mercoledì 4 giugno 2014

Segnaliamo l' interessante intervista del dottor Carlo Mafera al professor Guiducci, storico della chiesa, autore  de Il Terzo Reich contro Pio XII. Papa Pacelli nei documenti nazisti (San Paolo 2013 - http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.it/2013/02/il-libro-dellasettimana-pier-luigi.html  ). 

Nell' intervista   si parla di come il Papa difese le donne della Ciociaria dalle violenze perpetrate dalle truppe coloniali francesi.  Tema scabroso, quello delle violenze, affrontato in letteratura (si pensi al famoso  romanzo di Moravia, da cui fu tratto  un bellissimo film), ma poco indagato, e seriamente, in ambito storico. (C.G.)



   

San Paolino's Voice

 NEWS FROM ROME  


RITROVATI DAL PROF. GUIDUCCI IN FRANCIA NUOVI DOCUMENTI SU PIO XII

 Nel 1944 il Pontefice difese le donne della Ciociaria dalle violenze. Intervenne pure per prevenire ulteriori stupri. Il prof. Guiducci è uno storico dell’Università Pontificia  Salesiana
 Abbiamo incontrato uno dei più preparati e informati tra gli storici della chiesa e gli abbiamo posto alcune domande sull’azione di Pio XII in un momento molto delicato della guerra di liberazione dal nazismo. Ecco cosa abbiamo scoperto grazie alle particolari doti di ricerca e approfondimento dello studioso. 
Prof. Guiducci, che avvenne nel giugno del 1944?
In Italia centrale gli alleati tentavano di sfondare la Gustav. Lungo tale linea fortificata si trovava anche il monastero di Montecassino (che fu bombardato). L’esercito del Terzo Reich resistette ad oltranza. Ci furono quattro battaglie. Fu necessario pure uno sbarco alleato a Nettunia (area di Anzio e Nettuno).



Perché Pio XII era profondamente preoccupato?
Perché i nazisti restavano posizionati a Roma e tale situazione faceva pensare a un prossimo scontro militare all’interno dell’Urbe. Si ricordi al riguardo che una prima battaglia era già avvenuta (8-10 settembre 1943) e che diversi furono i bombardamenti sulla capitale e nella zona dei Castelli. Si registrarono centinaia di morti negli stessi edifici della Santa Sede a Castelgandolfo.

Come agì il Papa?
Attraverso canali riservati attivò contatti con gli alleati e con la Wehrmacht. L’iniziativa fu tutta in salita. I comandi alleati erano convinti che l’esercito del Terzo Reich non avrebbe mutato strategia (dietro la Gustav esisteva anche la linea Hitler). E i responsabili della Wehrmacht non si dimostrarono di fatto sensibili agli appelli pontifici. Il loro problema restava quello di contenere la pressione alleata per dare tempo all’Organizzazione Todt di completare le fortificazioni sulla linea Gotica (a nord). Si spiega così anche la forte resistenza a Nettunia (per evitare un accerchiamento). La linea Hitler tenne fino al 24 maggio.

Poi sorsero ulteriori problemi …
Sì. Gli alleati sfondarono la Gustav grazie all’azione dei francesi. Questi, però, utilizzarono truppe del nord Africa, i “marocchini” (in realtà operarono anche algerini). Le truppe indigene, dopo la vittoria, si resero protagoniste di stupri di massa a Eusonia, Esperia (700 casi), Pico, Lenola, San Giovanni Incarico… Alla fine si arriverà a una cifra di alcune migliaia. Tale dato include donne e uomini, sacerdoti (don Alberto Terilli, parroco di Esperia) e suore, bambini e anziani.
Qualcuno ha scritto che il Vaticano, informato tardi, non fece granché per fermare quegli orrori.
Questo non è esatto. La Santa Sede venne informata da diversi ambienti della Ciociaria, specie da esponenti cattolici (don Augusto Lombardi, padre Ambrogio Marafiota, don Giuseppe De Filippi…) che raggiunsero alti ecclesiastici nati anche loro nelle zone ove imperversavano le truppe indigene. Ricordo qui il cardinale Domenico Iorio. Appena arrivarono i primi messaggi si pose un problema: come fermare delle truppe scatenate? Pio XII dette ordine alla Segreteria di Stato di attivare molteplici canali.

