giovedì 5 agosto 2010



Il libro della settimana: Giuliano Compagno (a cura di), In alto a destra: tre anni di idee che sconvolgono la politica, scritti di Campi, Croppi, Lanna, Perina e altri, Coniglio Editore 2010, pp. 287, euro 14,50 - 


http://www.coniglioeditore.it/jom/



Chiunque abbia letto i Dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed, scopre subito come In alto a destra. Attorno a Fini: tre anni di idee che sconvolgono la politica (Coniglio editore 2010, pp. 288, euro 14,50) sia sconvolgente quanto una puntata televisiva del Bagaglino.
John Reed, per così dire, navigò con Lenin e Trotsky. Mentre Compagno, Campi, Croppi, Lanna, Perina, Rossi, Terranova & Co. si ritrovano in barca con Gianfranco Fini. Se Reed, Lenin e Trotsky cacciavano la balena, i “secolisti”, per usare il linguaggio caro a Martufello, al massimo “vanno a cannolicchi”…
Quel che colpisce è la presunzione. Cosa che talvolta non guasta. A patto però di non contraddirsi quasi ad ogni pagina. Un esempio: il libro martella sulla fine della dicotomia destra/sinistra. Scrive Giuliano Compagno, dettando la linea:

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“Da una lettura attenta di questa raccolta di articoli, ripresi dal “Secolo” da “Ffwebmagazine” e da “Charta Minuta”, si trae infatti il convincimento che la destra, quale categoria del politico, non sia più definibile con certezza, in essa albergando, semmai fosse, tanto un’ampia polisemia di riferimenti concettuali quanto un esteso richiamo a opere, a pensatori e a miti che hanno illustrato il Nostro Novecento, per tacere di un passato ancor più remoto. D’altronde va anche da sé che un’ eventuale oltre-destra non potesse più essere proposta attraverso auspici terza forzisti o barricaderi, né men che meno proclamata in nome di impraticabili binomi nazional-sociali o popolari che fossero” (p. 5) .
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Benissimo. Ma che c’entrano con l’ “eventuale oltre-destra” Sarkozy e Cameron? Indicati più avanti da Campi e Lanna come modelli per Fini? Perché evocare i cieli dell’ “’oltre-destra” per poi ripiegare su due mestieranti terra terra.
Ma c’è dell’altro. Nota Campi:

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“Da una destra, sotto ogni latitudine, ci si aspetta che difenda lo Stato e l’unità nazionale, che stia dalla parte dei giudici e della legge, che combatta ogni forma di monopolio o concentrazione del potere nel nome di un elementare principio di giustizia ed equità sociale, che guardi al futuro rispettando la storia e il passato, che abbia a cuore la tenuta del tessuto sociale, che difenda la legalità e una qualche moralità pubblica, che tenga alta l’etica del lavoro, che si batta per la valorizzazione del merito, che sappia usare parole forti contro i mali del mondo senza per questo schiumare bava dalla bocca, che faccia da freno alla volgarità dei costumi. Questo ci si aspetta da una destra che sia tale” (p.216).
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Perfetto. Ma tutto questo che c’entra con l’ “oltre-destra” e con il volare alto? Il programma di Campi - che ricorda tanto i discorsi di fine anno di Giovanni Leone - potrebbe essere condiviso anche dall’elettore rasoterra che vota Casini.
Allora dov’è l’imbroglio? E’ nella cortina fumogena “culturale”, da roof garden con vista sulla metapolitica, in cui si vuole avvolgere un progetto di bassa cucina politica, da sottoscala, rivolto a insediare Fini al posto di Berlusconi, all’insegna di un nuovo doroteismo. Un mostriciattolo che nel libro si ribattezza con il nome di “destra maggioritaria”. Contenti loro.
Ma c’è anche un movente freudiano. Quello di superare antichi complessi d’inferiorità, cercando di accreditarsi a sinistra come destra “buonista” e “libertaria”, capace di prendere le distanze da un “cattivismo”, inventato o enfatizzato dalla sinistra. Ma in che modo? Liberandosi, scrive Filippo Rossi, quasi in lacrime, da quella

