mercoledì 7 aprile 2010

Dal Vate a Lady Gaga 
C'era una volta la "Terza Pagina" 

La prima   storica  "Terza Pagina"  del  giornalismo italiano:  10 dicembre 1901, Gabriele D'Annuzio, sul Giornale d'Italia,  recensisce la "La Francesca da Rimini" . 


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Che tristezza sfogliare le pagine culturali dei giornali! Ci si occupa di tutto, dalla filosofia del cavatappi alla sociologia del sushi, ma non delle grandi questioni. Sparita la “Terza Pagina”, le pagine culturali, dopo non tanto eroica resistenza, sono confluite mestamente in quelle degli spettacoli.
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Il trionfo dell' aria fritta
Le redazioni culturali - “culturali”, parola grossa - mostrano interesse non più per libro su, ma per il film o il fumetto su. Nel senso che si pubblica volentieri la recensione del libro diventato film, ma non quella del libro in quanto tale… Oddìo, anche il lettore di oggi lascia molto a desiderare: è uno attaccato alla televisione e che compra un libro, se lo compra, dopo che ha visto il film. E i giornali gli corrono dietro, puntando sulla “cultura-spettacolo”: gossip, cinema, musica e fumetti. E per salvare la faccia, ufficialmente, si pontifica che ci si occupa di immaginario… Aria fritta.
Il giornale, definito da Hegel, “preghiera del mattino dell’uomo moderno” si è ridotto a trattare gli eventi, come aveva profetizzato Kafka, in chiave di “pietra accanto a pietra, lordura su lordura”, senza alcun senso ordinatore.
La fine della mitica “Terza Pagina”,  ormai sparita da almeno trent’anni, rimanda però anche alla morte della cultura militante: ossia di una cultura impegnata che considerava pietre le parole scritte, spesso preziose. E vergate - verbo in disuso - da un intellettuale la cui mente osservava se se stessa e non il proprio ombelico.

Parliamo di una cultura giornalistica, alta. Si pensi, pur su versanti politici diversi, a “il Politecnico”, “il Mondo”, il “Borghese” di Longanesi Una cultura che ebbe il suo canto del cigno negli anni Settanta con “Il Giornale nuovo” di Indro Montanelli e “la Repubblica” degli inizi.
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C'era una volta la cultura militante...
Certo, politicamente, la cultura militante è double face. Perché le armi (intellettuali) delle critica, possono sempre tramutarsi in critica delle armi (vere): quelle che fanno “pum-pum”. Tradotto: in carneficine tipo “Anni di Piombo”.
Per contro, gli anni Ottanta e Novanta rappresentano gli “anni di latta”. Quelli di una cultura giornalistica sempre più incentrata sul gossip e appiattita sulla “cultura-spettacolo”. Rivolta alla celebrazione, come diceva Camus ( quando Vespa non era ancora nato…): “Di un mondo dove per diventare famosi basta ammazzare la portinaia”. E dove oggi prevale, al di là di qualche fiammata retorica (pacifista e antimafiosa), la cultura del disimpegno. Perché, diciamola tutta, essere contro Berlusconi non è come lottare contro Hitler o Stalin.
Ma quando “è finito” il giornalismo intellettualmente impegnato? Dopo il bagno nella “Milano da bere”. E soprattutto dopo la doccia fredda della caduta sovietica.
Alcuni diranno: meglio così. Giusto. Però il mercato editoriale venne invaso da centinaia di volumi sulla fine della cultura militante. Per alcuni osservatori liberali, in pieno deliquio, dalle ceneri del comunismo, sarebbe nato il mondo nuovo, finalmente libero da ogni devastante ideologia.
In realtà, sul piano culturale, a destra e sinistra si continua tuttora a scomunicare e imporre veti. Come mostra, ad esempio, la polemica giornalistica che ogni tanto si riaccende sulla destra che cerca di appropriarsi di autori di sinistra e viceversa. Con un’unica differenza che oggi destra e sinistra si contendono i Simpson. Oppure la “vera” appartenenza ideologica di un regista.

