venerdì 21 agosto 2026

MPS, il patriottismo bancario e il mercato

 

C’è qualcosa di curioso nella nuova partita di Monte dei Paschi di Siena. Per difendersi dall’offerta di Intesa Sanpaolo, MPS non si limita a difendersi: rilancia. Il piano dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio punta infatti su una doppia operazione, Banco BPM e Banca Generali, per costruire un polo alternativo e preservare l’autonomia del Monte. Il Consiglio di amministrazione ha detto sì, con quattro astensioni. Ora la partita passa agli azionisti.

Nulla di scandaloso, naturalmente. Anzi. È il capitalismo: un’impresa cerca di crescere, un’altra cerca di comprarla, gli azionisti valutano le offerte, i consigli di amministrazione elaborano strategie. Vince chi convince il mercato. O almeno dovrebbe. Perché proprio qui comincia la parte interessante.

Da qualche tempo, infatti, intorno a MPS aleggia una parola apparentemente innocente: italianità. Una parola che in politica piace molto. E che in economia, quando viene usata con troppa disinvoltura, può diventare pericolosa. MPS è una banca italiana. Intesa è una banca italiana. Banco BPM è una banca italiana. Anche Generali è italiana. Dunque, se MPS fosse acquisita da Intesa, l’Italia non verrebbe certo invasa da una potenza straniera. Eppure il problema viene spesso raccontato come se il destino del Monte coincidesse con quello della patria.

Ma una banca quotata non è un monumento nazionale. Non è il Colosseo. Non è il Quirinale. E neppure, per quanto possa dispiacere ai senesi, un bene culturale da tutelare. È un’impresa. E in una società liberale le imprese hanno una proprietà, degli azionisti, dei manager e soprattutto un mercato nel quale devono dimostrare di saper stare in piedi.

Il punto, dunque, non è stabilire se MPS debba restare “indipendente”. La domanda seria è un’altra: indipendente per fare cosa? Perché l’indipendenza di un’impresa non è un valore assoluto. Se un’offerta viene giudicata conveniente dagli azionisti, impedirla in nome di una superiore ragione nazionale significa sottrarre agli stessi proprietari il diritto di decidere del proprio patrimonio.

E qui c’è un altro piccolo paradosso. MPS è stata progressivamente privatizzata ed è ormai pienamente inserita nel mercato internazionale dei capitali, pur conservando lo Stato una partecipazione residua. Il capitale straniero, dunque, non è affatto fuori dalla porta del Monte: è già dentro la banca, attraverso la presenza di investitori istituzionali internazionali nel suo azionariato.

Il vero “straniero”, semmai, compare quando si discute dell’eventuale acquisizione: e anche qui la questione è meno semplice di quanto suggerisca la retorica dell’italianità, perché l’operazione contestata è proposta da Intesa Sanpaolo, cioè da un’altra grande banca italiana. Nel frattempo, nella partita su Banco BPM, MPS dovrebbe confrontarsi con Crédit Agricole, grande gruppo bancario francese e principale azionista di BPM. Lo straniero, insomma, non è un’invasione alle porte: come detto, è già una componente fisiologica del capitalismo bancario europeo.

 

Lo Stato, tuttavia, non è ancora completamente uscito dal capitale e conserva una partecipazione residua. Ma soprattutto conserva strumenti pubblicistici per intervenire sulla sorte della banca: i cosiddetti poteri speciali del Governo (golden power), nei casi e nei limiti previsti dalla legge, consentono al Governo di imporre prescrizioni o, in determinate circostanze, opporsi a operazioni societarie quando siano in gioco interessi essenziali o strategici dello Stato. Non significa che lo Stato possa semplicemente impedire l’ingresso di un “compratore straniero”, nel caso Crédit Agricole: sarebbe una caricatura della norma. Significa però che, anche dopo la privatizzazione, il mercato non è completamente sottratto all’intervento pubblico.

E dunque, quando si parla di “italianità” del Monte, bisognerebbe prima chiarire di quale italianità stiamo parlando: quella della sede legale, del marchio, dei dipendenti, del management oppure quella degli azionisti? Perché nel capitalismo finanziario contemporaneo il capitale non porta il passaporto. E se lo Stato ha scelto di privatizzare MPS, non può poi trasformare la nazionalità della banca in un criterio superiore a quello con cui gli stessi azionisti valutano il proprio investimento.


