Proprio per questo, la domanda che segue non riguarda né il ministro né la sua famiglia. Riguarda lo Stato.
In una democrazia liberale il problema non consiste soltanto nel giudicare la bontà di una decisione pubblica, ma nel verificare se essa derivi da regole generali applicabili a tutti.
Per oltre un mese, secondo quanto riportato dalle cronache, sono stati impiegati sommozzatori provenienti da diverse regioni, robot subacquei, sonar, droni, specialisti della topografia applicata al soccorso, oltre al coordinamento costante di Prefettura, Vigili del fuoco, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Un’operazione complessa, costosa e tecnologicamente sofisticata.
Un liberale diffida delle decisioni pubbliche prive di una regola generale. Non perché sospetti sempre un abuso, ma perché sa che, per quanto umanamente possibile, il primo dovere dello Stato di diritto è rendere prevedibile il proprio operato. L’azione pubblica non dovrebbe dipendere dalle persone coinvolte, bensì da criteri oggettivi, conoscibili e verificabili.
Esiste un protocollo che stabilisca per quanto tempo debbano proseguire le ricerche di un disperso in un lago? Esistono parametri tecnici che indichino quando sia giustificato continuare a impiegare uomini e mezzi, e quando invece l’operazione debba essere ridimensionata? Oppure tutto viene lasciato alla valutazione discrezionale delle autorità competenti?
Non è una questione secondaria.
Il liberalismo non si limita a denunciare i privilegi come il populismo. Va oltre. Si chiede se le istituzioni operino secondo regole impersonali oppure attraverso decisioni che, pur animate dalle migliori intenzioni, restano affidate alla discrezionalità.
Qualcuno potrebbe obiettare che le condizioni del lago di Vico – il fondale limaccioso, la visibilità quasi nulla, la profondità – giustificavano un intervento così lungo e complesso. È un’ipotesi del tutto plausibile. Ma se è così, tanto meglio.
Non stiamo sostenendo che vi sia stato un privilegio. Stiamo sostenendo qualcosa di diverso: in uno Stato liberale, anche quando una decisione è giusta, i criteri che la determinano devono essere conoscibili e applicabili in generale.
Perché il punto non è Luigi Cavallari. Il punto è un altro.
È questa la differenza tra uno Stato amministrato dalla benevolenza e uno Stato retto dal diritto. Tra il governo umorale degli uomini e il governo prevedibile delle leggi.
Uno Stato liberale non pretende amministratori migliori degli altri. Pretende che anche i migliori siano vincolati da criteri generali, astratti e impersonali. Non regole per governare la società, ma regole per governare il potere. È questa la differenza tra il costruttivismo, nelle sua varie declinazioni (populista, socialista, fascista, welfarista, eccetera) e il liberalismo.
Si badi bene: il liberalismo non domanda allo Stato di essere più generoso, più efficiente o più compassionevole. Gli domanda qualcosa di molto più difficile: essere impersonale.
Le persone passano. Le regole restano.
Ed è sulle regole, non sulle persone, che un liberale misura la qualità di una democrazia.
Carlo Gambescia





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