Crediamo che un’umiliazione di proporzioni gigantesche l’abbia subita Putin. Che nel febbraio di quattro anni fa non riuscì a decapitare l’Ucraina. Zelensky, anch’egli minacciato di deportazione e processo a Mosca (si fa per dire), restò in sella, reagendo, insieme con il suo paese, come un leone.
Quindi ieri non è stata una buona giornata per Putin. Ovviamente non lo è stata per Maduro ( e consorte), i suoi militari e scherani, che dovevano difenderlo, come pure per i venezuelani, duramente bombardati dagli americani.
Gli Stati Uniti hanno ieri provato di possedere quella che un tempo i brigatisti rossi, a proposito del rapimento Moro, denominarono geometrica potenza. E verso chi? Un’ Europa in rottami, una Russia, come si dice a Roma, al di là delle chiacchiere, “con una scarpa e una ciavatta”, e infine il resto del mondo, Cina compresa.
Washington è potente, molto potente. Le istituzioni liberali americane sembrano invece contare sempre meno. Come prova la risibile giustificazione dell' attacco, nche costituzionalmente parlando, propugnata dinanzi al Congresso: proteggere coloro che dovevano consegnare il mandato d’arresto a Maduro e consorte, e quindi prelevarli.
Inoltre è in atto il riarmo americano, cosa di cui si parla ancora poco. Un processo di crescita che ha riguardato persino il nome del dipartimento della Difesa, tramutato in dipartimento della Guerra.
Non si tratta della solite cose (o accuse): imperialismo, capitalismo, dottrina di Monroe, gendarmeria mondiale, eccetera, ma della volontà di un potenza e dell’identificazione con gli Stati Uniti di un uomo solo al comando, circondato da un’élite reazionaria, nemica del liberalismo e della modernità (come insieme di valori).
Ciò che la maggior parte degli osservatori sembra non capire e che ci troviamo dinanzi a un fatto nuovo. Si pensi al risveglio di un dinosauro, sepolto, perché creduto morto nel 1945. Lo stesso Trump, cosa non da poco, ha sottolineato che un attacco come quello a Caracas non si vedeva dalla Seconda guerra mondiale.
Però – ecco il punto – non si tratta degli Stati Uniti liberali del 1945. Perché a rialzare la testa, stando al tipo cultura politica (razzista, autoritaria, militarista e diciamolo pure parafascista) che anima culturalmente la Casa Bianca, il dinosauro è tutto eccetto che liberale. Del resto Trump, seppure pubblicamente repressa, non ha mai nascosto in privato la sua ammirazione per Hitler.
E il padre del nazionalsocialismo non era esattamente un gendarme del mondo, un imperialista, un capitalista, eccetera. Hitler era una specie di barbaro che godeva a calpestare i popoli da lui ritenuti inferiori. Persino quello tedesco, se non si fosse ritenuto degno di lottare per la sua sopravvivenza (come ancora sosteneva nei giorni della sua caduta).
Trump, purtroppo per noi, si muove in questa direzione. Non ci stancheremo mai di ripetere che Trump non ha nulla in comune con i 46 presidenti che lo hanno preceduto. Trump sta distruggendo, e in modo sistematico, la Costituzione liberale scritta, più antica del mondo. Il che la dice lunga sul suo inesistente liberalismo, con buona pace di alcuni suoi fans, anche in Italia, che si dichiarano liberali e trumpiani al tempo stesso: un ossimoro.
Di conseguenza, siamo così sicuri che se sconfitto elettoralmente un personaggio del genere passerà la mano come un Churchill qualsiasi? Che vinse la Seconda guerra mondiale, perse però le elezioni e si dimise? Ovviamente la partita di Trump, proprio perché basata esclusivamente sul piano militare, è una partita complicata. Chi punta solo sulla forza deve sempre vincere. Una battuta di arresto non gioverebbe alla sua leadership. Due o tre potrebbero essere letali.
Tuttavia Trump può contare sulla debolezza di tutti gli altri antagonisti, interni e ed esterni, a cominciare dai Democratici, che persero l’occasione di distruggerlo politicamente, mettendolo sotto processo, dopo il tentato colpo di stato di Capitol Hill.
Un atto sovversivo, che è bene ricordarlo non fu una specie di protesta degenerata, ma un’azione mirata a impedire con la forza un atto costituzionale dovuto: la certificazione del risultato elettorale da parte del Congresso. E nella storia americana non c’era mai stato un assalto interno al Campidoglio con l’obiettivo esplicito di bloccare la transizione del potere e sovvertire l’esito del voto: questa fu la vera, e inquietante, novità.
E ora un uomo del genere si trova di nuovo al potere. E ha attaccato Caracas. A chi toccherà la prossima volta? Che ci vuole a tramutare in narcotrafficante chiunque finisca per ritrovarsi sulla sua strada?
Si noti anche la natura antiproibizionista, tipicamente di destra, della giustificazione evocata da Trump. Altra prova che non ha nulla di liberale. Su questo punto specifico, al posto dei liberali venezuelani, come pure degli oppositori di Maduro, che festeggiamo, anche giustamente per carità, non saremmo così sicuri, anche in caso di definitiva vittoria militare di Trump, di un pronto ritorno alla libertà. Solo un traditore dell’idea liberale come Milei, può credere in questo.
Altra cosa: Trump, come ogni nemico del liberalismo, può contare sull’onda lunga di quella internazionale delle destre, oggi definite sovraniste, ma in realtà parafasciste, molte al potere nei rispettivi paesi, che ne celebrano e giustificano “le gesta”.
Paradigmatica sotto questo aspetto la reazione di Giorgia Meloni, quella del Mussolini che ha fatto anche cose buone: “L’azione militare esterna non è la strada da percorrere”, tuttavia “il governo italiano considera legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico” .
Non meno istruttiva quella della sinistra, che riflette il lato ingenuo della sinistra mondiale. Ecco, ad esempio, le parole della Schlein: “L’azione militare di Trump in Venezuela configura un’aggressione a uno Stato sovrano che viola palesemente il diritto internazionale. La nostra Costituzione è chiara: ripudia la guerra come strumento per regolare le controversie” (*).
Il che non è falso, ma non tiene conto, che Trump ha sì violato il diritto internazionale, ma prima ancora il liberalismo, sul quale esso si fonda. Di qui la necessità, di essere pronti, anche alla guerra, se si vuole difendere il quasi miracoloso esperimento liberale, che ha due-tre secoli di vita su cinquemila anni di storia documentata. Anche contro Trump. Altro che pacifismo…
Fino a quando non si capirà che Trump è un pericolo non inferiore a quello hitleriano, e che il liberalismo non muore per un colpo di Stato improvviso ( o comunque non solo), ma per l’incapacità dei suoi difensori di riconoscere il nemico, continueremo a scambiare la prudenza per saggezza e la neutralità per realismo. Nel 1939 il mondo libero pagò carissimo questo equivoco.
Oggi rischia di ripeterlo, con una differenza decisiva: il nemico non bussa più alle porte, ma governa dall’interno. E quando il potere illiberale si presenta in uniforme pseudo-democratica, l’attesa non è una virtù: è complicità.
Carlo Gambescia







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