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“ mutazione genetica che l’ha fatta passare [la destra, n.d.r.] da una concezione maggioritaria, solare, vitalista, attivista, volontaristica a una concezione recriminatoria, antagonista, minoritaria, ‘cattiva’ dell’azione politica. In perenne ricerca di una identità perduta, la destra italiana troppe volte si è arresa accentando l’identità che altri le imponevano. Rimestando nel torbido della storia recente, facendosi carico dell’indicibile e dell’ingiustificabile" (pp. 45-46).
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Oddìo, il mea culpa su un pendant delinquenziale, non assente neppure a sinistra, può anche starci. Se non che per combattere la presunta deriva “cattivista”, si inventa di sana pianta la leggenda della destra “buonista” e “libertaria”. Quando il problema resta invece di ricostruire la storia dal 1919 al 1994, evitando le leggende “buoniste” o “cattiviste”. Insomma, storicizzare è una cosa, inventare, o peggio mistificare, una tradizione un’altra.
Esemplare in merito, lasciando stare le fantasiose genealogie di cui il libro è pieno - già criticate con Nicola Vacca in A destra per caso - quel che Luciano Lanna, novello Mago di Oz, osserva, celebrando ad usum Fini (non è un lapsus…) il ‘77:

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“Non a caso in quei giorni, dopo un trentennio egemonizzato da Marx, Gramsci, Freud e il neorealismo, riaffiorano i libri di Nietzsche, Schmitt, Guénon, Céline, Artaud, Gurdjieff, Jünger e Pessoa. Qualcosa cambiava nel profondo. Qualcuno iniziava a rompere gli schemi e a sottrarsi alla logica militarizzata della guerra per bande. Gli indiani metropolitani, infine. Fecero la prima apparizione ufficiale con la contestazione alla prima della Scala, nel dicembre del ’76 e si configurarono subito come qualcosa che rompeva con la retorica della militanza marxista-leninista. Un po’ come Tolkien per la destra. E’ quello infatti anche l’anno del primo campo Hobbit: la destra giovanile intuisce la potenzialità della metapolitica, dell’impegno sul fronte dell’egemonia e dell’immaginario, il primato della società civile. Le casualità profetiche, infine. Emergono improvvisamente protagonisti della politica che verrà. Gianfranco Fini arriva alla guida dei giovani di destra, Massimo D’Alema diventa segretario della Fgci, Silvio Berlusconi, fino ad allora un imprenditore edile, decidere di scendere in campo nel settore della comunicazione” (pp. 264-265).
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Capito, il giro di parole? Solo per arrivare al Fini “guida dei giovani di destra”. Senza però far cenno al fatto che l’inamidato delfino di Almirante, che le foto dell’epoca ritraevano in impermeabile burberry, (tipica mise da indiano metropolitano…), rappresentò per il Fronte della Gioventù la restaurazione almirantiana. Altro che libertarismo e rottura degli schemi! Gli schemi provò a romperli Marco Tarchi, opponendosi alla battaglia (libertaria?) di Almirante per la pena di morte, sottoscritta anche da Fini… E infatti Tarchi venne messo fuori del partito. Casualità profetica anche questa?
Infine In alto a destra ha un altro punto debole: non si parla di economia. Ad esempio, si trascura Giano Accame, mentre si ricorda giustamente Beppe Niccolai, non menzionandone però le convinzioni sicuramente non filo-capitaliste. Si rievoca Bruno de Finetti, matematico e statistico, senza però andare a fondo. Del colto Goffredo Fofi si lascia cadere l’interessante osservazione sui modelli capitalistici di Agnelli (vincente) e di Adriano Olivetti (perdente). Stesso discorso per Geminello Alvi, pur ricordato come critico delle “rendite oligarchiche”. Anche Pound è citato, ma di economia monetaria “zeru tituli”.
La spiegazione è semplice: qualsiasi critica al modello di sviluppo del capitalismo all’italiana, rischia veramente di “sconvolgere la politica”. Sicuramente l’ultima delle preoccupazioni di Compagno, Campi, Croppi & Co. Troppo impegnati in cucina. 

Carlo Gambescia



mercoledì 4 agosto 2010


Ortopolitica
Italia terra dei cachi o dei complotti?




