mercoledì 7 ottobre 2026

Che fine ha fatto il fascismo libertario?

 

Oggi il “Secolo d’Italia” apre a tutta pagina sull’“incubo Sessantotto”. Il riferimento è alle proteste studentesche francesi, agli scontri di Parigi e alla presenza di una delegazione della sinistra studentesca italiana. Il titolo è significativo: il Sessantotto, a quasi sessant’anni di distanza, continua evidentemente a funzionare come uno degli spauracchi identitari della destra italiana. E allora una domanda ci viene spontanea: che fine ha fatto il “fascismo libertario”?

Una piccola premessa sul Sessantotto e la destra. In quell’anno Giano Accame aveva assunto su “Il Borghese” una posizione assai più aperta verso la contestazione giovanile rispetto alla linea prevalente del giornale, arrivando a sostenere che alcuni temi della protesta fossero già stati anticipati dalla destra, in quello che definì un vero e proprio “furto ideologico”. Una posizione che lo portò a rassegnare le dimissioni dal giornale. Diciamo: da “fascista libertario”. Accame vedeva nel Sessantotto anche una rivolta contro la società moderna e riteneva che, dietro la contestazione, vi fossero istanze che la destra aveva già espresso. Una posizione che lo mise in contrasto con l’ambiente del giornale e con la lettura assai più ostile di Julius Evola (*).

Dopo di che? Nell’ultimo periodo dell’epopea politica di Gianfranco Fini, dopo il celebre “che fai, mi cacci?” rivolto a Berlusconi, uscì un libro che puntualmente recensimmo (**). Si intitolava In alto a destra. Attorno a Fini: tre anni di idee che sconvolgono la politica, a cura di Giuliano Compagno (Coniglio Editore, 2010). Il volume raccoglieva interventi prodotti nell’area finiana a partire dal 2007 e si presentava come una sorta di laboratorio per una destra nuova, libera dalle vecchie contrapposizioni ideologiche.

Tra gli autori figuravano, oltre a Compagno, Filippo Rossi, Flavia Perina, Luciano Lanna, Alessandro Campi e Umberto Croppi. L’obiettivo dichiarato era ambizioso: una forza “libertaria”, sensibile alla modernità, capace di superare le vecchie categorie di destra e sinistra. Lanna, poi, come una talpa cognitiva sempre in cerca di radici, andò ancora più a fondo e scrisse Il fascista libertario (Sperling & Kupfer, 2011). Il titolo era già una provocazione: mettere insieme due parole che, sul piano politico e concettuale, sembrano difficilmente conciliabili. Il libro ricostruiva l’immaginario di una generazione di destra cresciuta negli anni Settanta, dai campi Hobbit a una nuova destra poco conformista e, nelle intenzioni dell’autore, molto libertaria. Nel suo pantheon finivano De André e Guccini, Che Guevara e Kerouac, Longanesi e Pound, Flaiano e Montanelli, fino a Vasco Rossi.

Era, insomma, il tentativo di raccontare una destra che voleva uscire dal recinto missino senza necessariamente passare dall’altra parte del recinto. Una destra postfascista che cercava nella contaminazione culturale, nella modernità e nella libertà individuale una possibile legittimazione politica. Sono passati quindici anni. E oggi, ripetiamo, il “Secolo d’Italia” ci ripropone il Sessantotto come “incubo”.

Nulla di male, naturalmente, nel criticare il Sessantotto. Il Sessantotto è stato molte cose: emancipazione e conformismo, libertà e ideologia, liberazione dei costumi e politicizzazione totalizzante della vita quotidiana. Ma proprio per questo la domanda diventa interessante: che cosa resta, nella destra di governo, di quella cultura libertaria che avrebbe dovuto superare il vecchio anticomunismo identitario?

Perché il problema, ieri come oggi, è molto semplice: una destra, prima di essere libertaria, deve essere liberale. Deve cioè anteporre, per forma mentis acquisita attraverso lo studio, la pratica e la serietà degli intenti, l’individuo alla società, alla comunità, allo Stato. Deve diffidare del potere quando pretende di disciplinare la vita privata. Deve considerare la libertà un principio e non un premio concesso ai cittadini meritevoli. Deve avere qualche sospetto nei confronti delle proibizioni, delle pedagogie di Stato e delle campagne contro questo o quel costume sociale. Altrimenti il libertarismo resta un aggettivo ornamentale. Per farla breve: il libertarismo è il grado superlativo del liberalismo, che invece è il grado positivo. Se non c’è il buono, cioè il liberalismo, non può esserci l’ottimo, cioè il libertarismo.

Ed è qui che il vecchio “fascista libertario” comincia a scricchiolare. Perché una cosa è ascoltare De André, leggere Kerouac, simpatizzare perfino con Che Guevara e frequentare il pantheon degli anticonformisti. Un’altra cosa è costruire una cultura politica fondata sulla libertà individuale. La prima è una questione di sensibilità. La seconda è una questione di istituzioni. La prima può produrre una destra più simpatica. La seconda dovrebbe produrre una destra più liberale. Ed è precisamente questo il punto sul quale il postfascismo italiano, nel suo lungo viaggio da Almirante a Meloni, sembra non avere mai compiuto fino in fondo il salto.