Quale fu il canale più importante?
Il primo canale si identifica con lo stesso Pio XII che il 18 giugno ricevette in udienza il generale Charles De Gaulle. Questi interagì sia con Juin che con il generale Augustin Guillaume. Il secondo canale fu il cardinale francese Tisserant. Doveva prendere immediati contatti con il generale Juin. Io ho ritrovato, appunto, le lettere intercorse tra Tisserant e Juin. Sono conservate in Francia da Hennequin Paule a Mas Galangau (Montferrer). Questa anziana signorina è la pronipote di Tisserant. Ho individuato anche documenti di estremo interesse storico riguardanti la tutela dei profughi.

Altri canali vaticani?
La Santa Sede ebbe contatti con Maurice Couve de Murville (rappresentante a Roma del governo provvisorio di Algeri). Questi scrisse a Juin. Non mancarono poi messaggi e incontri con esponenti del governo italiano (Ivanoe Bonomi scrisse all’ammiraglio Ellery Wheeler Stone, presidente della Commissione Alleata di Controllo; De Gasperi scrisse a Tisserant), con membri dei servizi segreti inglesi, con il ministro Guérin, con il nunzio Roncalli… Si devono poi ricordare i testi pubblicati sull’Osservatore Romano (ad es. 28 e 30 luglio 44, 4-7-8 ottobre 44).

Quale fu il ruolo dell’Osservatore Romano?
Di denuncia e di condanna. Ad esempio, il giorno 28 luglio 44 informò sulle tragiche violenze consumate una volta ancora da soldati marocchini contro alcune donne, salite in un treno a Ciampino. Due giorni dopo il quotidiano non ebbe remore a scrivere che “da parte ufficiale non abbiam visto -o ci è sfuggito- né deplorazione, né assicurazioni in proposito”. Nel numero del 4 ottobre 44 si trova scritto: “Le truppe marocchine venute in Italia con gli Alleati, non l’hanno lasciata -come forse pensano i più- assieme alla maggior parte delle truppe francesi allorché furono dislocate da questo su altri fronti. I marocchini sono accampati tutt’ora in alcune località delle province di Roma, Littoria, Napoli, Salerno e Trapani, ove rendono per così dire croniche purtroppo quelle loro violenze che, anche ove trascorrevano, come una folata di tempesta, lasciavano sempre tracce gravissime”. Nello stesso articolo si alza il tono di voce: “È veramente tempo che si risolva e finisca una simile condizione di cose. La quale ha addirittura dell’assurdo e per i princìpi e fini cui si ispirano le forze Alleate e per la nessuna ragione militare o politica di questa permanenza in terra altrui di truppe indisciplinate, indisciplinabili e quindi inservibili a qualsiasi scopo”.
La situazione era quindi gravissima…
Sì. Le truppe indigene si macchiarono di nuovi reati sia nei dintorni di Roma, sia in zone della Toscana. Si trattava di mandarle via. La grave preoccupazione vaticana riguardava una loro permanenza nell’Italia settentrionale. Quest’ansia segnò anche l’operato dei vescovi. L’arcivescovo di Siena, mons. Mario Toccabelli, incontrò Juin e lo informò che aveva autorizzato una difesa armata nei casolari a rischio di attacchi da parte dei marocchini. Fece anche vedere delle bombe a mano a Juin. Ne fa un cenno lo stesso Osservatore Romano del 4 ottobre 44.
Prof. Guiducci, come spiega il silenzio sulle “marocchinate”?
Non tutte le vittime vollero tornare a raccontare a estranei delle situazioni aberranti (impalamenti, crocifissioni, violenze con i fucili, amputazione di parti del corpo umano, contagio sifilide). A livello francese si cercò di portare avanti una linea di mezzo: ammettere con riferimento ad alcuni casi (con risarcimento), e “attenuare” in altre situazioni. In realtà il problema più evidente fu legato al trattato di pace con l’Italia del 10 febbraio 1947. L’articolo 76 impegnava il nostro Paese a rinunciare a presentare reclami agli alleati per qualunque situazione avvenuta durante il secondo conflitto mondiale.
Alcuni autori francesi affermano che il generale Juin non firmò alcun proclama mirato a consentire alle truppe indigene due giorni di violenze impunite, come premio in caso di sfondamento della Gustav…
In alcuni testi si riporta un volantino. Non è stato però ritrovato l’originale. Il fatto, però, che nel giugno 44 le violenze ebbero un carattere “di massa”, a differenza di altri comportamenti penalmente rilevanti commessi in seguito, fa pensare a una condiscendenza di organi superiori.
In definitiva, Professore, l’azione di Pio XII fu quindi quella più incisiva…
Sì, certamente. Il Papa riuscì a evitare uno scontro armato nell’Urbe, ottenne alla fine un trasferimento delle truppe indigene, e sostenne i soccorsi spirituali e materiali a favore delle popolazioni martoriate.
dalla recente Intervista del Dott. Carlo Mafera al Prof. Guiducci 

