Ieri sera abbiamo seguito con attenzione l’intervento di due giudici della Corte Penale Internazionale a “Il Cavallo e la Torre”, il programma di Marco Damilano. Li abbiamo ascoltati con sincero rispetto. E tuttavia, inutile nasconderlo, ne abbiamo ricavato soprattutto un senso di amarezza (*).”
Non per loro personalmente. Né per il valore della giustizia internazionale, che resta una delle più alte conquiste del liberalismo politico e affonda le proprie radici nella tradizione moderna del diritto internazionale. Ma per la distanza sempre più evidente tra il linguaggio del diritto e la realtà metapolitica del potere mondiale. Mentre i giudici parlavano di norme, procedure, principi universali e responsabilità giuridiche, il mondo reale sembrava muoversi in una direzione completamente diversa.
Trump minaccia Cuba e sta ammassando, come si diceva un tempo, portaerei nei Caraibi. Sul Venezuela nulla è realmente cambiato. Con l’Iran il problema appare ormai soprattutto strategico e militare, non liberal-democratico. Sull’Ucraina il sostegno americano sembra sempre più oscillante. Perfino le continue uscite trumpiane sulla Groenlandia — che qualcuno continua a liquidare come provocazioni folkloristiche — rivelano una visione brutale, e purtroppo immortale, della politica: i territori strategici tornano a essere concepiti come spazi da controllare direttamente, non come elementi di un ordine condiviso. Quanto all’Europa, continua a parlare il linguaggio dei valori universali mentre scopre ogni giorno di più la propria irrilevanza strategica. Lo stesso Draghi, che vede lungo, è fermo alla competizione economica.
E allora la domanda diventa inevitabile: chi fermerà Trump?
Attenzione: non si tratta di una domanda moralistica o psicologica. Non è il riflesso dell’antitrumpismo pavloviano. La questione è più seria.
Per anni ci siamo raccontati, e anche orgoglio, che il mondo liberale fosse ormai regolato principalmente da istituzioni, diritto internazionale, cooperazione multilaterale e vincoli economici reciproci. Si è parlato addirittura di fine della storia. In parte era vero. Ma quella costruzione funzionava soprattutto perché alle sue spalle esisteva una precisa architettura di potenza garantita dagli Stati Uniti. L’Occidente si muoveva entro una dinamica centripeta fondata su interessi e valori condivisi. Se un nemico c’era, era esterno, ai confini dell’ordine liberale, là dove, per dirla con Buzzati, cominciava il deserto dei Tartari.
Oggi, paradossalmente, è proprio la principale potenza dell’ordine liberale a comportarsi sempre più apertamente secondo la classica logica delle grandi potenze del divide et impera. Il nemico, per dirla alla buona, è entrato in casa e si muove lungo le linee di una dinamica centrifuga.
Trump non usa più neppure il linguaggio tradizionale della libertà americana. Il suo atteggiamento verso l’ordine liberale internazionale appare profondamente ostile. Le istituzioni multilaterali, i vincoli giuridici sovranazionali, le alleanze stabili, perfino l’idea stessa di un limite imposto al potere nazionale vengono percepiti come ostacoli da aggirare o strumenti da piegare. Riemerge così la logica dell’interesse nazionale, della pressione strategica e della deterrenza.
In questo senso Trump sta trasformando, dall’interno e male, l’ordine liberale.
A ciò si aggiungono altri fattori. La Russia non può svolgere alcun ruolo di contenimento senza accrescere ulteriormente il disordine geopolitico. La Cina può limitare economicamente Washington, ma non rappresenta certo un’alternativa liberale o democratica. L’Europa, dal canto suo, resta un gigante economico e normativo, ma militarmente dipendente e politicamente frammentata. Tutti gli altri paesi, più o meno potenti, seguono in ordine sparso.
E così il diritto internazionale finisce progressivamente per assomigliare a una lingua nobile parlata dentro un mondo che non la riconosce più davvero.
Qui sta il punto tragico: non basta avere principi se nessuno possiede la forza necessaria per difenderli.
Per decenni l’Europa ha creduto che commercio, interdipendenza economica e moralizzazione della politica internazionale potessero sostituire la potenza. Oggi scopre invece che la metapolitica non è mai scomparsa. Era soltanto rimasta temporaneamente congelata sotto l’ombrello americano. E con metapolitica indichiamo quell’insieme di regolarità che si manifestano nella persistenza del potere, del conflitto e nelle dinamiche centrifughe e centripete, per citarne solo alcune (**).
Ora quell’ombrello si sta trasformando in qualcosa di diverso: non più garanzia automatica dell’ordine occidentale, ma strumento negoziale nelle mani di una leadership americana sempre più imprevedibile.
Per questo la domanda “Chi fermerà Trump?” è molto più importante di quanto sembri, perché costringe finalmente a guardare la realtà. Non basta invocare il diritto internazionale. Non basta denunciare moralmente gli eccessi della forza. Non basta neppure celebrare astrattamente la liberal-democrazia. Un ordine liberale sopravvive soltanto se possiede anche la capacità concreta di difendersi. Servono potenza, deterrenza e la possibilità reale di imporre limiti.
Altrimenti il rischio è che il liberalismo internazionale sopravviva soltanto come retorica, mentre il mondo rischia di tornare a essere regolato quasi esclusivamente dai rapporti di forza.
Ed è forse proprio questo il paradosso più inquietante del nostro tempo.
Non che Trump sia troppo forte. Ma che tutti gli altri appaiano troppo deboli per fermarlo.
Carlo Gambescia
(**) Per un approfondimento si veda il nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, 2 voll.





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