Oggi, infatti, ci troviamo davanti a una destra che rivendica con forza “Dio, patria e famiglia”, che esalta l’identità nazionale, che guarda con sospetto a molte trasformazioni culturali e che considera spesso lo Stato uno strumento naturale per proteggere la società dalle conseguenze della modernità.

Non è esattamente il programma del libertario. E non basta aggiungere qualche riferimento alla libertà per cambiare la sostanza. Basta guardare alla crescente enfasi posta sulla sicurezza urbana, alle cosiddette “zone rosse”, ai Daspo e alla tendenza a trattare la protesta nello spazio pubblico soprattutto come un problema di ordine pubblico.

Si può naturalmente sostenere che una democrazia debba garantire sicurezza e convivenza civile. Ma il punto liberale è un altro: fino a che punto lo Stato può comprimere la libertà di movimento, di riunione e di manifestazione per prevenire comportamenti soltanto potenzialmente pericolosi? Il libertario dovrebbe essere il primo a porsi questa domanda. Non perché debba simpatizzare con ogni manifestante, ma perché la libertà si misura soprattutto quando a esercitarla sono persone che non ci piacciono.                                                                   


È questo, forse, il punto decisivo. Il liberalismo non consiste nell’essere anticonformisti quando l’anticonformismo piace alla propria tribù. Consiste nell’accettare la libertà anche quando produce risultati che non ci piacciono. E qui il vecchio “fascismo libertario” incontra il suo limite storico. Forse non era un progetto politico compiuto. Forse era soprattutto un’operazione culturale. Forse era, più semplicemente, il tentativo di una generazione di destra di uscire dall’ombra del Movimento sociale senza rinnegare completamente le proprie origini. In ogni caso, oggi il bilancio appare piuttosto magro.

La destra italiana ha conquistato il governo. Ma il fascista libertario non sembra aver conquistato la destra. Anzi, mentre il Secolo d’Italia continua a evocare l’“incubo Sessantotto”, viene quasi da chiedersi se quel Sessantotto non sia diventato il sostituto simbolico di un’altra paura: quella di una destra finalmente libera dalle proprie radici comunitarie, nazionali e identitarie. Una destra liberale, insomma. Che non è il massimo. Ma che potrebbe essere la cosa più sovversiva che potrebbe capitare alla destra italiana.                                                         


Quanto agli ideologi di ieri, sarebbe interessante sapere che cosa pensano oggi. Giuliano Compagno, intellettuale vero, si è soprattutto ritirato nella letteratura e nella cultura; Filippo Rossi, lodevolmente, in perfetta coerenza con le sue idee libertarie, continua a rivendicare una destra liberale e antipopulista; Flavia Perina, che è forse il caso più interessante, scrive sulla “Stampa” e osserva spesso criticamente, e giustamente, la destra realmente esistente: “La destra in cui credo (credevo?) legalitaria, libertaria, all’avanguardia nei diritti e nello spirito civico – non esiste e forse non esisterà mai!” (dal suo blog sul “Fatto Quotidiano”).

Luciano Lanna, invece, dal 2023 dirige il Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura; Alessandro Campi, dopo essere stato commissario straordinario dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano su nomina del ministro Sangiuliano nel 2023, ne è oggi il direttore, con un incarico di sei anni; Umberto Croppi, infine, dal 2025 presiede l’Accademia di Belle Arti di Roma, nominato dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini.

Sia chiaro: non è naturalmente il caso di confondere una nomina con un’adesione politica. Ci mancherebbe altro. Non è in discussione, ovviamentela correttezza personale dei protagonisti. Ma il dato è culturalmente curioso: alcuni dei principali protagonisti di quella destra che voleva rinnovare il postfascismo sono oggi approdati, con percorsi e responsabilità diverse, nelle istituzioni culturali dello Stato, anche sotto il governo della destra. Non resta che prenderne (laicamente) atto.

Noi una risposta l’avevamo già data. Oggi, forse, potremmo aggiornarla così: il libertarismo è rimasto senza destra. Oppure, più probabilmente, la destra non è mai diventata libertaria.

E il Sessantotto, dopo quasi sessant’anni, continua a fare paura. La libertà, evidentemente, un po’ di più.

Carlo Gambescia

Foto (nell’ordine); Evola-Accame, G. Compagno, F. Rossi, F. Perina, A. Campi, L. Lanna, U. Croppi.

(*) Su Giano Accame rinviamo al nostro: Retorica della transigenza. Giano Accame attraverso i suoi libri, Edizioni Il Foglio, 2018.

(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2010/08/il-libro-della-settimana.html.

(***) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2011/02/il-libro-della-settimana-lucianolanna.html.

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