FONTE: 

http://carlomafera.wordpress.com/2014/06/01/ritrovati-dal-prof-guiducci-in-francia-nuovi-documenti-su-pio-xii/ 



martedì 3 giugno 2014

Pubblichiamo  con piacere  il  post  di Domenico Coluccio.  Che, dal punto di vista logico-argomentativo -  ossia  del  coerente sviluppo delle premesse  enunciate -  non fa una piega.  Inoltre, il  lettore,  per così dire lato destro (molto in fondo...),  non   potrà non   apprezzare  echi  evoliani  e di  altri autori non conformisti,  molto amati sempre  in quelle contrade.   
Di particolare interesse, la difesa a spada tratta delle élite politiche: un'autentica perorazione, forse a tinte troppo fosche, che tuttavia, chiunque ami Pareto e Mosca, teorici di un liberalismo aristocratico, non potrà non  apprezzare.  
Insomma, Coluccio  mette a  disposizione  un ricco materiale  di  lavoro  intorno a una certa idea di  destra: tradizionalista ma  non tradizionale (o costituzionale),  conservatrice senza essere rivoluzionaria alla tedesca "tra le due guerre",   antidemocratica, aristocratica e nemica del liberismo economico. In qualche misura  la citazione iniziale di Sergio Romano  è una specie di leva per sollevare (e rovesciare) il  mondo moderno. Anche contro lo stesso Sergio Romano, liberale classico.   Per andare dove?  
Magari, in merito, chiederemo a Coluccio un altro articolo.   Buona lettura (C.G.)      
       


La destra e la  selezione dei migliori
di Domenico Coluccio (*)




Affronterò il tema del compito prioritario della destra politica partendo da una lunga citazione tratta dalla prefazione di Sergio Romano al Manifesto dei conservatori di Giuseppe Prezzolini:

«Al centro di ogni mutevole strategia conservatrice vi è la ferma convinzione – talvolta ipocritamente taciuta o non chiaramente formulata – che gli uomini non nascono uguali e diventano, con il passare del tempo, ancora più disuguali di quanto non lo fossero al momento della nascita. In altri tempi il conservatore riteneva che il modo migliore per affermare concretamente il principio della disuguaglianza fosse quello di affidare le funzioni del potere, per quanto possibile, a un ristretto ceto sociale. Oggi, in condizioni alquanto diverse, il conservatore cerca di raggiungere lo stesso obiettivo con altri mezzi: la scelta dei migliori e la selezione naturale. Ma la preoccupazione è sempre la stessa: tradurre nella realtà il principio che gli uomini non sono uguali, che le loro opinioni non hanno lo stesso peso e che la responsabilità non può essere distribuita a pioggia sul corpo sociale. Il conservatore non ama la democrazia ugualitaria perché essa tende sempre a cancellare il confine tra l’intelligenza e l’ignoranza, tra l’esperienza e l’improntitudine, tra la competenza professionale e il dilettantismo, tra la serietà e la demagogia. Il conservatore è ostile allo Stato sociale quando esso tende a neutralizzare quei severi meccanismi di selezione da cui dipende in ultima analisi la scelta dei migliori e il riconoscimento del merito.»

