domenica 2 agosto 2026

Il pescecane, Mackie Messer e il paradigma dell’assedio

 


“Mostra i denti il pescecane
e si vede che li ha.
Mackie Messer ha un coltello,
ma vedere non lo fa.”

Con questi celebri versi dell’Opera da tre soldi, Bertolt Brecht ci ricorda che il potere non si esercita soltanto attraverso la forza, ma anche attraverso la rappresentazione della forza. Il pescecane mostra i denti perché deve incutere timore. Mackie Messer, invece, non ha bisogno di esibire il coltello: basta che tutti sappiano che potrebbe usarlo.

Anche in politica talvolta funziona così. Prima ancora di cambiare le leggi, cambia il modo in cui i cittadini percepiscono la realtà. Ed è precisamente ciò che sta accadendo in Italia.

Negli ultimi giorni il governo guidato da Giorgia Meloni ha compiuto una serie di mosse apparentemente distinte – la reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne, la richiesta di un vertice europeo straordinario sull’immigrazione, la proposta di esportare il modello dei centri realizzati in Albania anche in alcuni Paesi africani – che, considerate insieme, raccontano una storia diversa. Non sono semplicemente provvedimenti amministrativi. Sono atti simbolici. Servono a consolidare nell’opinione pubblica l’idea che l’Italia e l’Europa siano ormai assediate da una pressione migratoria eccezionale e permanente.



È qui che, a nostro giudizio, si consuma il vero salto politico del governo Meloni. Non tanto nelle singole misure, quanto nella costruzione di un immaginario collettivo in cui l’emergenza non rappresenta più un’eccezione, ma la condizione normale della vita pubblica.

Queste tre decisioni prese nel loro insieme, non delineano soltanto una strategia di gestione dei flussi migratori. Disegnano un nuovo paradigma politico. Il messaggio implicito è semplice: l’Europa sarebbe ormai sottoposta a una pressione migratoria tanto eccezionale da giustificare strumenti sempre più straordinari, invasivi e permanenti.

Giorgia Meloni ama presentarsi come una leader pragmatica, estranea alle ideologie. Eppure, proprio sul terreno dell’immigrazione, il pragmatismo sembra lasciare progressivamente il posto alla politica della rappresentazione. L’efficacia concreta delle misure passa in secondo piano rispetto al loro rendimento simbolico. Più che governare i flussi, il governo sembra impegnato a governarne la percezione.

Il punto decisivo, tuttavia, non è stabilire se questa rappresentazione corrisponda o meno alla realtà empirica. Il punto è un altro: essa diventa la lente attraverso cui la realtà viene interpretata.

 


È qui che si manifesta quello che ieri ho definito etnodelirio (*).

L’etnodelirio non consiste nel negare o nell’inventare l’immigrazione. I fenomeni migratori esistono, da sempre. Diventa etnodelirio quando l’immigrazione viene trasformata nella spiegazione universale della crisi economica, dell’insicurezza, del declino demografico, della perdita d’identità nazionale, della crisi dello Stato sociale e perfino del futuro della civiltà europea. Quando un solo fenomeno pretende di spiegare tutto, non siamo più nel campo dell’analisi, ma dell’ideologia.

Per questo motivo consideriamo fuorviante anche il dibattito, ormai ossessivo, sui presunti registi delle partenze: trafficanti, governi ostili, ONG, complotti internazionali. Possono esistere interessi, strategie e persino interferenze. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma non è questo il punto politicamente decisivo.

La questione centrale è un’altra: il paradigma interpretativo è cambiato. L’immigrazione non viene più presentata come un problema complesso da governare, bensì come una minaccia permanente attorno alla quale riorganizzare la politica nazionale ed europea.

È questa trasformazione ad avere conseguenze profonde.

Quando una società interiorizza l’idea di vivere in uno stato di emergenza permanente, ogni misura eccezionale appare naturale. I controlli diventano ordinari. Le deroghe si normalizzano. Le soluzioni sperimentali tendono a diventare definitive. L’eccezione smette di essere un’eccezione.



Dal punto di vista metapolitico, siamo davanti a una dinamica ben nota. La costruzione del nemico alimenta la razionalizzazione delle decisioni politiche, mentre la razionalizzazione rafforza ulteriormente la figura del nemico. È un circuito che si autoalimenta.

Per anni la destra, a partire dall’estrema, ha trovato in Raspail una  delirante metafora letteraria dell’Europa assediata (**). Oggi non è più necessario richiamarla. Quando una presidente del Consiglio presenta l’immigrazione come l’emergenza permanente attorno alla quale riorganizzare la politica nazionale ed europea, quella metafora ha ormai trovato una traduzione politica.

Il paradosso è evidente. La destra accusa da anni la sinistra di leggere la realtà attraverso lenti ideologiche. Oggi, però, rischia di cadere nella medesima trappola, trasformando l’immigrazione nella categoria capace di spiegare tutto: sicurezza, denatalità, crisi economica, identità nazionale, futuro dell’Europa. È il segno distintivo di ogni ideologia: quando un solo principio pretende di interpretare l’intera realtà.



La politica liberale ha sempre cercato di distinguere tra rischio reale e rischio percepito, tra prudenza e paura, tra governo dei fenomeni e mobilitazione emotiva dell’opinione pubblica. Oggi quella distinzione tende ad affievolirsi. La percezione finisce per prevalere sull’analisi empirica, e la rappresentazione dell’emergenza diventa essa stessa uno strumento di governo.

Il pescecane continua a mostrare i denti. Ma il coltello di Mackie Messer resta invisibile. Non perché non esista, bensì perché non è più necessario esibirlo. Basta convincere l’opinione pubblica che il pericolo è ovunque e che ogni nuova misura rappresenti l’unica risposta possibile.

È così che, quasi senza accorgercene, il paradigma della società aperta lascia spazio al paradigma della società assediata. 

 


E quando un paradigma si afferma, non cambia soltanto il modo di fare politica. Cambia, soprattutto, il modo di pensare la realtà.

È questo il risultato più significativo dell’azione del governo Meloni: non aver ancora trasformato il Paese, ma aver già contribuito a trasformare il linguaggio con cui il Paese interpreta se stesso e il mondo che lo circonda.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/08/giorgia-meloni-e-letnodelirio-come.html . 
 

(**) Qui per un approfondimento del libro di Raspail: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=raspail .

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