Naturalmente MPS ha tutto il diritto di proporre un’alternativa. È precisamente ciò che dovrebbe fare un amministratore delegato. Ma allora lasciamo che sia il mercato a giudicare. E qui il discorso diventa più sottile. Perché la questione non è se MPS debba vincere o Intesa debba vincere. La questione è chi debba decidere chi vince. Gli azionisti oppure la politica? Il mercato oppure il “sistema Paese”? La convenienza economica oppure l’italianità elevata a categoria economica?

 Sono domande meno innocenti di quanto possano sembrare.

  

MPS, del resto, viene da una storia che dovrebbe indurre alla prudenza. Per anni il Monte è stato considerato troppo importante per essere lasciato al mercato. Poi è arrivato il dissesto, è arrivato lo Stato, sono arrivati miliardi di denaro pubblico, è arrivato il risanamento e infine la privatizzazione. Ora che il Monte è tornato protagonista del risiko bancario, sarebbe curioso scoprire che la privatizzazione significa soltanto questo: lo Stato ha progressivamente lasciato la proprietà, ma conserva strumenti pubblicistici per condizionare le operazioni che riguardano la banca in nome dell’interesse nazionale. Non è una nazionalizzazione, naturalmente. È qualcosa di più sofisticato: il capitale è privato, ma lo Stato conserva una porta d’ingresso nella partita quando ritiene in gioco un interesse strategico. Sarebbe una privatizzazione alquanto originale.

Il paradosso, allora, è quasi perfetto: si invoca l’“italianità” di MPS proprio mentre si pretende che una società privatizzata si comporti come se fosse ancora un bene pubblico. Ma una banca non diventa nuovamente pubblica perché alla politica piace la sua bandiera.

Non è detto, naturalmente, che l’operazione Lovaglio sia destinata a fallire. Al contrario, potrebbe essere una strategia industriale intelligente. Ma proprio per questo va giudicata per quello che è: una strategia industriale, non una missione patriottica. E sarà una partita tutt’altro che semplice.

Da una parte c’è Banco BPM, dove pesa soprattutto la posizione di Crédit Agricole, primo azionista con il 29,3%. Dall’altra Banca Generali e gli interessi di Generali, che ne controlla il 51,5%. 

Sul tavolo, inoltre, ci sono Delfin, Caltagirone e gli altri grandi azionisti, chiamati a valutare quale delle diverse strategie possa creare più valore. E poi c’è Intesa, che non resterà certamente a guardare: la sua offerta su MPS, originariamente valorizzata in circa 30,6 miliardi di euro. Insomma, altro che tutela dell’italianità di MPS. 

Qui siamo davanti a una partita di mercato che, con il progetto Lovaglio, punta a creare un gruppo bancario e finanziario da circa 70 miliardi di euro, nella quale ciascun soggetto cercherà, legittimamente, di massimizzare il proprio interesse.

Ed è giusto così.

Il problema nasce quando pretendiamo che il mercato funzioni liberamente soltanto finché produce il risultato che ci piace. Se Intesa compra MPS, qualcuno griderà alla perdita dell’autonomia nazionale. Se MPS riuscirà a comprare Banco BPM e Banca Generali, qualcuno parlerà di grande operazione italiana. Ma il liberale dovrebbe diffidare di entrambe le retoriche. Il mercato non ha una patria. Ha regole. E quelle regole devono valere per tutti.

Se l’offerta di Intesa è migliore, MPS deve poter essere acquistata. Se quella di Lovaglio è migliore, MPS deve poter resistere e costruire il proprio polo. Se gli azionisti preferiscono una terza soluzione, dovranno essere liberi di sceglierla. Il resto è politica. E quando la politica comincia a spiegare al mercato quale sarebbe il risultato “giusto”, il mercato, per definizione, comincia a non essere più tanto libero.

È questo il vero punto della vicenda MPS. Non difendere una banca italiana da un’altra banca italiana o straniera che sia.  Ma difendere il mercato dalla tentazione della politica di stabilire, prima ancora che il mercato abbia parlato, chi abbia il diritto di vincere. 

Perché il patriottismo bancario può anche essere una buona bandiera. Ma non è una buona teoria economica.

Carlo Gambescia

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