L’ambasciatore Romano, usando parole insolitamente esplicite, pone la questione della selezione dei migliori in termini che non sono né liberali (non contempla la competizione regolata dal principio delle pari opportunità), né democratici (non prevede la legittimazione dal basso dei governanti).
L’ostilità del conservatore, però, dovrebbe essere rivolta allo Stato tout court, in forza dell’equivalenza tra lo Stato moderno e la divinità dei tre monoteismi abramitici, che crea gli uomini ineguali ma pretende che si considerino eguali tra loro, li crea nemici (si pensi a Caino ed Abele, ad Esaù e Giacobbe) ma pretende che si considerino fratelli, ed intende la giustizia come elevazione degli ultimi e repressione dei potenti, realizzando così un’eguaglianza artificiale che altera la gerarchia naturale dei talenti.
Lo Stato moderno, prodotto della tecnica che razionalizza l’esistenza al fine di renderla sicura, prevedibile e calcolabile, ha tradotto in realtà l’ossessione per l’eguaglianza dei tre monoteismi abramitici calando, per mezzo della forza coercitiva della legge e del suo braccio operativo, gli apparati burocratici, una gabbia livellante ed opprimente su un sostrato biologico, intellettivo, caratteriale e destinico ineguale, allo scopo di includere gli uomini, considerati artificialmente eguali tra loro, in uno spazio politico razionale e paritario, libero da violenza e da dominio arbitrario, nel quale ciascuno persegue i propri interessi economici al fine di conseguire la felicità consistente nel procurarsi, agendo nel mercato, la combinazione di beni e servizi che meglio ne soddisfa i bisogni.
Il liberalismo rompe i rapporti di subordinazione, emancipa, ed il potere politico, che sempre ed ovunque è stato considerato necessario, diviene improvvisamente malvagio, tanto da tripartirlo in esecutivo, legislativo e giudiziario, attuando il governo delle leggi (la ratio, prevedibile e calcolabile), in luogo del governo degli uomini (la voluntas, considerata arbitraria ed irrazionale), in quanto il modello antropologico sottostante, in assenza della gabbia livellante dello Stato, vi sarebbe sottomesso.
Il liberalismo ha anche invertito il modo in cui si prendono le decisioni vincolanti per la società: mentre in precedenza era scontato che fosse la minoranza dei migliori, dei sapienti, dei competenti, a decidere per tutti, con l’epoca liberale è stato introdotto il principio di maggioranza, per cui, in un’assemblea rappresentativa, sono coloro che conoscono soltanto la propria convenienza, ma non hanno una visione di insieme, a stabilire la norma valida per tutti, predomina dunque la mera forza del numero, una quantità, in tal modo si è separata la melior pars, la minoranza qualificata, dalla maior pars, la maggioranza degli incompetenti, i quali ora decidono il destino dei popoli.
Non essendovi più trasmissione ereditaria del potere, il criterio maggioritario è stato esteso anche al modo in cui vengono scelti i vertici politici della società, con l’elezione di rappresentanti e governanti a maggioranza dei suffragi, dopo aver attribuito ai cittadini un voto capitario che ne equipara le opinioni al fine di contarle, rendendo così impossibile che l’élite degli eletti coincida con l’élite di fatto costituita dall’esigua minoranza di uomini che sono realmente i migliori per qualità e competenza.
Il vanto della moderna società degli eguali è la mobilità sociale, ciascuno ha il posto che gli compete in funzione delle valutazioni effettuate dal sistema di istruzione di massa, che però assegna agli studenti un valore burocratico in base all’apprendimento pedestre e mnemonico dell’insieme delle nozioni inutili da conoscere, avvantaggiando quelli meno dotati con l’uniformità della didattica, favorendoli con gli espedienti burocratici del voto massimo, che equipara l’ottuso volenteroso al genio, e (in Italia) del valore legale del titolo di studio, che consente di ascendere burocraticamente la scala sociale tramite lo Stato, datore di lavoro di ultima istanza obbligato ad accettare i titoli che esso stesso emette.
Da ultimo, come criterio di selezione dei migliori, c’è il mercato, che, nel fissare il valore quantitativo di un uomo, esprime le preferenze oggettive della collettività alle quali chiunque deve assoggettarsi come ad un decreto divino, il cui giudizio è strutturalmente avverso alla qualità, un calciatore varrà sempre più di un genio che, indigente in vita, se sarà fortunato avrà gloria postuma, oltre ad essere miope, essendo incapace di segnalare problemi e necessità a lunga scadenza, compito che spetterebbe alla politica, che, però, vincolata dalle scadenze elettorali, non può assumere prospettive lungimiranti.
Lo sforzo di eliminare l’irrazionalità della decisione politica ha condotto dunque alla supremazia del mercato, che, come luogo di scambio di merci e servizi, è sempre esistito, ma mai, prima dell’epoca moderna, era assurto al rango di regolatore dell’esistenza degli uomini e delle nazioni, in virtù della preferenza liberale per il governo delle leggi, estese, nel liberismo, a quelle economiche, che hanno soppiantato la politica, dopo aver eliminato, con il materialismo, il fondamento spirituale della vita.
I tre sistemi legittimi di selezione degli uomini, come si è visto, falliscono lo scopo di individuare i migliori, e questo significa che un’élite in senso etimologico può formarsi soltanto al di fuori dello Stato moderno e del mercato, selezionando gli elementi sulla base di criteri extraeconomici, tenendone in considerazioni il livello di intelligenza e le qualità caratteriali, ponendo attenzione alla formazione di sé, e deve avere l’obiettivo prioritario di macellare il Leviatano, nemico costituzionale della qualità.
Questa dev’essere la missione della destra politica, che, riconoscendo la naturale ineguaglianza degli uomini, ritiene che si debbano attribuire le funzioni del potere alla minoranza qualificata, senza dover passare attraverso la legittimazione dal basso, in quanto soltanto i migliori sanno riconoscere i propri simili e selezionarli in funzione del compito che spetta ad essi, dando così a ciascuno il suo.

