In principio fu Tony Negri, che, in un suo libro di battaglia di molti anni fa, Impero, magnificò la figura di un nuovo San Francesco che capeggiasse le famose “moltitudini”, globali, surrogato della classe operaia marxiana. E ora è il turno di Benigni, al quale siamo sempre grati per un film come “La vita è bella”, meno per questa sua ultima mania degli speciali: prima Dante, ora tocca a San Francesco. Serate, di regola, Rai, in cui Benigni tenta di conquistare le “moltitudini” televisive. Per non parlare di Papa Francesco, al quale si deve anche il revival cattolico del Santo di Assisi.
L’aspetto che qui interessa evidenziare è che sia Negri che Benigni presentano San Francesco come un rivoluzionario. Si tratta di un’interpretazione oggi molto diffusa a sinistra. Ma, attenzione, non è affatto una prerogativa della sinistra: anche il fascismo cercò a suo tempo di appropriarsi politicamente della figura di Francesco. Mussolini, nel messaggio del 28 novembre 1925 per il VII centenario della morte del Santo, lo definì “il più santo dei santi”. Nel 1926, poi, il fascismo ne fece un’icona nazionale. E oggi, 4 ottobre, vedremo come se la caverà Giorgia Meloni, abilissima, anche lei, nell’uso politico delle figure simboliche.
Non abbiamo mai creduto a questa versione – semplificando – buonista-rivoluzionaria. Se San Francesco era un rivoluzionario, cosa dire di Lutero? Attenzione: rivoluzionario nel senso di incidere fortemente sulle strutture di potere della Chiesa.
Fu riformatore dall’interno? Forse. Il movimento francescano, come insegna la metapolitica, si trasformò in istituzione, cioè in ordine. Il carisma si fece organizzazione. Lutero, a parte la personalità per nulla serafica, sfasciò tutto, per dirla alla buona. Pur trasformando, inevitabilmente, anche il suo movimento in istituzione – luteranesimo, per non parlare degli effetti a cascata – fuori e contro la Chiesa di Roma, la Grande Meretrice. San Francesco non usò mai un simile linguaggio.
Diciamo allora che chi insiste sulla natura rivoluzionaria di San Francesco, a cominciare dal suo verace impegno per la pace, che all’epoca però non riuscì a modificare gli equilibri della Terrasanta, lo rilegge con lenti luterane. Il che spiega, ad esempio, una certa lettura modernizzante del francescanesimo, fino al modernismo attribuito a Papa Francesco.
Però Lutero, politicamente parlando, fu un conservatore. Del resto, che poteva fare se non chiedere protezione ai principi tedeschi, pronti a incamerare le terre della Chiesa di Roma? Diciamo pure un conservatore-rivoluzionario. E non è una definizione inventata a posteriori. Nel clima intellettuale tedesco che precedette e accompagnò la cosiddetta “Rivoluzione conservatrice”, Lutero fu esplicitamente annoverato tra i grandi “rivoluzionari conservatori”.
Nel 1919 Dietrich Ferchau scriveva sulla rivista amburghese “Deutsches Volkstum” (“Identità Tedesca”), allora diretta da Wilhelm Stapel (nome di spicco) e destinata a diventare uno degli organi della destra intellettuale della cosiddetta “Rivoluzione conservatrice”: “I nostri più grandi sono stati rivoluzionari conservatori: Lutero, Fichte, Bismarck”. Una triade, diciamolo, tutt’altro che casuale.
Molti anni dopo, nella Germania di Weimar, la formula “Rivoluzione conservatrice” sarebbe diventata il nome convenzionale di una costellazione di correnti politico-intellettuali della destra radicale e nazional-conservatrice.