Berlusconi non vuole mollare, Fini inciucia con i democristiani, Bersani propone Tremonti alla guida di un governo post-Cavaliere, Vendola candida se stesso, Grillo pure. Di Pietro, infine, vuole arrestare chiunque sulla giustizia non la pensi come lui. E dulcis in fundo, il presidente Napolitano da oggi è in vacanza a Stromboli... Tanto la situazione politica è così tranquilla...
Tutti si azzannano come se l’Italia fosse da anni fuori corso al pari della vecchia Lira. E gli italiani? Un po’ se ne fregano, un po’ invidiano e si invidiano, un po’ si arrangiano. Anche perché per l’ “italiano medio” l’Italia come patria comune non esiste: non c’è passato, non c’ è futuro, solo un presente all’insegna del si salvi chi può. O del proprio Ego, se si preferisce: si pensi alla fama cui oggi è assurto un personaggio come Corona. E la Chiesa? Non ha mai amato troppo l’Italia. Quasi quanto gli industriali, come Marchionne da ultimo insegna. Il mondo della cultura? Vuole vivere bene. Assomiglia al mondo della politica. E per vivere “bene” non si deve fare cultura sul serio, televisione, magari sì. Del resto la fama dell’Italia all’estero è ferma da un pezzo sulle figure ingessate di Dante, Leonardo e Michelangelo
Due giorni fa si è celebrata la ricorrenza della Strage di Bologna. Si è vista un’Italia unita? No. Da una parte lo Stato latitante, dall’altra un’adunata, non sediziosa, bensì astiosa. Ma come - si dice - sopravvissuti e famiglie chiedono solo giustizia? Al tempo, giustizia c’è stata, almeno in tribunale. Perché non smetterla una volta per tutta con il maledetto gioco al rialzo “dei livelli direttivi” delle trame? Perché “tirarsi in faccia” i morti solo per ragioni di tasca ideologica? Soprattutto quando c’è una sentenza passata in giudicato…
L’unica passione che unisce gli italiani sembra essere quella per la dietrologia. Passione che, ovviamente, spalanca le porte alla denigrazione politica. Purtroppo, a differenza di certe ricariche per cellulare, più ci si denigra, meno si ricarica l’Italia… Inoltre siamo davanti a un’ “arte” esercitata non su fogli clandestini ma sulle prime pagine dei giornali più importanti, a destra come a sinistra.
Ecco, se tra noi c’è un’idea diffusa dell’Italia, sicuramente è quella del paese "governato" dagli incappucciati. Che tristezza.

Carlo Gambescia

lunedì 2 agosto 2010

 Forma e sostanza

Fini e la Presidenza della Camera


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In questa Italia dove ci si fa eleggere con un partito, per poi (ri)fondarne un altro di colore opposto o quasi, ci tocca pure indossare i panni curiali del costituzionalista, noi modesti studiosi di sociologia. Ci spieghiamo meglio.
Se alla Presidenza della Camera al posto di Fini vi fosse un Rutelli, uscito, mettiamo, dal Pd forza di governo, per creare un partito in pratica fiancheggiatore dell’opposizione berlusconiana, Bersani, Di Pietro, “Repubblica” & Company ne chiederebbero le dimissioni un giorno sì e l' altro pure.
Apparentemente non c’è leva costituzionale che obblighi l’ex delfino di Almirante alle dimissioni. In realtà però - questione sulla quale si è glissato, ovviamente a sinistra - tutti i precedenti Presidenti della Camera repubblicana non hanno mai ricoperto durante il loro incarico il ruolo di segretario politico del partito di provenienza, inclusi gli ultimi due (Casini e Bertinotti)… Mentre Fini addirittura ha (ri)fondato un partito (Futuro e Libertà per l’Italia) di cui è il capo di fatto se non pure di diritto.
Certo, se sollecitato, Fini potrebbe trasferire l’incarico politico ad altri e restare Presidente della Camera.
Rimane però un altro fatto importante. Nel 1994 (Primo Governo Berlusconi) venne interrotta la prassi per cui uno dei due Presidenti doveva appartenere alla maggioranza e l’altro al maggior gruppo di opposizione. Da allora fino ad oggi, la coalizione prevalente alle elezioni ha nominato come Presidenti di Camera e Senato esponenti della maggioranza stessa. Quindi Fini, dopo il salto della quaglia, sarebbe fuori.
Certo, l’ex fascista del Duemila per ora, appoggia, così dice, il Governo Berlusconi dall’esterno, e quindi nominalmente fa parte di questa maggioranza. Di conseguenza la forma sarebbe salva.
Ma la sostanza no. E la democrazia pure.

