno fatto il resto. La tragedia è diventata racconto morale, scontro tra civiltà, occasione per indignarsi a comando e, soprattutto, per non parlare d’altro. Funziona sempre: lacrime in primo piano, tutto il resto fuori campo.



Le reazioni politiche, a partire da quelle di Giorgia Meloni, sono state coerenti con questa grammatica: empatia ostentata, tono grave, retorica dell’onore nazionale. Tutto molto efficace. Tutto molto prevedibile. Tutte pericolose stupidaggini missine. Con radici nello “spezzeremo i reni alla Grecia”, pardon la Svizzera. Paese che Edda, figlia di Mussolini, “orba” del marito, in un brutto clima da Re Lear, va riconosciuto, si rifugiò con i figli. Grande Svizzera. Qualcuno  rinfreschi la memoria a Giorgia Meloni. Una fascista bussò e la Svizzera aprì.

 

Resta una domanda più scomoda: perché anche il Presidente della Repubblica si è prestato a questa rappresentazione? Non serve evocare complotti o regie. Più banalmente, le istituzioni in Italia sono spesso prigioniere dell’emozione collettiva. Sottrarsi equivale a sembrare freddi, distanti, quasi colpevoli. E così, nel tentativo di unire, si finisce per avallare una leggenda politica che unisce solo contro qualcuno. È accaduto anche questa volta.

 


Il punto di partenza, però, era semplice, quasi brutale nella sua evidenza: quei ragazzi avevano scelto liberamente di fare vacanza in Svizzera. Un atto normale, privato, liberale.

Il luogo era un locale privato. Le responsabilità, se accertate, saranno private e pubbliche locali: del gestore, delle autorità, dei controlli. Nient’altro.

Perché costruirci sopra un romanzo nazional-criminale, tipo “se prendemo la Svizzera”? Perché siamo un paese di fascisti, piagnoni e anticapitalisti. Ergo: bandiere, orgoglio ferito, tribunali simbolici, retorica nazionale. Un romanzo identitario scritto sul lutto.



Trasformare una tragedia privata in uno scontro tra “noi” e “loro” dice poco della Svizzera e molto dell’Italia: un paese che non ha mai fatto davvero i conti con il fascismo, che ama piangersi addosso, che flirta con l’autoritarismo emotivo e si proclama anticapitalista mentre ne consuma volentieri ogni beneficio.

Una tragedia vera avrebbe meritato silenzio, rigore e senso della misura. Ha avuto invece bandiere, indignazione a comando e propaganda del dolore. Ed è così che un paese evita di guardarsi allo specchio

Carlo Gambescia

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