martedì 13 ottobre 2026

Da Catenacci a Vannacci. Quando il fascista smette di far ridere

 


Giorgio Bracardi ci ha lasciato. Aveva 93 anni e alle spalle una vita spesa nello spettacolo, ma definirlo semplicemente un attore comico sarebbe riduttivo. Era musicista, pianista, cantante, compositore, autore: un artista poliedrico, capace di trasformare una voce, un rumore, una smorfia in un personaggio indimenticabile. Da Scarpantibus a Max Vinella, fino a Ermanno Catenacci, ha contribuito a fare di "Alto Gradimento" una delle esperienze più originali della radio italiana. Con Renzo Arbore, Gianni Boncompagni e Mario Marenco ha inventato un mondo surreale che non aveva bisogno di chiedere il permesso alla realtà.

Gli ultimi anni, tuttavia, sembrano essere stati meno felici. Bracardi e Arbore si erano allontanati, anche a causa di una controversia sulla paternità di Alto Gradimento. Bracardi aveva contestato il riconoscimento del proprio contributo alla trasmissione. Non possiamo stabilire quanto ci fosse di fondato nelle sue accuse, ma possiamo ricordare che dietro la grande stagione della radio c’erano anche questioni di riconoscimento professionale, di prestigio e di rapporti di forza. Perché Arbore, diciamolo, è un po’ il Garibaldi dell’etere: intoccabile, celebrato, circondato da un consenso per cui sembra quasi sconveniente avanzare qualche riserva. Guai a parlare male dell’Eroe dei Due Mondi radiofonici! Eppure, anche i grandi sodalizi hanno le loro ombre. Il successo non distribuisce necessariamente i meriti in parti uguali (*).



Ma veniamo a Catenacci. Il fascista in camicia nera, nostalgico del Duce, convinto che ogni problema possa essere risolto con un ordine, una manganellata e una buona dose di disciplina. Bracardi ne aveva fatto una maschera irresistibile. Catenacci prendeva sul serio se stesso, ed era proprio questo a renderlo comico: la pomposità del gerarca, il culto dell’uomo forte, la retorica patriottica, la rozzezza elevata a virtù politica. Una caricatura che pescava, con la semplicità dei grandi artisti, in una zona profonda dell’anima nera degli italiani.

Basta fare un giro a Predappio per incontrare qualche Catenacci in carne e ossa. Il fascismo da souvenir, il nostalgico in posa, il culto di un passato immaginato come un’età dell’ordine: folclore politico, certo. Ma sarebbe un errore considerarlo sempre innocuo. Il folclore può essere il residuo pittoresco di un’epoca; può anche conservare, sotto la cenere, una concezione autoritaria della società. La nostalgia, insomma, non è necessariamente una maschera vuota.

A questo punto entra in scena Roberto Vannacci.  Sul punto  c’è  dato di cronaca che rende il tema particolarmente attuale. Ieri, sul “Corriere della Sera”, Aldo Cazzullo ha rievocato Ermanno Catenacci, il nostalgico fascista inventato da Giorgio Bracardi, osservando che oggi circolano personaggi che gli somigliano, ma che non stanno recitando. Il riferimento, neppure troppo velato, è a Roberto Vannacci: Cazzullo ricorda che il personaggio di Bracardi  “è all’8 per cento” e potrebbe persino arrivare al governo.

Cazzullo coglie un punto importante, ma poi rischia di accontentarsi della battuta. Nel suo racconto dell’Italia, spesso, tutti i salmi finiscono in gloria: il paese si smarrisce, si agita, si lascia sedurre da qualche cattivo esempio, ma alla fine sembra sempre trovare una superiore saggezza. Peccato che la storia non sia un salmo e che la democrazia non garantisca conversioni dell’ultima ora. Il problema non è stabilire se gli italiani siano, in fondo, migliori di come appaiono. È capire perché certi richiami continuino a trovare ascolto.

Naturalmente Catenacci e Vannacci non sono la stessa cosa. Il primo era un personaggio comico, il secondo un protagonista della politica reale. Non c’è una genealogia diretta da dimostrare, ma una continuità culturale da interrogare. Catenacci rappresentava il lato folcloristico dell’autoritarismo; Vannacci ha individuato, come un rabdomante, una vena già esistente nella società italiana e ha provato a trasformarla in consenso politico. Una vena d’acqua, sì, ma non particolarmente potabile: vi scorrono il risentimento identitario, la diffidenza verso la diversità, il richiamo alla gerarchia e la nostalgia per un ordine nel quale qualcuno decide e gli altri obbediscono.

Non tutti coloro che votano Vannacci sono fascisti. Sarebbe una sciocchezza liquidare così motivazioni elettorali diverse, che possono comprendere protesta, sfiducia nei partiti tradizionali e paura del cambiamento. Ma sarebbe altrettanto sciocco ignorare le idee che alimentano un’offerta politica. Quando l’identità viene presentata come perennemente minacciata, la diversità come un pericolo e l’autorità come una virtù in sé, il problema riguarda il rapporto tra società e libertà. Per noi liberali, la libertà non consiste nel poter imporre agli altri la propria idea di nazione, di famiglia o di vita. Consiste nel riconoscere che gli individui possono vivere diversamente, nel rispetto della legge e dei diritti altrui.

Resta la risata. E qui conviene diffidare delle consolazioni facili. “Una risata vi seppellirà”: la formula anarchica è suggestiva, ma non costituisce una legge della storia. La satira,  da Hans Christian Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore ( 1837),  può mettere in difficoltà il potere, smontarne la solennità, rivelarne il ridicolo. Ma può anche essere tollerata, assorbita, neutralizzata. Si può ridere del tiranno e continuare a obbedirgli; si può ridicolizzare il fascista e poi votare qualcuno che ripropone, in forme diverse, parte del suo repertorio. La risata non è un vaccino contro l’autoritarismo. Confidare troppo nel suo potere liberatorio può diventare persino pericoloso: mentre noi ridiamo, qualcun altro raccoglie voti.                                                      

 


Bracardi ci ha regalato un Catenacci che faceva ridere proprio perché metteva a nudo la miseria del piccolo uomo autoritario. Ma non dobbiamo confondere la capacità di riconoscere il ridicolo con quella di sconfiggere le idee che lo alimentano. L’anima nera degli italiani non è una condanna nazionale, né un’essenza immutabile. È una possibilità che riemerge quando le paure, i risentimenti e il desiderio di obbedire a un capo trovano un’offerta politica capace di organizzarli.

Addio, dunque, a Giorgio Bracardi, artista ben più grande delle sue macchiette. Gli dobbiamo molte risate, ma anche una lezione involontaria. Il fascista può diventare una maschera comica senza cessare di essere una tentazione politica.

Catenacci faceva ridere. Vannacci, invece, cerca voti. E quando l’anima nera trova un rabdomante, c’è poco da ridere.

Carlo Gambescia

Foto di copertina: Ideazione e focus concettuale di Carlo Gambescia , elaborazione grafica digitale a cura di Nano 2.

 (*) Qui un video sulla vicenda Bracardi-Arbore. Lo  si guarda con malinconia, soprattutto per Bracardi: un Don Chisciotte fuori tempo massimo, che continua a combattere la propria battaglia quando il mondo sembra aver già voltato pagina: https://www.youtube.com/watch?v=6fhjH2Tnt .


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