Carlo Gambescia
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venerdì 30 luglio 2010


Berlusconi "caccia" Fini 
Legislatura agli sgoccioli?



E’ finita. Ma non in Parlamento. La "cacciata" di Fini apre un periodo di seria instabilità, in fondo al quale rischiano di esserci le elezioni anticipate.
Alcune osservazioni.
Dal punto di vista dell’immagine, il PdL esce a pezzi. Di fatto e (tra poco) anche di diritto, il partito del predellino non esiste più. Inoltre, sarà facile per la sinistra riciclare l’immagine del Berlusconi padre-padrone. E a Fini di presentarsi agli occhi (iniettati di sangue) degli antiberlusconiani come vittima designata e difensore della moralità nazionale. Ma come si comporteranno con l’ex delfino di Almirante, in caso di elezioni, gli elettori del centrodestra? Sarà un massacro. Fini sembra destinato a subire la sorte di Segni (altro ambiziosetto, prima "ipercoccolato", poi scaricato dai salotti mediatici di sinistra). Detto altrimenti, condannato a sparire per mancanza di truppe elettorali: gli elettori fascisti-fascisti e quelli arciberlusconiani lo odiano, rispettivamente, quanto Badoglio e Prodi, mentre per i moderati antiberlusconiani c'è già bello e pronto Casini. Certo, resta sempre la possibilità di presentarsi - contrattando da posizioni di minoranza i singoli collegi elettorali - all'interno di una gigantesca e fantasiosa alleanza anti-Berlusconi (da Bersani a Nichi Vendola e Italo Bocchino). Ma, una volta eletto, Fini rischierebbe di dover dipendere dall'umore altalenante e dalla puzza sotto il naso del centrosinistra, al cui interno i quattro gatti finiani sarebbero la classica "destra foglia di fico". E nel quadro di uno schieramento complessivo improvvisato e perciò destinato a durare, in caso di vittoria, ancora meno del Governo Berlusconi.
Dal punto di vista politico, si prepara, come accennato, un periodo di seria instabilità. L’appoggio esterno promesso dai finiani rischia di trasformarsi alla prima occasione in voto contrario. Inoltre, sarà molto difficile per il Cavaliere scalzare Fini dalla Presidenza della Camera. Per quanto ne sappiamo, non esiste norma che contempli le dimissioni di Fini. Si prepara perciò un autunno tempestoso. Anche perché in caso di crisi, non crediamo nella possibilità della nascita di un governo tecnico. Uno, perché Napolitano non è Scalfaro. Due, perché il Paese, e non solo quello filoberlusconiano, lo giudicherebbe una specie di "microcolpo" di stato. Tre, un governo tecnico, a sua volta, non avrebbe i voti del Pdl e probabilmente neppure quelli della Lega. Di qui la prospettiva di una vita parlamentare altrettanto instabile e breve. Insomma, dietro l'angolo in caso di avvitamento della crisi si scorgono solo le elezioni anticipate...
Dal punto di vista della lotta politica, diciamo che Berlusconi ha aspettato troppo per “espellere” Fini dal PdL, permettendogli così di organizzarsi e di poter rappresentare, grazie a una cinquantina di deputati, una seria minaccia per la sopravvivenza del Governo. Per contro, Fini ha tirato troppo la corda, spinto dal proprio ego e da quello ancora più spropositato di consiglieri presuntuosi e poco avveduti Perché la mezza sconfitta di oggi, rischia di tramutarsi, in caso di elezioni, in sconfitta totale o, come abbiano accennato, in un modesto contratto di guardiania notturna (perché di giorno impresentabile...) all'interno di un centrosinistra a banda larghissima. Infine, sorvolando sulle questioni antropologiche di fondo (opportunismo, ingratitudine, grettezza, presunzione, eccetera) resta veramente difficile credere nella buona fede dell’ ex “Fascista del Duemila”. Dal momento che Fini quando è “entrato” (perché l’idea era di Berlusconi) nel partito del predellino, conosceva benissimo gli insoluti morali del Cavaliere, i suoi amici e frequentazioni, nonché la sua volontà di usare il panzerfaust nelle questioni giudiziarie… Poteva perciò rifiutarsi di "co-fondare" - verbo che piace tanto a Fini... - il partito unico. Perché non ha parlato subito chiaro e tondo ?
Una cosa comunque è sicura: il voto degli italiani anche in questa occasione sembra contare meno di zero. Povera democrazia.