Oggi, il massimo della concettualizzazione giornalistico-culturale consiste nel rispondere alla seguente domanda: “Il pulp è di destra o di sinistra?”.
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Il virus giacobino
Battute a parte, la “battaglia” per i Simpson, in realtà, rivela le origini giacobine e carnivore di un certo modo, tuttora diffuso, di intendere la cultura e gli intellettuali. Ci spieghiamo meglio.
L’intellettuale moderno, come militante, nasce con la rivoluzione francese, o meglio giacobina. Che cancella il dotto della tradizione universalistica di tipo medievale e rinascimentale. Nel 1789, e in particolare con la rivoluzione robespierrista del 1793, nasce l’intellettuale totalitario che vuole trasformare la realtà, tagliando teste. Di qui la necessità di schierarsi, dividendo il mondo in buoni e cattivi. In quel preciso momento piaccia o meno, cessa di esistere l’universalismo come condivisione e attribuzione di universalità a valori come il bello, il vero, il buono e il giusto.

Dopo di che, verrà il turno di Marx che farà da tramite tra la rivoluzione giacobina e russa, affermando che il vero filosofo non deve interpretare il mondo ma cambiarlo. Mentre Lenin e i vari comunismi armati del Novecento ne completeranno l’opera. Per reazione, la società novecentesca si dividerà in compartimenti stagni: fascisti, liberali, cattolici, democratici, eccetera, tutti con i propri intellettuali militanti, di “parte”, “armati” e “inquadrati“.
Il Novecento perciò, non è solo il secolo delle guerre, ma anche quello delle ideologie armate: il trionfo del virus giacobino.
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Da Marx a Manu Chao
Un mondo che non è però scomparso con la caduta del comunismo, come vogliono farci credere. Oggi il tono usato è soft: a sinistra non si cita più Marx, ma Ken Loach e Manu Chao. Un tono, certo, molto diverso da quello leninista di una volta. Ma il punto è che la sostanza non è cambiata: guai a intromissioni che possano nuocere alla purezza dell’ideologia progressista.
In realtà anche la destra tenta un’operazione ideologica molto simile a quella della sinistra Fahrenheit 451. Nel senso di una destra facile facile che sogna una società solo cinema, fumetti e televisione: dove leggere e scrivere libri sia reato Come quella dell’omonimo libro di Ray Bradbury.
Di qui l’epica battaglia sui Simpson, eccetera. Qualche giorno fa abbiamo addirittura letto articoli, opposti, sul significato politico di Lady Gaga. Chi avrà ragione? Ma chi se ne frega…
Ripetiamo, resta però ben viva, sia a destra che a sinistra, la forma mentis giacobina: la cultura come strumento da porre sempre al servizio del principe o della causa ”giusta“ . Con questo però non si vuole predicare il disimpegno totale da anime belle, il relativismo liberale e nemmeno mitizzare l’universalismo etico o religioso di un medioevo di cartapesta. Anche perché Papi e Imperatori “inciuciavano” e di brutto.

Se non fosse che in questa palude, le redazione culturali, quasi tutte composte di ex ragazzini cresciuti a pane e Italia Uno, ci sguazzano formulando, se va bene, riposte esatte a domande sbagliate E quel che è peggio le pagine culturali finiscono per somigliarsi tutte da “la Repubblica” al “Secolo d’Italia”: stesso riflesso giacobino, stessi film, stesse canzoni, stessi programmi. Stessa antipatia - quella dell’ ex studente sfaticato - per i libri e gli autori politici classici.
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Conclusioni

Andrebbe invece ritrovato il gusto per la cultura. E quello per un giornalismo basato su interessi culturali autentici, non legati alle tendenze più sceme o ai padroni politici del momento. Si capisce perciò quanto sia difficile per un giornalista della vecchia guardia della cultura, campare restando fedele a se stesso. E gli spazi per i “dinosauri”, purtroppo, si fanno sempre più ridotti. Per parafrasare Miguel de Unamuno (che non è il nonno spagnolo dei Simpson), un intellettuale riflessivo né pedante né dilettante, dove può trovare le risorse per vivere, senza dover scrivere di Lady Gaga o della musica pop kazaka? 