Lutero non fu, naturalmente, un uomo della “Rivoluzione conservatrice” novecentesca: fu piuttosto, come abbiamo visto, una delle figure storiche che quella tradizione rileggerà e assumerà come propria. Una tradizione che, con le sue diverse correnti e responsabilità, contribuì a preparare quel clima culturale e politico nel quale sarebbe maturata la vicenda che condusse al nazismo e a Hitler. Non una causa, dunque, ma neppure una parentesi innocua.
E qui il paradosso si fa interessante. Lutero fu politicamente conservatore, ma produsse una rottura religiosa di proporzioni enormi. Appoggiò i principi contro i contadini e non fu certo un apostolo della libertà politica, come del resto è noto il suo antisemitismo. Tuttavia, il suo richiamo alla coscienza, alla Scrittura e al rapporto non mediato del credente con la verità religiosa avrebbe contribuito, insieme ad altri filoni intellettuali, alla lunga storia della pluralizzazione religiosa e della libertà moderna. Non era liberalismo, naturalmente. Ma poteva diventare, fuori dal suo contesto originario, uno degli ingredienti del vocabolario cognitivo della modernità liberale.
Forse, se il liberalismo tedesco fu più indulgente verso lo Stato rispetto all’area anglofona, lo si deve anche a quella particolare miscela di individualismo religioso e conservatorismo politico che il luteranesimo contribuì a sedimentare nella cultura tedesca. Non una causa unica, dunque, ma una componente di quella storia.
Ora, a parte l’impegno per la pace, a San Francesco non possiamo riconoscere nulla di tutto questo. Non si inginocchiò forse dinanzi a Papa Onorio III? Non cercò forse, al contrario di Lutero, di riformare la cristianità senza spezzarne l’unità? Il suo radicalismo fu quello della povertà, della predicazione e della testimonianza personale. Non quello della demolizione di un ordine ecclesiastico.
A qualcuno dispiacerà, ma il vero rivoluzionario, seppure conservatore, fu Lutero. Non perché fosse un liberale ante litteram: non lo fu. E nemmeno perché la Riforma conducesse automaticamente al liberalismo: non fu così. Ma perché la sua rottura incise sulle strutture di potere della Chiesa occidentale e aprì una frattura che nessuna restaurazione avrebbe più potuto ricomporre.
Di lui, però, si parla meno volentieri come di un possibile antecedente della modernità liberale. Perché? Anche per la semplice ragione che, oltre al fatto che appoggiò i principi tedeschi contro i contadini, in Lutero – o meglio, nel suo vocabolario cognitivo – c’è traccia di qualcosa che, separato dal suo contesto originario, confluirà nella storia della libertà moderna. E, per contro, tutti conosciamo qual è stato ed è il giudizio di Negri, Benigni e, in forme diverse, di buona parte della cultura progressista contemporanea nei riguardi di un pensiero che ha contribuito a fare grande la modernità liberale. Negativo.
E non è soltanto una questione di cultura progressista: basti pensare, su un altro piano e con ben altre intenzioni, alla diffidenza di papa Francesco verso l’autonomia del mercato e verso quella tradizione liberale che ne fa un principio ordinatore della società. Che però, particolare curioso (ma non per tutti), sullo stesso Lutero è stato piuttosto conciliante: nel 2016 disse che le sue intenzioni “non erano sbagliate” e nel 2017 parlò positivamente della rilettura storica della Riforma. Stesso atteggiamento, da lui nutrito, nei riguardi del Luteranesimo.
Forse è proprio questo il punto: San Francesco può essere tranquillamente trasformato in un rivoluzionario perché la sua rivoluzione è stata privata della sua radicalità religiosa e restituita alla modernità come fraternità, pace, ambiente e inclusione. Lutero, invece, disturba di più. Perché ricorda che la modernità liberale non fu il semplice esito di una genealogia progressiva e lineare, ma anche il prodotto inatteso di fratture religiose, conflitti politici e conservatorismi che nessuno, al loro apparire, avrebbe scambiato per anticipazioni del liberalismo.
Carlo Gambescia






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