Carlo Gambescia

giovedì 29 luglio 2010

La rivista della settimana: “Catholica”, Été 2010, n. 108, pp. 144, euro 12,00.

http://www.catholica.fr/

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Ghiotto, come sempre, il fascicolo appena uscito di “Catholica” (Été 2010, n. 108, pp. 144, euro 12,00 ). La rivista si apre con un interessante editoriale di Gilles Dumont - docente di Diritto Pubblico all'Università di Nantes - dove si sviscera una questione oggi fondamentale. Quella della progressiva disarticolazione delle identità storiche, cui si affianca lo sviluppo di artificiali “culture” dei diritti, contrarie alle idee di bene comune e di doveri condivisi.
Siamo perciò davanti a una società che "commercia" - e commerciando controlla gli individui - in diversità culturale. Spesso creandola ad arte come un qualsiasi bene economico. Un tema, questo, brillantemente sviluppato nella parte monografica della rivista, dedicata appunto a “Le grand marché de la diversité” . Dove spicca la pirotecnica analisi di Claude Polin (Retour à Proudhon?). Si badi, un "ritorno" in senso ironico... Dal momento che Polin, offrendo interessanti materiali di riflessione, mostra di scorgere in Proudhon il padre di una visione impolitica del sociale, basata sul miracoloso equilibrio di interessi "diversi". Un credo oggi molto diffuso e condiviso, che rinvia
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"a un anarchismo ben temperato o a un liberalismo intelligentemente egoista o illuminato. Una concezione che si può appunto ritrovare nella dottrina proudhoniana e che culmina, come sempre capita quando si rifiuta la trascendenza, in una società basata esclusivamente sui rapporti di forza. O per dirla altrimenti, nella società priva di qualsiasi forma di vera socialità” (p. 27).
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Seguono, sempre in argomento, alcune interessanti riflessioni di Bernard Dumont, direttore della rivista (La subsidiarité comme piegé), di José María Marco (Une pédagogie d’autodestruction), di Juan Manuel de Prada (La nouvelle tyrannie). Gli ultimi due articoli aiutano a capire la deriva laicista spagnola. In particolare lo scritto di Marco si occupa dell’opera di Francisco Giner de los Ríos (1819-1915), un pedagogista spagnolo progressista, poco conosciuto all’estero, ma che ideologicamente precorre e spiega il zapaterismo.
Inoltre, segnaliamo l’intervista a Pierre Perrier, matematico, membro di importanti accademie (Le scientisme, menace permanente), nonché la bella galoppata in punta di filosofia del diritto di Xavier Pottier (La justice pénale, du droit naturel classique à la postmodernité).
Ricca come al solito la sezione recensioni: vero fiore all’occhiello di “Catholica”, ai cui redattori sembra non sfuggire mai nulla di quel che di stimolante esce in Francia o altrove. Ci limitiamo a segnalare il testo di Jean Pierre Ferrier ( Le Kurdistan et ses Chrétiens): un' ottima recensione all’omonimo libro di Mirella Galetti (Cerf 2010). Nonché l' eccellente scheda di Bernard Dumont, che non disdegna i piccoli colpi di cesello, su due libri di Robert Spaemann: Rousseau Cittadino senza patria (Edizioni Ares 2009); Nul ne peut servir deux maîtres. Entretiens avec Robert Spaemann (Hora Decima 2010).
Buona lettura e alla prossima...


Carlo Gambescia

lunedì 26 luglio 2010

I diciannove morti di Duisburg
Love Parade 
e “cultura dello sballo”