Carlo Gambescia

martedì 6 aprile 2010

Il silenzio del Papa…


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Sulla questione dei sacerdoti pedofili stanno venendo alcuni nodi al pettine. Quello più importante, probabilmente, resta il nodo del rapporto tra democrazia e Chiesa Cattolica.
In linea di principio le istituzioni politiche moderne, in quanto democratiche e pluraliste, si reggono su una stampa libera capace di controllare il potere politico ed economico. L’obbedienza dei cittadini è perciò sempre revocabile, perché vincolata a un consenso informato su verità mutabili.
Per contro, e sempre in linea di principio, le istituzioni religiose, soprattutto se a sfondo monoteistico e gerarchico, rifiutano controlli interni a mezzo stampa. L’obbedienza dei suoi membri è pertanto irrevocabile, perché vincolata a un consenso informato su verità immutabili.
Allora perché meravigliarsi se la vicenda dei sacerdoti pedofili, rilanciata principalmente dalla stampa, sembra presentare tutte le caratteristiche del dialogo tra sordi?
La sostanza della campagna giornalistica mondiale è nel fatto che si vuole imporre alla Chiesa Cattolica la rinuncia ad essere un’istituzione religiosa. Si pretende che si trasformi in istituzione politica moderna, democratica e pluralista, soggetta al controllo della stampa. Si chiede alla Chiesa, istituzione antichissima, gerarchica ed elitaria per eccellenza, di trasformarsi in una moderna democrazia repubblicana di massa, controllata dai media e con un Papa-Presidente, sempre "dimissionabile". Si pensi solo a certi accenni della stampa americana al Watergate che rischia di travolgere Roma, con Benedetto XVI al posto di Nixon…
Insomma, si vuole imporre alla Chiesa - chiedendo a gran voce che il Santo Padre prenda posto sul "banco degli imputati" - una scelta sociologicamente contronatura (la "sua" natura di istituzione religiosa) .
In pratica, si chiede al Papa di non fare il Papa. E Lui giustamente tace. Che altro potrebbe fare? 


Carlo Gambescia

venerdì 2 aprile 2010

A destra per caso"…  
e l’oppio degli intellettuali
di Carlo Gambescia e Nicola Vacca




A destra per caso, volume uscito all’inizio di marzo, raccoglie le nostre impressioni di “viaggiatori”, casualmente capitati a destra, su quel composito mondo culturale e politico che ruota intorno alla destra missina e post-missina. Il suo tono è tra il serio e il faceto. Ma offre anche numerose riflessioni politiche. E soprattutto vi si fanno nomi e cognomi, senza sconti. E ovviamente di persone che abbiamo conosciuto. A differenza di tanti altri, con un piede dentro e uno fuori, gente abituata a parlare alle spalle, noi, in copertina, abbiamo messo la nostra faccia.
Ma basta con le autopromozioni… Parliamo brevemente dell’accoglienza che gli è stata riservata.
Alcuni giornali, molto diffusi e importanti, dopo aver ricevuto, in alcuni casi su loro richiesta, il Pdf, non hanno pubblicato una riga. Un notista politico, piuttosto conosciuto, ci ha fatto sapere che con certi chiari di luna pro-Fini (nel libro molto criticato) non era cosa.

In fondo era prevedibile, i tempi sono questi, brutti.
Del resto, anche un noto politologo, vicino a Fini, ci aveva anticipato che “ chi più chi meno, tutti siamo a destra per caso”...
Ma ciò che più preoccupa e stona, come notava ieri un comune amico, è l'assenza di dibattito: il “quasi” silenzio sceso sul libro. Infatti, a parte il caso - rimasto isolato - di un' iniziale pioggia di insulti, la destra quella dei forum - quella che animatamente combatte o difende Fini e i suoi intellettuali - non ha mostrato alcun interesse. Peccato. Per non parlare dei cosiddetti “non conformisti” della Rete, tutti allineati e coperti in difesa dei singoli orticelli: mai tirare la volata a nessuno... Nonostante alcuni di essi propugnino, un giorno sì e l'altro pure, la cultura del dono. Mah...
Fortunatamente, nonostante l’ ”oppio degli intellettuali”, il libro si vende. E perciò si ritaglierà un suo spazio. E a noi resta il valore di una sfida che altri, evidentemente per codardia, si sono finora ben guardati dal lanciare.
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Carlo Gambescia e Nicola  Vacca 

giovedì 1 aprile 2010

Il libro della settimana:  Carl Schmitt, Cattolicesimo romano e forma politica , il Mulino, Bologna 2010, pp. 96, euro 10,00 . 


