martedì 26 maggio 2026

Leone XIV, l’IA e l’antica diffidenza della Chiesa verso la modernità

 


L’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV sull’intelligenza artificiale è destinata a essere salutata da molti come un testo equilibrato, prudente e profondamente umano. 

Già le sentiamo, le “Figlie di Maria”… E in effetti, al di là delle battute, contiene osservazioni condivisibili sui rischi della concentrazione del potere tecnologico, sulla tutela della dignità personale, sulla trasparenza degli algoritmi, sulle conseguenze occupazionali dell’automazione e persino sugli usi militari dell’IA.

Eppure, leggendola, sia pure per sommi capi, è difficile sottrarsi a una sensazione di déjà-vu storico (*).

La Chiesa cattolica, nei secoli, ha spesso guardato con sospetto le grandi trasformazioni della modernità. Non è una novità. Lo fece con il liberalismo politico, con la secolarizzazione, con la società industriale, con la modernità culturale. Lo fece in modo esplicito con il suo celebre Sillabo, che sotto il pontificato di Pio IX condannava molte delle idee caratteristiche del mondo moderno allora nascente.

Oggi il bersaglio non è più la democrazia liberale o l’industrializzazione. È l’intelligenza artificiale.Naturalmente nessuno propone di vietarla. I tempi sono cambiati. Però, se si tornasse indietro con una macchina del tempo a cinquecento anni fa (Galileo docet), chissà…

Altra battutaccia. D’ora in avanti saremo seri.



Battute a parte, il meccanismo intellettuale appare sorprendentemente simile: la nuova tecnologia viene osservata anzitutto attraverso i suoi rischi, le sue distorsioni, i suoi possibili effetti negativi. Le opportunità passano in secondo piano. Il lettore prenda nota del punto specifico.

È una postura che accomuna molti critici contemporanei del capitalismo e della modernità tecnologica. Cambiano le motivazioni, ma il riflesso è spesso lo stesso: frenare, regolare, limitare, controllare.

Il problema è che la storia racconta anche altro.

Leone XIV denuncia la concentrazione del potere nelle mani di pochi attori tecnologici. È un tema reale. Ma la concentrazione del potere non è una patologia dell’intelligenza artificiale. È una costante della storia umana.

Imperi, monarchie, aristocrazie, burocrazie statali, oligarchie economiche, apparati mediatici, partiti di massa: il potere tende sempre a concentrarsi. È una regolarità metapolitica.



Pensare che il problema possa essere risolto attraverso nuove forme di regolazione pubblica significa spesso trasferire potere da un centro a un altro, non eliminarlo. Per questo molte delle proposte avanzate nell’enciclica sembrano convergere verso una soluzione ricorrente: più governance, più organismi internazionali, più controllo pubblico, più regolazione.

In una parola: più controllo sociale.

Ma la storia delle innovazioni racconta una storia diversa. La rivoluzione industriale produsse sfruttamento, disuguaglianze e condizioni di vita spesso drammatiche. Eppure fu il più grande motore di prosperità mai conosciuto dall’umanità. Le ferrovie sconvolsero economie e società. L’elettricità distrusse interi mestieri. L’automobile trasformò città e paesaggi. Internet ha generato nuovi monopoli e nuove dipendenze.

Ma chi vorrebbe davvero tornare indietro?

La storia della tecnologia è una storia di errori, squilibri e concentrazioni di potere. Ma è soprattutto una storia di progresso.



A differenza della visione cattolica, il liberalismo parte da un presupposto diverso: la libertà di sperimentare produce inevitabilmente effetti collaterali, ma è anche la principale fonte dell’innovazione. Se ogni rivoluzione tecnologica fosse stata fermata in attesa di risolvere preventivamente tutte le sue conseguenze negative, molte di esse non sarebbero mai esistite.

In questo senso, il vero punto di divergenza tra Leone XIV e una prospettiva liberale non riguarda l’etica dell’IA. Riguarda il rapporto stesso con il cambiamento.

L’enciclica insiste ripetutamente sulla necessità di quadri normativi, di organismi di vigilanza, di forme di governance internazionale e di controlli etici preventivi. Sono preoccupazioni comprensibili e in parte condivisibili. Tuttavia il baricentro del ragionamento sembra collocarsi all’interno di una logica prudenziale: prima le regole, poi l’innovazione. Prima la tutela, poi la sperimentazione. Prima il controllo, poi la libertà.

Anche qui il lettore prenda appunto.

Il liberalismo, invece, tende a ragionare in modo opposto: prima la libertà, poi gli eventuali correttivi.

Ma la storia dell’innovazione suggerisce che il progresso raramente nasce da organismi di controllo. Nasce piuttosto dalla libertà di tentare, sbagliare, correggere e riprovare. Spesso senza sapere esattamente dove quella ricerca condurrà, ma guidati dalla curiosità, dall’iniziativa individuale e dalla sperimentazione.



Qui torna utile una celebre intuizione di Joseph Schumpeter. Il capitalismo, spiegava, avanza attraverso la “distruzione creatrice”: ogni innovazione rompe equilibri esistenti, distrugge attività economiche, rende obsolete competenze e professioni. È un processo spesso doloroso, ma proprio da quella distruzione emergono nuove possibilità di crescita e di sviluppo.

L’enciclica di Leone XIV sembra invece guardare soprattutto ai costi della distruzione e molto meno alle potenzialità della creazione.

Non è una novità. Come detto, è una posizione che la Chiesa ha spesso assunto nei confronti delle grandi trasformazioni storiche. Una posizione rispettabile, persino utile sotto certi aspetti, perché ricorda ciò che il progresso rischia di travolgere. Ma che spesso finisce per sottovalutare ciò che il progresso rende possibile.



Pertanto, ripetiamo, la vera domanda, non è se l’intelligenza artificiale presenti rischi. Li presenta certamente.
La domanda è un’altra: se avessimo applicato gli stessi criteri di prudenza preventiva a tutte le grandi innovazioni del passato, quante di esse sarebbero mai nate? Probabilmente nessuna.

Ed è per questo che, ancora una volta, la Chiesa appare più vicina alla critica della modernità che alla sua costruzione. Non perché sia nemica della tecnologia in quanto tale, ma perché continua a giudicarla soprattutto per i problemi che può generare e molto meno per le opportunità che può liberare.

È una differenza antica. Da una parte i custodi della prudenza. Dall’altra, i sostenitori della libertà creativa.

La storia economica insegna che le società che hanno prosperato non sono state quelle che hanno eliminato il rischio, ma quelle che hanno imparato a conviverci.

La modernità, piaccia o meno, è stata costruita soprattutto dai sostenitori della libertà creativa.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-05/magnifica-humanitas-intelligenza-artificiale-dottrina-sociale.html .

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