La conferenza stampa per lanciare una petizione popolare sulla “remigrazione”, prevista alla Camera dei deputati, viene bloccata dopo la protesta delle opposizioni. Pd, M5S e Avs occupano la sala stampa, intonano Bella ciao, l’incontro è sospeso: “Non ci sono le condizioni”. Dal fronte opposto, il deputato leghista promotore dell’iniziativa, Domenico Furgiuele, deputato della Lega, rilancia: "Ci riprovo? Sì". E giù con il consueto vittimismo: sinistra Ztl, fascismo che non esiste, lui dalla parte del popolo, eccetera.
I soliti luoghi comuni dei fascisti, per dirla in romanesco, “beccati con il sorcio in bocca”: i conferenzieri sembravano usciti dal manuale guida della squadra politica, non tanto per l’abbigliamento, quanto per l’atteggiamento strafottente, alla “me ne frego”. Che chi conosce la storia dei movimenti fascisti sa che non è solo folclore.
L’episodio però, è altamente simbolico. E proprio per questo merita di essere preso sul serio, senza indulgere né allo scandalo automatico né all’autoassoluzione rituale.
Partiamo da un punto fermo. Il problema non è — o non è solo — che si parli di “remigrazione”. Il problema è dove se ne parla. Il Parlamento non è uno spazio neutro. È una macchina simbolica potente: ciò che entra lì dentro non è semplicemente detto, è riconosciuto come dicibile entro una cornice istituzionale. Aprire le porte della Camera a un convegno di questo tipo non equivale a garantire la libertà di espressione; equivale a legittimare un lessico, un orizzonte di senso, una possibile visione dell’ordine sociale.
Ed è qui che occorre fermarsi sul concetto chiave. Che cos’è davvero la “remigrazione”. Per evitare equivoci, è utile collocare il concetto anche storicamente e politicamente, indicando attori, ambienti e riferimenti teorici che ne hanno favorito la diffusione.
La distinzione con il rimpatrio è decisiva. Il rimpatrio è, almeno in linea di principio, una misura giuridico-amministrativa che riguarda persone prive di titolo di soggiorno e si fonda su procedure individuali. La remigrazione, invece, non si basa sullo status legale, ma sull’appartenenza culturale o etnica percepita. Non risponde alla domanda “chi è irregolare?”, ma a una molto più radicale: chi non dovrebbe stare qui.
In questa prospettiva, la remigrazione può riguardare anche cittadini regolari, persone nate nel paese, individui formalmente integrati ma ritenuti “non assimilabili”. Il suo nucleo non è la gestione dei flussi, ma la ridefinizione dell’appartenenza. Quindi non è problema di indennizzi o bonus previsti dalle legge per favorire i ritorni alle terre di origine, ma di principio. Del resto, una volta passata l’ “idea” i bonus si possono pure tagliare, sopprimendo i fondi in bilancio, e così andare per le spicce.
Il punto centrale è il rovesciamento di un principio cardine dello Stato liberale: l’appartenenza fondata su diritti e cittadinanza. Al suo posto subentra un criterio carnivoro pre-politico: origine, cultura, religione, “compatibilità di civiltà”. Si è inclusi non perché si ha diritto di esserlo, ma finché si è giudicati compatibili.
Ma affondiamo ancora di più il coltello lessicale. Come detto, sul piano storico-politico, la remigrazione emerge come parola d’ordine nei circuiti dell’estrema destra identitaria europea tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila.
Qualche nome. Un riferimento intellettuale ricorrente è lo scrittore francese Renaud Camus, teorico della “sostituzione demografica” (Grand Remplacement), termine che conia esplicitamente nel 2011. Camus, lasciando da parte la sua ipotesi complottista di un perfido disegno segreto delle cattive élite apolidi, sviluppa l’idea che l’immigrazione di massa produca una trasformazione irreversibile del “popolo”, inteso come entità culturale ed etnica. In questo modo fornisce l’impianto concettuale che verrà poi ripreso da movimenti e figure politiche.
Il termine “remigrazione” viene successivamente adottato e normalizzato dai movimenti identitari in Francia (Génération Identitaire), in Austria e Germania (Identitäre Bewegung). In particolare attraverso Martin Sellner, che lo promuove come progetto di lungo periodo, graduale e formalmente “non violento”, volto a ristabilire l’omogeneità culturale delle società europee. Un’ossessione, quella della purezza, travestita da gestione razionale del sociale.
Negli ultimi anni il concetto ha iniziato a circolare anche ai margini di partiti strutturati. In Germania, settori dell’AfD ne hanno discusso apertamente in riferimento non solo ai migranti irregolari, ma anche a cittadini di origine straniera ritenuti “non integrabili”.
In Francia il termine resta ufficialmente marginale nel lessico del Rassemblement National, ma è ampiamente presente nell’ecosistema culturale che circonda il partito. Marion Maréchal, con il suo progetto politico più radicale, ha contribuito a legittimare questo orizzonte discorsivo.