https://www.mulino.it/isbn/9788815134080


Diciamo la verità, è sempre malinconico scorgere la figuretta del nano appollaiato sulla spalla del gigante. Perché il gigante, neppure se ne accorge del sovrappeso, mentre il nanetto si gode, anche troppo, il suo minuto di “alta visibilità”… Ed è quello che abbiamo pensato leggendo la postfazione di Carlo Galli, alla comunque opportuna ripubblicazione di Cattolicesimo romano e forma politica , scritto dal “gigante” Carl Schmitt nel 1923 (il Mulino, Bologna 2010, pp. 96, euro 10,00).
Non condividiamo nulla dell’interpretazione veicolata dal professore bolognese: un Carl Schmitt, nazista non per caso; antisemita mai pentito; opportunista sempre; profeta, ma fuori tempo, di un mondo svanito. Un pensiero, insomma, al massimo buono per elucubrazioni filosofiche ad alto tasso decostruttivo, in stile nichilistico-narcisistico, come appunto quelle di Galli.
Pertanto consigliamo ai lettori di ignorare la postfazione e concentrarsi invece sul testo. Cattolicesimo romano e forma politica - sorvolando su suoi aspetti biografici e critici ( ormai ghiotto boccone, per dirla con Sciascia, solo per i “professionisti di Schmitt…) - è di un’attualità sconcertante. E può essere utilissimo per capire la intrigante longevità “sociologica” della Chiesa. Ma anche per comprendere la sua infinita capacità di reazione a sfide che va affrontando da duemila anni. E il più delle volte in modo vincente grazie, appunto, al suo essere complexio oppositorum .
Schmitt, infatti, chiarisce in modo esemplare l’essenza “metapolitica” della Chiesa:

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“Considerata dal punto di vista dell’idea politica del cattolicesimo, l’essenza di questa complexio oppositorum romano-cattolica consiste in una specifica superiorità formale nei confronti della materia della vita umana, quale finora nessun impero ha conosciuto. In questo caso ad una formazione sostanziale della realtà storica e sociale è riuscito - nonostante il suo carattere formale - di rimanere dentro l’esistenza concreta, di essere piena di vita e tuttavia razionale nel grado più alto. Questa peculiarità formale del cattolicesimo romano si basa sulla rigorosa attuazione del principio di rappresentazione”.
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Ma di quale “rappresentazione si parla?
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“La Chiesa è la concreta rappresentazione personale di una personalità concreta. Tutti quelli che l’hanno conosciuta hanno sempre ammesso che è la depositaria, in grande stile, dello spirito giuridico, e la vera erede della giurisprudenza romana. Nella sua capacità di forma giuridica sta uno dei suoi segreti sociologici. Ma la forza di attuare questa forma, come ogni altra, la Chiesa la possiede solo in quanto ha la forza della rappresentazione. La Chiesa rappresenta la civitas humana, rappresenta in ogni attimo il rapporto storico con l’incarnazione e con il sacrificio in croce di Cristo, rappresenta Cristo stesso in forma personale, il Dio che si è fatto uomo nella realtà storica. Nel rappresentare, sta la sua superiorità su di un’epoca di pensiero economico” .
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Ora, come lascia intuire Schmitt, che i suoi avversari la combattano come portatrice di superate superstizioni, non è importante, mentre resta fondamentale il fatto che la Chiesa, nonostante tutto, mostri di essere capace - oggi qualcuno potrebbe dire per Dna… - di incarnare “strutturalmente”, forma (idea) e rappresentazione (esistenza). Il che, se ci si passa l’espressione, le conferisce una “marcia in più” rispetto alle altre istituzioni sociali e politiche, spiegandone pure la longevità.
E’, ovvio, che a chiunque ami passeggiare troppo fra le rovine, come Carlo Galli, qualsiasi attribuzione di sovranità sociologica e politologica (in una parola metapolitica) alla Chiesa Cattolica, possa non piacere. Ma l’ elemento di forza del libro di Schmitt - e di riflesso del cattolicesimo romano - è proprio nel mostrare tutta la misteriosa e sovrana potenza sociale racchiusa nel collegamento strutturale tra forma e realtà. Che il teologo, non può non rinviare a un piano ultraterreno, molto lontano. Sul quale però Schmitt non si pronuncia.
Il che però impone di non meravigliarsi quando il Vicario di Cristo, come è capitato, chiede scusa per i passati errori della Chiesa. Quando si viene da lontano e soprattutto quando si è assolutamente consapevoli di venire da lontano: forma (Croce) ed esistenza (Perdono) non possono non coincidere