Domenico Coluccio

(*) Nato nella Repubblica Italiana, uno Stato costituzionalmente avverso al merito che mi ha rubato la vita, nel 2003 ho attuato il passaggio al bosco rifugiandomi nella foresta del Ribelle, che per me ha assunto la forma di una biblioteca. Da allora vivo per ribaltare il paradigma corrente.


lunedì 2 giugno 2014



Cara Bimba Liquerizia,
come vivete voi giovani la Festa della Repubblica del 2 giugno?
Col. Emerenziano Paronzini
Caro Emmy,
ma non era già morto Scalfari? Ciao.
***
Cara Bimba Liquerizia,
sei un bel tipino, mi garbi. Hai votato per me?
Renzo Traffichino
Ciao Renzo,
non ho votato. La prox se vuoi che ti voti gli 80 € li metti nella scheda.

***
Cara Bimba Liquerizia,
sei una figêua che me gusta. Hai votato per me?
Grilletto S. Carico
Caro Grilletto,
non ho votato. La prox se vuoi che ti voti mi fai eleggere in Parlamento.
P.S. lì poi voto sempre come vuoi tu, ok?
 ***
Cara Bimba Liquerizia,
consentimi di dirti che sei una simpatica birichina. Hai votato per me?
Silver Plate
Caro Silver,
io non ho votato. Però ti ha votato Puzzetta, il mio chihuahua. Ti faccio rispondere da lui:


Ill.mo Cav. Silver Plate,
La ammiro e La voto da sempre con canina fedeltà. Mi consenta di ringraziarLa dal profondo del cuore per questa campagna elettorale, nella quale Ella ha nobilmente messo al centro delle Sue attenzioni e preoccupazioni il dr. Dudù, umile membro della Ns. categoria, sinora così spesso negletta e abbandonata, specie nei mesi estivi. Prima di lasciarLa ai Suoi impegni umanitari, mi permetto di suggerirLe che forse proprio a noi chihuahua, per quanto gli ultimi degli ultimi tra i cani, Ella potrà ispirarsi nelle Sue presenti, spinose difficoltà: non siamo forse da sempre abituati, nonostante i frequenti crolli nervosi a cui siamo soggetti, a giungere nudi alla meta? Suo per sempre ed oltre
Puzzetta


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

sabato 31 maggio 2014

L'Appello a Napolitano  di Aldo Canovari

Riceviamo, e volentieri  pubblichiamo l’Appello al Presidente della Repubblica di Aldo Canovari, editore e fondatore della Casa Editrice Liberilibri di Macerata. Nell'Appello  si chiede al Capo dello Stato, stante la difficile situazione economica in cui versa l'Italia,   di rinunciare, esemplarmente, alla metà  (o  in  misura maggiore ) degli   emolumenti e dei  vitalizi  percepiti come presidente, parlamentare italiano ed europeo. Dell'Appello condividiamo spirito e lettera, nonché i preziosi  richiami a Carl Schmitt e al diritto politico romano. Purtroppo, sul suo esito nutriamo qualche dubbio. Tuttavia, non potevamo non metterci a disposizione. E per una semplice ragione:  le cause  nobili e difficili  vanno sempre sposate proprio perché nobili e difficili.  (C.G.)