In Italia il concetto compare più tardi, importato direttamente dal lessico francese, attraverso esponenti della destra radicale e dell’area neofascista. Tra i nomi più visibili figurano Roberto Vannacci e Domenico Furgiuele. CasaPound è stata tra le organizzazioni centrali nella creazione del Comitato Remigrazione e Riconquista, promotore di una proposta di legge sostenuta da figure note dell’ultradestra. L’evento alla Camera dei deputati, organizzato proprio da Furgiuele, conferma che il termine non resta più confinato alle frange radicali, ma tenta l’accesso alla rispettabilità istituzionale, seguendo una traiettoria già osservata in Francia, Germania e Austria.
Il precedente storico più istruttivo non è solo il fascismo come regime, ma il passaggio concettuale che negli anni Venti e Trenta conduce alla ricomposizione politica della triade Stato–popolo–territorio. In argomento c’è un’interessante letteratura storica, a partire dalla Tentazione fascista di Tarmo Kunnas, che offre una specie di nomenclatura in materia. In quel contesto l’appartenenza politica viene progressivamente sganciata dalla cittadinanza giuridica e ricondotta a criteri pre-politici di origine, cultura e “compatibilità”.
Il liberalismo aveva spezzato quella triade, distinguendo lo stato dalla comunità etnico-culturale e il territorio dai diritti di sangue; l’aggressiva cultura protofascista del primo Novecento tenta invece di riunificarla, trasformando l’appartenenza in una qualità sostanziale e condizionata. È questo passaggio — più che la sua forma totalitaria — che oggi la remigrazione tenta di riattualizzare, aggiornandolo in un linguaggio apparentemente democratico e gestionale.
Attenzione, la Rivoluzione conservatrice tedesca non fu razzista in senso biologico, ma fu radicalmente anti-universalista e culturalmente escludente. Lasciò in eredità concetti politicamente pericolosi — omogeneità del popolo, appartenenza pre-politica, rifiuto dell’eguaglianza liberale — che oggi riemergono, in forma aggiornata, nelle destre di ascendenza neofascista, anche quando si presentano in tailleur sartoriale. Si noti il silenzio di Giorgia Meloni sui fatti di ieri: né pro né contro. E intanto come il veleno, la parola “remigrazione” entra in circolo…
Questa traiettoria è significativa e vale la pena ribadirla, perché è decisiva: la remigrazione nasce come parola d’ordine estremista, si consolida come concetto del vocabolario politico “accettabile” e tenta infine l’accesso alla legittimazione istituzionale. Non è una semplice normalizzazione linguistica, ma la costruzione dell’orizzonte delle politiche pensabili.
“Remigrazione” suona tecnica, quasi burocratica; suggerisce ordine, simmetria, buon senso. È proprio questa patina di razionalità che la rende politicamente efficace: prima normalizza il lessico, poi rende pensabili — e infine praticabili — politiche di esclusione che, espresse in altro linguaggio, apparirebbero immediatamente come ciò che sono. In questo senso, il termine opera sull’immaginario sociale: prepara consenso passivo prima ancora che misure coercitive. In realtà è deportazione e in prospettiva – pronti a scommettere – istituzione di un corpo di polizia come l’ICE statunitense (l’America, purtroppo, fa sempre scuola, nel bene il più delle volte, ma anche nel male).
La protesta delle opposizioni appare dunque comprensibile nella sostanza, ma fragile nella forma. Occupare la sala stampa e cantare Bella ciao è un gesto emotivamente potente, ma politicamente debole. Funziona come segnale identitario, produce immagini, scalda la base. Ma non smonta il dispositivo concettuale della remigrazione, non ne esplicita la genealogia, non ne mostra gli effetti. Si limita a dire: questo non si fa.
Il rischio è evidente. Mentre l’opposizione si muove sul terreno della testimonianza morale, la destra lavora sull’egemonia culturale. Introduce parole, le rende dicibili, le fa circolare come opzioni legittime di dibattito. Ogni stop diventa pubblicità, ogni protesta una conferma del proprio status di vittima del "sistema" (la vecchia guardia almirantiana, a suo modo elegante, parlava di "Lor Signori"). Quando Furgiuele dice "ci riprovo", non sta provocando: sta pianificando.
Il punto va ripetuto, proprio perché è decisivo: il vero conflitto non è per una sala o per un evento – i soliti dispettucci infantili – ma per il vocabolario politico. Trattare la remigrazione come una posizione tra le altre significa accettare implicitamente che l’appartenenza possa diventare condizionale. Ed è una soglia che, una volta superata, difficilmente resterà confinata ai soli migranti.
In definitiva, la scena di oggi dice meno su un ritorno caricaturale del fascismo e molto di più su un mutamento più profondo: la separazione tra politica come costruzione di senso e politica come rituale morale. La prima è oggi saldamente nelle mani della destra. La seconda è spesso l’unico linguaggio rimasto all’opposizione.
La storia insegna che non vince chi canta meglio Bella ciao, ma chi riesce a definire i termini concettuali del conflitto. E oggi la battaglia decisiva non è per occupare uno spazio, ma per impedire che certe parole — una volta entrate nelle istituzioni — diventino il nuovo senso comune. E potrebbe essere già tardi.
Che fare allora? Non basta denunciare. Occorre capire che la remigrazione non è solo un termine, è un’idea politica con effetti concreti, e in quanto tale, razzista, discriminatoria e potenzialmente perseguibile penalmente. Definirla così è il primo passo per fermarla.
Carlo Gambescia







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