mercoledì 31 marzo 2010

Le radici sociali 
dell'astensionismo


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C’era una volta la democrazia. No, magari c’è ancora. Diciamo però, che non gode buona salute. E che sempre più spesso assistiamo al solito confronto tra destra e sinistra su tasse e spesa sociale. Roba da ragionieri. Anche se nei giorni precedenti e successivi alle elezioni, come capita dal 1994, i media finiscono sempre per concentrarsi sugli scandali politici.
Ormai in Italia le intercettazioni a singhiozzo hanno sostituito i contenuti e i confronti politici. Si pensi solo alla campagna appena finita, condotta “a colpi di procure” .
A questo proposito, probabilmente torna utile una riflessione più generale - in termini di cause profonde - sul fenomeno dell’astensionismo. Perché come hanno mostrato, anche le elezioni regionali, se proprio c’è un fantasma che si aggira per l’Europa, sicuramente è quello di una democrazia che perde sempre più elettori. Perché?
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L'elettore "assente"
L’elettore “assente”, chiamiamolo così, in genere è quello più attento alla nuova puntata di “Amici” o di “Ballando sotto le stelle” che di “Porta a Porta” o “Anno Zero”. E non si sintonizza neppure quando Vespa e Santoro si occupano di onorevoli allupati. Perché, come hanno mostrato alcune ricerche, i talk show politici sono seguiti dai soliti che votano: quelli già convinti (pro o contro). Ciò implica che, nonostante i timori del Cavaliere, i programmi di intrattenimento politico non influiscono sull’ elettore “assente” chi vota, continua a votare, chi non vota, continua a restare a casa.
Ma eleviamo un po' il tono dell’ analisi.
Se la democrazia è la “macchina che fabbrica cittadini”, nel senso che il voto rappresenta l’esercizio di una libera scelta attraverso cui l’elettore può “cambiare le cose” e quindi “farsi” cittadino, allora la democrazia italiana non “fabbrica” più cittadini dal 1948. Anno in cui gli italiani votarono, facendo una precisa scelta di campo in favore del capitalismo. Dopo di che il sistema dei partiti, diviso in due blocchi, sprofondò in una specie di limbo politico (tutto Chiesa e Casa del Popolo), durato fino alla caduta dell’Unione Sovietica.
Negli anni Novanta l’apparizione di Berlusconi, ha agitato le acque e scatenato le procure. Di qui quella democrazia, molto particolare, segnata da intercettazioni a singhiozzo, proclami contro i "giudici comunisti", invocazioni, altrettanto feroci, contro quel “fascista del Cavaliere”, e cosi via. Di riflesso, da almeno un quindicennio, ogni tornata elettorale anche amministrativa, viene enfaticamente vissuta come la sera prima della battaglia del Termopili.
Tuttavia, nonostante tutte le scazzottate mediatiche e giudiziarie, gli spettatori a bordo ring mostrano di annoiarsi. Infatti persiste tuttora il sentimento diffuso che recarsi alle urne non abbia alcun valore. In Italia, secondo alcune indagini votano meno di 3 cittadini su 4 , in Europa 2 su 4, negli Stati Uniti 1 su 4.