                     APPELLO AL CAPO DELLO STATO  

Illustre Signor Presidente,
vincendo un paralizzante timore reverenziale nei confronti dell’alto ufficio che Ella ricopre, ma incoraggiato dalla Sua acuta sensibilità per le condizioni in cui è ridotta una gran parte del popolo italiano, mi permetto rivolgerle il seguente Appello.
   Signor Presidente, nessuna persona sensata e onesta ha più alcun dubbio sulla indilazionabile  necessità morale ancor prima che economica di porre fine alle  scandalose super-retribuzioni dei vertici della burocrazia, della magistratura, delle Forze armate e degli enti economici pubblici e parapubblici; e su questa strada  il Governo si è già avviato con il recentissimo decreto legge.
   Tale decreto, che dovrà percorrere un campo minato da probabili eccezioni di incostituzionalità, peraltro non tocca - come non può toccare – l’assetto retributivo degli organi costituzionali (Quirinale, Parlamento, Consulta) i quali godono di piena autonomia.
   Ma tale preclusione giuridica, agli occhi del popolo al quale non vale certo opporre argomenti meramente legalistici, appare una stortura morale incomprensibile, tanto più poiché siamo – Lei ne converrà –  in un momento che può schmittianamente qualificarsi come “stato d’eccezione”.
   E in una condizione come questa, ove si vogliano prevenire azioni da Senatus consultum ultimum, la soluzione può risiedere solamente in un Suo gesto.
   Un Suo gesto forte, nobile ed esemplare che solo per effetto di trascinamento da moral suasion  indurrà anche gli altri organi costituzionali, e non solo quelli,  ad imitarla.
   Signor Presidente, Lei avrà già capito a cosa mi riferisco.
   In un giorno e ad un’ora di massimo ascolto, attraverso tutti i mezzi radio-televisivi rivolga un messaggio agli Italiani con cui annuncerà di rinunciare alla metà (o altra maggior misura che Ella riterrà più congrua) dei Suoi emolumenti di Capo dello Stato e dei Suoi vitalizi di parlamentare italiano ed europeo.
   L’effetto sarà sicuro e dirompente. Non un solo membro dei vertici del Quirinale, un solo membro della Camera, del Senato, della Corte costituzionale…  avrà la sfrontatezza di non seguire il Suo esempio.   E se certamente non basterà questo a sanare il deficit dello Stato, il valore morale di un simile gesto avrà però conseguenze positive incalcolabili, perché servirà a restituire ai cittadini comuni quella fiducia che hanno perso nei confronti dei loro rappresentanti in parlamento, dei governanti e nelle più alte cariche dello Stato, percepiti ormai solo come parassiti dannosi alla comunità.
   Signor Presidente, può esser certo che un “sacrificio” economico spontaneo di tale misura non renderà indigente il Presidente della Repubblica italiana  (la media degli appannaggi dei presidenti di altri Paesi, come ad esempio gli Stati Uniti d’America, la Francia, la Germania, è di gran lunga inferiore a quello del Presidente italiano), né di conseguenza potrà ledere la Sua dignità. Al contrario, la nobiltà e la liberalità del gesto l’accresceranno, e susciteranno rispetto e ammirazione nei cittadini italiani e nei popoli di altre nazioni, dando prova che il Capo dello Stato, massimo rappresentante del popolo italiano, non solo predica sacrifici per il suo popolo, ma è anche il primo a praticarli.

   Signor Presidente, la Sua persona, che già si è conquistata un posto di grande onore nel breve arco di questo decennio, resterà immortalata nella storia dei decenni a venire.
   E la profonda stima che nutro per Lei mi autorizza a confidare che, per il bene del nostro Paese, vorrà prendere in convinta considerazione questo mio Appello.

