Fuga da Kabul
Cinque anni fa, nell’agosto del 2021, le immagini della fuga da Kabul fecero il giro del mondo. I talebani erano tornati al potere e l’Occidente abbandonava l’Afghanistan dopo vent’anni di guerra. Le immagini dell’aeroporto, dei soldati americani in partenza e della folla disperata che cercava di salire sugli aerei sembrarono allora raccontare una sconfitta militare. Oggi, a cinque anni di distanza, possiamo forse dire qualcosa di più: Kabul rappresentò soprattutto una sconfitta politica e culturale dell’Occidente.
Non perché i talebani avessero ragione. E nemmeno perché l’intervento occidentale fosse stato necessariamente illegittimo fin dall’inizio. Dopo l’11 settembre 2001, l’Afghanistan era diventato il principale santuario di al-Qaida e del suo leader Osama bin Laden.
Dopo il rifiuto dei talebani di espellere bin Laden e di interrompere il sostegno al terrorismo internazionale, gli Stati Uniti e i loro alleati avviarono il 7 ottobre 2001 la campagna militare contro le strutture terroristiche e gli apparati militari e politici del regime talebano. Il problema nacque dopo. L’Occidente trasformò progressivamente una guerra con obiettivi relativamente definiti in un progetto assai più ambizioso: abbattere un regime, stabilizzare un Paese, costruire istituzioni, sostenere la democrazia, emancipare la società. In altre parole, trasformò la guerra in una gigantesca operazione di ingegneria politica.
La guerra come strumento per liberarsi dai regimi reazionari
Qui emerge il primo problema. Dopo la fine della Guerra fredda e soprattutto dopo la caduta del comunismo sovietico, l’Occidente liberale ha coltivato una singolare fiducia nella propria capacità di trasformare il mondo. Di fronte ai regimi autoritari o reazionari, la guerra tornata ad essere, progressivamente, uno degli strumenti privilegiati della politica internazionale. Ma il punto non è stabilire, in astratto, se una guerra possa essere giusta o necessaria. Il punto è capire che cosa accade quando la guerra viene caricata di una funzione che non può assolvere da sola.
Abbattere un regime può essere relativamente rapido, almeno rispetto a ciò che viene dopo. Costruire uno Stato, creare istituzioni legittime, produrre una cultura politica, consolidare un consenso sociale sono operazioni completamente diverse. Richiedono tempo, conoscenza delle società locali e soprattutto una forza politica che non può essere semplicemente importata dall’esterno.
In Afghanistan l’Occidente ha finito così per confondere due problemi: la liberazione da un regime e la costruzione di una società liberale. Ha pensato che la seconda potesse discendere quasi naturalmente dalla prima. Non è così. La libertà politica non nasce automaticamente dalla caduta di un dittatore o di un movimento reazionario. Ha bisogno di istituzioni, ma anche di una società disposta a sostenerle.
La lezione è tutt’altro che pacifista. Al contrario. Significa riconoscere che, quando la forza viene impiegata, bisogna sapere esattamente per quale ordine politico la si sta impiegando. Altrimenti la guerra rischia di diventare un surrogato dell’indecisionismo politico. In fondo che c’è di più facile di un bel diretto al mento del nostro interlocutore? Perché sprecare fiato, se con un colpo ben assestato si può risolvere qualsiasi divergenza?
L’Occidente che non sa più pensare la guerra
Ed è qui che arriviamo al secondo punto, forse il più importante. L’Occidente non ha semplicemente perso la guerra in Afghanistan. Ha mostrato di non sapere più pensare la guerra come fenomeno politico.
La superiorità tecnologica ha prodotto una curiosa illusione. Precisione delle armi, dominio dell’aria, intelligence, droni, forze speciali, capacità logistiche: tutto sembrava suggerire che la guerra moderna potesse essere amministrata come un problema tecnico. Ma la guerra non è soltanto tecnologia. È anche volontà politica, identità, tempo, sacrificio, capacità di resistere e di sopportare perdite.
I talebani non possedevano la tecnologia occidentale. Possedevano però una cosa che l’Occidente aveva progressivamente smarrito: una motivazione politica e ideologica sufficientemente forte da sostenere una guerra lunga, paziente e ad altissimo costo.
È questa la contraddizione. L’Occidente disponeva di una potenza militare immensamente superiore, ma non riusciva più a tradurre quella potenza in un risultato politico stabile. Aveva strumenti straordinariamente sofisticati per combattere, ma una concezione sempre più debole degli obiettivi per i quali combattere.
La guerra, in altre parole, veniva concepita come un’operazione tecnica, mentre continuava a essere, nella sua sostanza, un conflitto politico. E quando la tecnologia incontra una volontà politica più determinata della propria, la tecnologia, da sola, non basta.
Non è una celebrazione della forza. È esattamente il contrario. È la constatazione che chi rifiuta di comprendere la natura della forza finisce per subirne le conseguenze.