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I diciannove morti di Duisburg, tra cui una giovane italiana, schiacciati dalla folla che premeva per entrare e assistere all'annuale “Love Parade”, parlano da soli… La colpa va equamente divisa tra organizzatori e polizia. Perché non scegliere prudentemente un altro luogo? Perché, una volta scelto quella specie di maledetto imbuto, non si è provveduto a segmentare gli ingressi, suddividendo il pubblico in piccoli gruppi? Proprio per evitare i perniciosi effetti di ricaduta dei fenomeni di folla, a cominciare dal panico di massa?
E con i morti sembra morta anche la Love Parade. Infatti l'organizzatore Rainer Schaller ha annunciato la fine definitiva. della manifestazione che dal prossimo anno non si terrà più. La Love Parade era nata nel 1989 a Berlino, poco prima della caduta del Muro, su iniziativa del Dj Matthias Roeingh, alias Dr. Motte. Fra i primi ad esprimere dolore ai familiari delle vittime ieri sera, la cancelliera Angela Merkel: “Quei giovani - ha dichiarato - erano andati a festeggiare e invece ci sono morti e feriti”.
Bel modo di divertirsi e festeggiare quello dei Rave Party e dei megaraduni… Tra musica assordante, sconfinamento nell’animalità ipnotica e uso massiccio di droghe … Ma la Merkel, in fondo, riflette un sentire oggi diffuso...
E qui vorremmo fare alcune riflessioni di carattere generale. Ma fino a un certo punto.
Innanzitutto - prendendola alla lontana - è vero che le ragioni profonde per cui l’uomo ricorre all’uso della droga sono misteriose. Ma è altrettanto vero che nel XX secolo il consumo di sostanze stupefacenti è cresciuto enormemente, soprattutto in Occidente, dove gli stili di vita hanno parallelamente conseguito una straordinaria razionalizzazione ( o standardizzazione), sotto tutti gli aspetti. Probabilmente un ruolo decisivo nella diffusione sociale dell’uso di droghe è stato giocato dalla massificazione e dalle tecniche capitalistiche di produzione e riproduzione sociale dei beni economici. Un capitalismo sempre più povero culturalmente, puntando sul binomio lavoro-consumo, ha promosso in modo sistematico e crescente una ricerca collettiva della felicità individuale a buon mercato.
L’uso della droga, in quanto legato alla massificazione dei consumi, riguarda le più diverse classi sociali, e perciò va a situarsi in un contesto sociale, dove spesso una condotta razionale di vita (lavoro, famiglia, amore, vacanze), finisce per includere, razionalmente, anche l’uso sistematico della droga come "aiutino" o valvola di sfogo... Tuttavia - ecco il fatto interessante - il punto di sutura sociale tra razionalità e irrazionalità è rappresentato, soprattutto nei giovani, dalla cosiddetta cultura dello “sballo” (per usare un termine giornalistico): il voler essere felici a tutti i costi fino a farsi male... Una cultura che però va a situarsi razionalmente, nella catena razionale di vita dei giovani (scuola, lavoro, famiglia, eccetera). Dal momento che celebra lo "sballo" come il momento “fisiologico” di una specie di irrazionalità-razionale. Infatti lo "sballo", quale dispositivo sociale (rave, megaraduni, eccetera), viene visto come simbolica e momentanea rottura degli schemi “razionali” di vita quotidiana, a patto però di rientravi subito dopo. Ecco l'inderogabile "condizione" sociale che razionalizza l'irrazionale. E spiega il perché di una manifestazione come la Love Parade. Dove però il dispostivo sociale dell’’irrazionalità-irrazionale finisce per scontrarsi con il cattivo dispositivo organizzativo reale… Insomma, se ci si passa la caduta di stile: il diavolo (capitalista) fa la pentole (il Rave) ma non i coperchi (la cattiva organizzazione nel caso specifico).
A prescindere da questi "incidenti di percorso" il crescente uso sociale della droga rischia di essere inarrestabile. E per una ragione molto semplice: l’ uso sociale e “razionale” della droga è parte passiva di quel processo di razionalizzazione di tutti gli aspetti della vita sociale che ha segnato il destino dell’Occidente moderno, descritto da Max Weber.
E la riprova di questo fenomeno è nel fatto che l’ uso sociale della droga viene sempre più giudicato come “normale e benefico”: occasione di sballo nel quadro di una noiosa vita razionale. Come appunto rivela l’espressione della Merkel: “giovani che erano andati a festeggiare”. Del resto chi si diverte, anche drogandosi, acconsente al sistema...
Tuttavia, il fenomeno rischia di riguardare non solo i giovani. Proprio perché tutti noi siamo “soggetti” alle pressioni di un vita razionale e burocraticamente organizzata. Una vita che al tempo stesso favorisce e integra sistematicamente la "trasgressione"…
Questo meccanismo sociale di crescente razionalizzazione dell'irrazionale non ha eguali nella storia umana. E per alcuni è il fiore all'occhiello dell'Occidente. Questione di punti di vista...