Macerata, li 5 maggio 2014                                                                                                                                                                        
                                                                                                                   Rispettosamente,

                                                                                                                     Aldo Canovari

venerdì 30 maggio 2014


Forse la sinistra ha trovato il suo Gian Burrasca
Viva Renzi col pomodoro!
di Teodoro Klitsche de la Grange




A Renzi sono stati dati diversi soprannomi: da “rottamatore” che è un programma ed un augurio ad “ebetino” che è un errore, perché il fiorentino non sappiamo se sarà un grande statista, ma sicuramente è assai furbo (una golpe lo avrebbe chiamato il Suo più illustre concittadino).
A me sembra che quello che, finora lo rende meglio, sia quello di Gian Burrasca. Non tanto perché anche il tremendo ragazzino gli era concittadino, ma perché, nell’ambiente in cui si muove trova tanti personaggi simili a quelli del libro di Vamba.
Ad esempio il cognato di Giannino Stoppani, l’avv. Maralli, tribuno socialista, anticlericale, ma che si sposa (clandestinamente) nella chiesetta di campagna, per evitare di perdere i voti dei compagni fiorentini. Così da guadagnarsi l’epiteto di “mangiapreti in città, bigotto in campagna” dagli avversari.
Quanti avvocati Maralli trovate nella sinistra italiana (per la verità non pochi anche nella destra)? E il nostro Gian Burrasca in diverse occasioni li ha messi alla berlina. Ad esempio quando ha ricordato che la sinistra vintage ripeteva da un ventennio tutti i giorni il ritornello del “conflitto d’interessi” di Berlusconi, non prendendo nessuna iniziativa per risolverlo nei circa nove-dieci anni in cui è stata al governo dal 1994.
Ma non mancano i Calpurni (il direttore del collegio Pierpaolo Pierpaoli, sussiegoso, ma incolto e poco perspicace): qualche tempo fa rispedì al mittente i soliti parrucconi della sinistra  culturale – che intendevano fargli una “lezione di democrazia”, di cui i suddetti avrebbero avuto bisogno più di Renzi, non foss’altro perché ne facevano una faccenda “giuridica”, quando è materia politica.
Se pensiamo alla zia Bettina, la zia zitella di Gian Burrasca, che crede che l’anima dell’unico pretendente avuto nella sua vita si sia impiantata nel vaso di fiori, il pensiero corre subito ad un personaggio del PD, nubile e toscana. Ma più che alla suddetta, quante donne e uomini che votano PD credono agli spiriti, alle idee, ai giudizi dei trapassati (anzi strapassati) del “secolo breve”? Ed agli idola, Pareto scriverebbe alle derivazioni, i cui fantasmi si aggirano – sempre meno – per l’Europa e il mondo? Tanti. Ed è a questi che Gian Burrasca potrà tanto giovare; ridestandoli dal sonno ideologico in cui si sono (e li hanno) rinchiusi anche dopo il crollo del comunismo. Una cura di sano pragmatismo, di percezione dei problemi e sfide nuovi, cui urgono risposte nuove, e che non si possono trovare nel Cile di Allende o nella Berlino di Rosa Luxemburg, è quello che Renzi sta praticando.
E che se gli riesce sarà un grande passo in avanti per la sinistra e per la democrazia italiana, che si troveranno più adeguate al presente, mentre spesso lo erano (e lo sono) al passato.
Non auspichiamo comunque che pratichi ai compagni come fa Giannino Stoppani, la cura riservata a Calpurnio e alla di esso consorte, dopo la seduta spiritica: un sacco di legnate.

Teodoro Klitsche de la Grange



Teodoro Klitsche de la Grange è avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/  ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009), Funzionarismo (2014).

giovedì 29 maggio 2014

La rivista della settimana: “éléments”, avril-juin 2014, n.  131, pp. 64, Euro 5,50 - 