Tuttavia i dati negativi delle regionali, se confermati in futuro, attestano che l'Italia si sta purtroppo avvicinando alla media europea. Del resto quando si intervista il cittadino che vota, si scopre che 1 su 2 non crede più nell’importanza del suo voto, perché non ha alcuna fiducia in una classe politica, spesso giudicata corrotta e inefficiente.
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Le "tre cittadinanze"
Ora, se la democrazia non “fabbrica” più cittadini, attraverso l’esercizio del voto, come li “fabbrica”? Nessun problema, il circuito della legittimazione e del consenso ormai pratica altre strade. Innanzitutto, va ricordata la “cittadinanza mediatica”. Gli studi sui contenuti dei programmi e delle notizie veicolate dai media, provano che insieme alle scazzottate viene costantemente ripetuto un solo messaggio: il nostro sistema di vita è il migliore in assoluto. E che di conseguenza i cazzotti sono solo un prezzo, fin troppo lieve, da pagare alla democrazia. E così il “cittadino mediatico o “mediatizzato”, pur non capendo, come il buon Ferrini, “si adegua”.
Va poi ricordata la “cittadinanza economica”. Finora il sistema produttivo, pur con alti e bassi, si è mostrato all’altezza della situazione. Il che, per dirla in sociologhese, ha permesso una redistribuzione abbastanza regolare del prodotto sociale e garantito tutele sindacali, previdenziali e assistenziali. Un processo che ha favorito, accrescendone il consenso sociale, l’integrazione delle classi lavoratrici. Ma che, per contro, ha trasformato ogni dibattito politico in economico. Tradotto: la “politica” ormai ruota intorno alla pura divisione, tra cittadini e potere, della ciccia intorno all’osso. Tuttavia la ciccia - con questi chiari di luna - rischia di assottigliarsi…
Infine, va segnalata la “cittadinanza consumistica”. Assicurare a tutti (o quasi) la possibilità di acquisire beni e servizi, rappresenta la carta vincente: la “riprova” che il sistema funziona. L’iperconsumo viene giudicato dalla gente comune, che subisce l’ipnotico effetto della cittadinanza mediatica, come l’agognato traguardo della cittadinanza economica.Cittadinanza mediatica, economica, consumistica. Cerchio perfetto? No, perché, come accennavamo. la crisi economica in corso rischia di rimettere tutto in discussione, e in particolare la cittadinanza economica e consumistica. Di qui la necessità che la “macchina economica” torni al più presto a macinare profitti veri (non speculativi) da redistribuire, più o meno, a tutti.
Ma per quale ragione? Perché più la crisi si allunga, più la credibilità del sistema rischia di risentirne.
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Può bastare la ricerca del puro benessere?
Per ora, le persone continuano a ragionare come in passato: se si vive in una specie di “Paese dei Balocchi”, che senso può avere la cittadinanza politica? Perché si dovrebbe votare per cambiare? Se, nonostante i casi di corruzione e malgoverno, tutto sembra “marciare” per il meglio, perché l’elettore dovrebbe punire i corrotti ? E del resto non sono gli stessi politici, dagli sguardi rassicuranti e benevoli, a promuovere politiche centriste? Presentando la realtà che ci circonda come il migliore dei mondi possibili?
Il che ripetiamo, non è falso. Ma il benessere “nonostante tutto”, non può bastare. Dal momento che la gente ha bisogno anche di ideali, valori e soprattutto rispetto. Quel rispetto, che spesso un mercato affamato solo di profitti speculativi, rischia di ignorare.
Un’ultima osservazione: le cittadinanze mediatica, economica e consumistica sono inversamente proporzionali alla cittadinanza politica. Se si consolidano le prime tre, si indebolisce la seconda. E per quale motivo? Perché la gente, reputando la politica ininfluente sull'economia, se ne frega e non va a votare. Studi in materia provano come il crescente astensionismo elettorale sia tipico delle democrazie opulente, tutte egoisticamente concentrate sui consumi e non sulla politica, vissuta come altruistica partecipazione attraverso il voto. Il presidente Napolitano, qualche volta vi accenna, ma nessuno se lo fila. Si preferisce invece parlare di utilitaristico voto di scambio. Inoltre anche gli scandali, più o meno manovrati, non aiutano gli italiani a fare spogliatoio.
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Conclusioni

