giovedì 6 luglio 2006


La moda del "come eravamo"
Un decennio  vale l'altro?



Spiace dirlo, ma anche questa solfa dei “decenni della nostra vita” è una moda che proviene dagli Stati Uniti, dove periodicamente si “lancia” questo o quel decennio. Il ragionamento dei vivaci cuginetti americani è molto “businisse” e comparativo: Hitler, Saddam, Bin Laden, che sono brutti e cattivi, amano cavalcare i millenni, e poi regolarmente sfasciano tutto; noi americani, che siamo buoni e democratici, invece ci limitano a fare quattro passi tra i decenni: i Cinquanta, i Sessanta, i Settanta (e prima ancora i “ruggenti Venti)… Così le generazioni, trovano uno straccio di identità, discutono, e poi si vestono, spendono e acquistano gadget d’epoca: in questo modo il baraccone (leggi capitalismo) può andare avanti da solo, e tutti possono vivere felici e contenti.
Oddio anche negli Usa ci si divide: in genere i liberal difendono gli anni Sessanta (e non disdegnano i Venti), mentre i conservatori amano i Cinquanta e detestano gli anni Trenta e Settanta.
Ma torniamo all’Italia, e concentriamoci sugli anni Cinquanta. Qui da noi invece ci si divide poco: a sinistra, ci pensano un po’, e poi rispondono che tutto sommato gli anni Cinquanta furono positivi; a destra, non ci pensano neanche un attimo, e ripetono la stessa cosa. Mentre se ne dovrebbe parlare male. Apro perciò il fuoco.
Ai bambini di famiglia borghese era vietato giocare coi figli, nell’ordine, di comunisti, separati, portinai, vinai, muratori e via “scendendo”. A scuola imbottivano la testa dei ragazzi di date: si sapeva quando era nato Mazzini, ma si ignorava la sorte del suo progetto politico. Salvo poi ritrovarselo (Mazzini) incorniciato tra gli allori, nell’ ultima pagina del sussidiario insieme a Cavour e Garibaldi. All’oratorio, i nuovi arrivati venivano subito intruppati negli “aspiranti”, se poi però studiavano poco il catechismo o se i genitori praticavano poco la parrocchia, venivano messi fuori squadra (di calcio). Se poi si era operai e comunisti, non si trovava lavoro. Se si avevano trascorsi fascisti si doveva piegare il capo e cercare di ingraziarsi un caporaletto Dc, e spesso nemmeno bastava. I sindacati contavano zero, il Sud si svuotava e nelle fabbriche si lavorava ventiquattro ore su ventiquattro, e poi dicono il miracolo economico… Nelle strade, negli uffici, nei condomini continuava a infierire il “Lei non sa chi sono io”. Inoltre si attribuivano automaticamente tare lombrosiane a chi non era almeno “impiegato di concetto” o agli “alunni” che non “studiavano con profitto”.
Certo, c’erano i voluttuosi sogni cinematografici in bianco e nero: la Lollo, la Mangano e le altre “maggiorate“ americane. Ma c’erano anche le sale cinematografiche di prima, seconda, terza visione e il “pidocchietto“ parrocchiale per i fuori casta… La stratificazione sociale si estendeva ancora vistosamente agli abiti: il paltò del commendatore, la giacca dell’impiegato, la tuta dell’operaio, la canotta del muratore e del sottoproletario. E poi d’inverno il possesso o meno di un cappotto, confinava chi non lo aveva nella categoria dei disgraziati. Per non parlare poi delle scarpe con lo “scrocchio”, che distinguevano “i veri signori”, come ammettevano mestamente Totò e Peppino in uno dei tanti film dell’epoca. E qui mi fermo.
Che c’era e c’è di bello in tutto questo? Nulla. Nella moda annicinquantista di oggi vedo solo buoni affari, provincialismo politico furbo (da “Grande Centro”), e nostalgie da Costanzo Show, un tanto al chilo: tipo “di che decennio sei?”, e giù premi e telefonate in diretta. Ed è solo l’inizio: dopo gli anni Cinquanta vengono i Sessanta… E chi li ferma più questi. 
Carlo Gambescia

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