http://www.revue-elements.com/elements-Europe-Marche-ou-Europe-Puissance.html

L’ultimo  fascicolo di “éléments” (avril-juin 2014, n.  131) ruota in larga parte intorno all’approfondimento dell’ idea di guerra.  Nel bene  e nel male.  Non è numero speciale: si tratta di un filo rosso che sembra   sottendere  i principali contributi.
Comincia Robert de Herte (Alain de Benoist)  nell’editoriale,   dove, rievocando "l'actualité" del  1914,  si asserisce, in linea con certo marxismo,  come il  capitalismo nei momenti di crisi,  pur di non  rallentare  i processi di accumulazione,  finisca  sempre per indossare l'uniforme militare.  Schumpeter (per non parlare del conte di  Saint-Simon,  Comte e Spencer, vissuti però prima del 1914) non sarebbe d’accordo.  Ma tant'è.  
Si prosegue  con un’intervista al filosofo Robert Redeker, attento indagatore   del processo di trasformazione del soldato classico in soldato moderno. Tradotto:  da guerriero a gendarme.
Dopo di che, giunge puntuale  una rievocazione dell’Ernst Jünger guerriero,  non solo della penna.  Particolarmente interessante l’intervista di Alain de Benoist a Julien Hervier, amico, traduttore ed editore dello scrittore tedesco, con interessanti  accenni  ai  “Carnets” della guerra 1914-1918.   Notevole l'inedito (in Francia): "Je m'incline devant ceux qui sont tombés", discorso  del 1979,  tenuto a Verdun, in occasione della commemorazione  dei caduti.      
Infine, il piatto forte del fascicolo è rappresentato dal focus dedicato a “Europe-Marché ou Europe- Puissance” con scritti di Alain de Benoist,  Felix Morès, Gérard Dussouy, Éric Maulin, Pierre  Le Vigan.  Praticamente l’Europa attuale, così com’è,  terreno di caccia di  burocrati,  neppure benevoli, viene smontata pezzo per pezzo.  Quel colpisce è il realismo che distingue  le diverse analisi.
Il punto, insomma,  non è quello di uscire o meno dall’Euro, bensì di conferire una volontà politica a  un’unificazione necessaria,  ma per ora solo economica.  Come?  Qui le ricette si diversificano: si va dallo stato federale al recupero -  intanto sul piano dell’immaginario -  dell’idea di impero, ma in chiave minimalista.  Infatti,  in qualche misura, l’idea, tutta politica (schmittiana) di Europa  si coniuga con la necessità -  come sottolinea Alain de Benoist -  del pochi ma buoni,  stretti intorno a un  “noyau carolingien”. Perciò, secondo il pensatore francese, più ci si allarga economicamente, come è avvenuto  dal 2004 in poi, più si perde in qualità politica. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Che si debba passare attraverso un’altra guerra?  Alain de Benoist, non lo esclude, ma non dice esplicitamente contro chi?  Di sicuro, però, non contro la Germania.   


Carlo Gambescia        

mercoledì 28 maggio 2014

La crisi della cultura di destra in tre parole
Prepotenti, ignoranti, pagliacci



La pulcinellata di Ferrara, capace solo di giocare con il proprio ego e  pensare contro ( nel caso contro Grillo),  è la  triste riprova della pochezza culturale della destra italiana. Che potremmo condensare in tre parole: autoreferenzialità, pochissime  letture e  zero libri importanti, propensione alle pagliacciate.
Ci spieghiamo subito.
Autoreferenzialità: le culture di destra (cattolici, liberali,  conservatori) non comunicano e  di regola  si guardano in cagnesco. La prepotenza sembra essere la  regola.  Inoltre, al loro interno sono  frazionate  in correnti: le une contro le altre armate. Semplificando: cattolici tradizionalisti  e moderati, magari relativisti; liberali di destra e sinistra; conservatori classici  e  neofascisti (dalle  più strane  e inquietanti osservanze).
Poche letture e zero libri importanti: il fenomeno si è acuito negli ultimi venticinque anni. In giro  non si scorgono organizzatori di cultura come Cattabiani,   giornalisti del calibro di  Montanelli,  filosofi  del valore di Del Noce.   
Propensione alle pagliacciate: due nomi per tutti,  Ferrara e Sgarbi.
In questo  vuoto, ovviamente, ci si aggrappa al puro e semplice essere contro, alla cultura dell’invettiva, al servilismo verso  chi paga stipendi e collaborazioni.    
Resta infine un piccolo nucleo di cultura  liberale, discosto ma di  grande qualità: oltre, ovviamente, a Giovanni Sartori, si pensi  ad Angelo  Panebianco, a  giornalisti come Piero  Ostellino,  a filosofi  come Corrado  Ocone,  a  case editrici  come Rubbettino e Liberilibri.  Un  gruppetto di agguerriti intellettuali non privo, come dicevamo, di  tensioni politiche  interne .  E che però  dà  l’impressione di convenire su un punto:  rifuggire  dallo schierarsi a destra,  nel timore  - riteniamo - di   favorire  non tanto  la parte sbagliata,  quanto  di  ritrovarsi  in mezzo  a  un pugno di  ignoranti e prepotenti.   Un rischio che,  come abbiamo visto,  esiste.
Hic sunt leones.   
Carlo Gambescia