giovedì 22 luglio 2010

Il libro della settimana: Roger Scruton, Il suicidio dell’Occidente, Intervista a cura di Luigi Iannone, Le Lettere, Firenze 2010, pp. 72, euro 9,50.

www.lettere.it

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Non c’è dubbio che il sessantenne Roger Scruton, filosofo britannico, sia il più interessante tra gli esponenti viventi del pensiero conservatore. Va perciò elogiata l’idea di Luigi Iannone di proporre “in pillole”, intervistandolo, le sue idee in un ghiotto volumetto: Il suicidio dell’Occidente, (Le Lettere, Firenze 2010, pp. 72, euro 9,50). Impresa, tra l’altro, già ben riuscita al curatore, che nella stessa collana (“Il Salotto di Clio”), ha pubblicato nel 2008 una altrettanto brillante intervista a Ernst Nolte (Storia, Europa e modernità). Iannone è uno studioso, serio e preparato, che oltre a padroneggiare il pensiero europeo della crisi, pratica la non facile arte di porre ai suoi ben scelti interlocutori le domande giuste. E senza fare sconti.
Veniamo a Scruton. Davanti a che tipo di conservatore ci troviamo? Non è un pessimista storico, nel senso che ritiene possibile fermare la caduta libera dell’Occidente. Non è un fondamentalista religioso, dal momento che, come Tocqueville, attribuisce alla religione il compito di contrastare non la democrazia, ma il materialismo democratico. Non è un fanatico del mercato, pur credendo nel valore morale dell’iniziativa privata.
Si può perciò asserire, con Giuliano Ferrara, che Scruton, si ponga il “problema di fissare il limite della modernità dal di dentro della modernità”? Sì. Ecco come il filosofo risponde a una affilata domanda di Iannone sulla natura pervasiva della tecnica moderna:
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“La scienza entra nelle cose come technè mai come aretè. Non può dirci come dovremmo vivere, ma solo come scegliere i mezzi per i nostri fini. C’è tanto spazio per la fede, ma la disciplina per la fede è dura; ed è per questo motivo che noi fuggiamo da essa”.
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In realtà, come ribadisce Scruton qualche pagina più avanti,
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“saremo sempre capaci di tenere la tecnologia sotto controllo; ma vorremmo sempre farlo? Tutto dipende dalla nostra determinazione che è stata fortemente indebolita” .
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Tuttavia, su come curare l’indebolimento della volontà, Scruton, sembra non avere ricette precise. Il filosofo pare non andare oltre il generico appello alle “radici”, alle piccole comunità, alla sana educazione di una volta, al buon senso, ai valori tradizionali. Dispiace dirlo, ma purtroppo siamo davanti a un pensatore non sistematico. Scruton, “pensa”, e anche bene, ma “per saggi”. Come risulta anche dalla composizione del suo Manifesto dei conservatori e dallo stesso modo di scrivere: offre qui e là spunti, spesso però non collegati tra di loro, rischiando così di cadere in contraddizione. E oggi un conservatorismo forte, di tutto ha bisogno eccetto che di incoerenze.
Un esempio? Incalzato da Iannone (“Quali sono i valori cardini a cui deve ispirarsi nel terzo millennio un cittadino che non vuole abbandonarsi alla deriva modernista?”), Scruton risponde così:

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“L’amore, la conoscenza e il perdono”.
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Valori nobili che però non si conciliano con quanto il filosofo sostiene alcune righe più avanti:
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“Immagino un terzo possibile scenario. Un’alleanza di tutte le nazioni democratiche per difendersi dai poteri dittatoriali ed espansionisti capaci di contenere la Cina e la Russia e anche di controllare le emigrazioni”…
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E a proposito di queste ultime:
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Un politico deve avere un carattere forte per dire ‘sto difendendo gli interessi degli italiani indigeni’, piuttosto che gli interessi degli zingari romeni, degli immigrati africani o dei lavoratori emigranti dall’Europa. E’ ancora possibile farlo. Il coraggio non è interamente svanito dal nostro mondo” .
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Il che può pure andar bene. Ma, se le parole significano qualcosa, il coraggio è virtù guerriera, mentre amore, conoscenza (di Dio, di noi stessi, dei nostri simili) e perdono fanno parte del repertorio francescano dell’accoglienza e della pace. Delle due l’una: gli zingari o vanno amati o vanno cacciati.
O no, professor Scruton?


Carlo Gambescia