Perciò se l’ astensionismo subisse un'improvvisa flessione - cosa che domenica non è stata - sarebbe un segnale di risveglio della cittadinanza politica? No. Perché dietro il non voto si nasconde sia la paura della crisi, in parte comprensibile, sia l’egoistico timore di perdere la cittadinanza consumistica. Il che significa che le vie dell’egoismo umano, come quelle del Signore, restano infinite. Soprattutto quando si incrociano con quelle di un capitalismo sempre più sordo a qualsiasi movente non economico. 

Carlo Gambescia

lunedì 29 marzo 2010

Il Cardinal Martini e il celibato


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Oggi “La Stampa” riporta una dichiarazione del Cardinale Carlo Maria Martini, apparsa su un periodico tedesco: “L’obbligo del celibato per i preti dovrebbe essere ripensato... Le domande fondamentali della sessualità devono essere riformulate” ( http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201003articoli/53573girata.asp ).
Il Cardinal Martini ha perso una buona occasione per tacere. E per due ragioni.
Uno: il nesso causa-effetto pedofilia celibato è tutto da provare.
Due: dove i sacerdoti hanno preso moglie, come nel mondo protestante dell’Europa del Nord, la pratica religiosa pare mostrare le stesse crepe dell’Europa Latina.
Alla Chiesa Cattolica non potrà dunque bastare una “mogliettina”, per uscire dalla crisi che sta attraversando.

Ora, sul celibato non abbiamo alcuna posizione precisa. Non siamo teologi e preferiamo non inerpicarci su sentieri che poco conosciamo. Ma una notazione sociologica più generale desideriamo farla.
La presuntiva centralità della "questione sessuale" sembra essere il portato di una società materialistica, anzi “sensistica”, che attribuisce alla sessualità un valore inaudito, per alcuni addirittura ossessivo. Si veda al riguardo il documentatissimo libro di Pitirim A. Sorokin pubblicato nel 1956: The American Sex Revolution (mai tradotto). Dove, dati statistici alla mano, si scarnifica sociologicamente il “pansessualismo” dei moderni, in particolare del XX secolo. E dove si evidenzia l’ egemonico alternarsi nella storia di mentalità e pratiche sessuali molto differenti: dall’ascetismo all’erotomania. Senza trascurare le modalità valutative, storicamente mutevoli, del concetto di libertà sessuale. Un libro che merita tuttora di essere letto e discusso.
Per carità, la Chiesa può venire a patti con chiunque. Noi non siamo tra quelli che vogliono insegnare al Papa e ai Cardinali "il mestiere"... Quel che preme invece sottolineare, sulla scorta dell’analisi sorokiniana, è che “ i bisogni sessuali” possono essere se non determinati, almeno condizionati culturalmente. Per farla breve: socioculturalmente “modellati” secondo i valori prevalenti. E con esiti che il teologo, il moralista, lo psicanalista, il medico e lo storico possono poi giudicare in modo differente, secondo la propria ottica: per un freudiano l’astinenza sarà un male, per un teologo un bene e così via.
In realtà il dato sociologico "fondamentale" - quello che permane - è la possibilità di “modellare” socialmente il bisogno sessuale secondo la mentalità culturale prevalente. Ma anche di opporsi alla "vulgata" in nome di valori differenti. Insomma, non esiste un pensiero unico anche in materia sessuale: nulla consente di escludere, che a differenza della presente, una società futura si proponga di assegnare alla sessualità importanza marginale.

Una possibilità a posteriori che il Cardinal Martini esclude per principio. Dal momento che accetta a priori , assolutizzandola, la mentalità sensistica dominante. Come quando chiama in causa le "domande fondamentali della sessualità".

Carlo Gambescia