Per questo Kabul dovrebbe essere studiata non soltanto dai teorici della guerra, ma anche dai liberali. Perché il liberalismo non può ridursi alla convinzione che la forza sia sempre un male e il dialogo sempre un bene. Una società libera deve sapere distinguere tra la forza come arbitrio e la forza come strumento della politica. Deve sapere anche quando usarla, contro chi, con quali obiettivi e soprattutto con quale ordine politico intendere sostituire quello che si vuole abbattere. Un cazzotto al mento lascia il tempo che trova…
Dopo Kabul: la crisi del liberalismo occidentale
Ed eccoci al terzo punto. La crisi prodotta da Kabul non riguarda soltanto la politica estera americana. Riguarda il liberalismo occidentale.
La caduta di Kabul ha infatti reso visibile una contraddizione che covava da tempo. Da una parte l’Occidente continuava a proclamare l’universalità dei propri valori: libertà individuale, diritti, pluralismo, Stato di diritto.
Dall’altra mostrava una crescente difficoltà a difenderli politicamente, persino quando venivano radicalmente messi in discussione.
Il problema, dunque, non è che l’Occidente abbia tentato di sostenere la democrazia. Il problema è aver creduto che la democrazia fosse esportabile come una tecnologia istituzionale. Bastano una costituzione, un parlamento, un esercito addestrato secondo standard occidentali e qualche elezione per costruire una società liberale? L’Afghanistan ha fornito una risposta piuttosto brutale: no.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato trarre da Kabul la conclusione opposta: siccome l’esperimento è fallito, allora il liberalismo sarebbe soltanto una particolare ideologia occidentale, buona per l’Occidente e irrilevante per il resto del mondo. Questa è precisamente la conclusione che non dovremmo mai accettare.
Il liberalismo è in crisi non perché i suoi valori siano improvvisamente diventati falsi, ma perché l’Occidente ha progressivamente smesso di interrogarsi sulle condizioni politiche, culturali e persino antropologiche che rendono possibile una società liberale.
Kabul è stata, sotto questo profilo, una rivelazione. Ha mostrato che non basta proclamare la libertà per renderla possibile. E ha mostrato anche che la superiorità militare non può sostituire una visione politica.
Cinque anni dopo
Ma c’è un’altra questione che Kabul ha reso evidente e che oggi
appare ancora più importante. Quando diciamo “Occidente” rischiamo
infatti di parlare di un soggetto politico che, in realtà, non è mai
stato pienamente tale. In Afghanistan c’erano gli Stati Uniti, ma c’era
anche la NATO, che dopo l’11 settembre attivò per la prima volta
l’articolo 5 e che nell’agosto del 2003 assunse il comando strategico,
il controllo e il coordinamento della missione ISAF. C’erano gli Stati
europei, con i loro contingenti militari e con un crescente
coinvolgimento politico e finanziario.
Eppure questa partecipazione comune non si tradusse mai in una vera
unità strategica. La superiorità militare occidentale nascondeva una
debolezza politica: gli alleati combattevano insieme, ma non avevano
necessariamente la stessa idea della guerra, dei suoi obiettivi e
soprattutto dei sacrifici che ciascuno era disposto a sostenere.
È un punto decisivo. Kabul non mostrò soltanto l’incapacità dell’Occidente di vincere una guerra di trasformazione politica. Mostrò anche la difficoltà dell’Occidente di pensarsi come un unico soggetto strategico. Gli Stati Uniti conservavano la capacità militare decisiva, mentre gli europei rimanevano largamente dipendenti dalla protezione americana. Ma questa dipendenza non produceva automaticamente una comune visione politica. L’Alleanza atlantica poteva coordinare forze, comandi e operazioni; assai più difficile era costruire una volontà politica comune.
Cinque anni dopo, questo problema appare persino più evidente.
L’America di Trump ha reso esplicita una trasformazione già in corso: Washington non considera più l’Europa come il centro naturale di una strategia americana alla quale gli europei possano semplicemente affidarsi, mentre chiede agli alleati europei di assumersi una quota molto maggiore della propria sicurezza.
2026 questa trasformazione si è riflessa anche nella struttura della NATO, con un maggiore ruolo degli europei nei comandi militari dell’Alleanza, mentre gli Stati Uniti mantengono responsabilità decisive. Il problema, dunque, non è soltanto che l’Occidente abbia perso una guerra. È che potrebbe non essere più in grado di decidere insieme quando, perché e fino a che punto combattere.
Kabul, vista da oggi, assume così un significato ancora più ampio. Non è soltanto il simbolo del fallimento di una strategia americana. È uno dei primi grandi segnali della crisi dell’Occidente come soggetto politico unitario. E se questa crisi non verrà affrontata, il rischio è paradossale: proprio mentre il mondo diventa più conflittuale, l’Occidente potrebbe disporre di più strumenti militari ma di una volontà politica sempre più frammentata.
Kabul, cinque anni dopo, continua a parlarci proprio di questo: della difficoltà dell’Occidente contemporaneo di essere liberale senza essere ingenuo, pacifico senza essere inerme, e forte senza trasformare la forza in un’ideologia bellicista.
Forse è questa la vera sconfitta che le drammatiche immagini dell’aeroporto di Kabul hanno immortalato.
Carlo Gambescia

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