mercoledì 6 maggio 2026

Il cuore di Massimo Wertmuller, la durezza della (meta)politica

 


Da qualche tempo seguiamo la pagina Fb di Massimo Wertmuller, bravo attore e, da quel che scrive e dice, uomo perbene: animalista, pacifista, vegetariano, forse vegano (non abbiamo capito bene), fedele a una sinistra romantica che conserva i suoi spiccati accenti anticapitalisti e antiamericani. E che ogni giorno si spende, con post sempre sinceri, al punto da sfiorare il patetico. E non è una critica, come ora vedremo.

Patetico: ciò che suscita partecipazione emotiva intensa, commozione, empatia; ciò che tocca il sentimento in modo profondo. In ambito retorico e letterario, il patetico (dal greco πάθος, pathos) non è il “meschino” o il “ridicolo” dell’uso comune moderno, ma la capacità di muovere gli affetti. Un discorso, una scena, un gesto possono essere patetici nel senso alto del termine: carichi di umanità, dolore, passione, intensità morale.

Per capirsi: un grande momento patetico, nel senso di cui sopra, è il bellissimo finale de I promessi sposi, nostro livre de chevet, e che un giorno, probabilmente, ci accompagnerà verso il nulla.

Ma non perdiamo il filo del discorso. Ecco, in sintesi, cosa ha scritto ieri Wertmuller:

“Credo che se non si costruisce un mondo in cui si parla, invece che sputarsi addosso, quando non ci si spara proprio addosso, non ci potrà essere salvezza. (…) Non credo che ci siano altre strade di sopravvivenza se non quella della coabitazione, trasformando il sospetto in curiosità, in gioia di incontrare l’altro e confrontarsi. (…) Ma per fare questo servirebbero stature politiche, governative, individuali alte, molto alte. Invece… in giro ci sono pericolosi sparvieri assetati di sangue” (*).



Come può il cuore non condividere un appello del genere? E invece la ragione? Diciamo: la ragione metapolitica?

La ragione metapolitica, o scienza delle regolarità, di ciò che si ripete nel comportamento politico, ci dice che persino un governo mondiale si troverebbe ad affrontare gli stessi problemi con cui oggi si misurano i governi nazionali.

Si rifletta. I governi nazionali hanno forse liquidato la criminalità? Ogni giorno leggiamo della guerra a questa o quella banda criminale. E per un eventuale governo mondiale sarebbe la stessa cosa, solo che la lotta riguarderebbe gli “stati canaglia”,  nel ruolo di "macro-minoranze" irriducibili all'ordine mondiale, sebbene rivolto al bene. Si tratta di una precisa regolarità metapolitica, cioè di qualcosa che storicamente tende a ripetersi: la dinamica amico-nemico.

Esiste, purtroppo, una necessità politica di compattezza interna che passa quasi sempre attraverso l’indicazione di un nemico esterno.

Purtroppo funziona così. E la storia umana è piena zeppa di esempi del genere.

Cambiano i contenuti: oggi la mafia, domani gli “stati canaglia”. Ma la struttura resta. E non è affatto detto che, nella lotta allo “stato canaglia”, non si ricorra alle maniere forti, fino a includere le tanto temute armi atomiche, magari solo tattiche. Come se il diminutivo bastasse a rassicurare.



Certo, per evitare tutto questo si potrebbe lavorare sulla natura umana.

Sotto questo aspetto il liberalismo, come trasformazione del nemico in avversario attraverso l’introduzione di istituzioni come le carte dei diritti, le costituzioni, i parlamenti, lo stato di diritto, la libertà di mercato e di commercio, ha addolcito i costumi. E per questo, sia detto per inciso, dovremmo tenercelo stretto.
 

Dicevamo "addolcito". Ma non del tutto. Gli uomini smaniano per una volontà di riconoscimento — che l’attore Massimo Wertmuller dovrebbe ben conoscere — e che, anche se non sempre, perché ha dalla sua  un aspetto creativo e costruttivo, può sfociare nella sopraffazione e nella prepotenza, spesso subite dai più in modo conformistico.

Semplificando: la volontà di riconoscimento può trasformarsi in volontà di potenza: una forza distruttiva, difficile da sradicare, perché inscritta nella stessa logica della politica,  anzi della metapolitica. Nel bene e nel male, fu decisiva contro Hitler; oggi torna ad alitare il suo veleno in Trump. Solo il liberalismo moderno è riuscito, quasi miracolosamente, a imbrigliarla. Ma non sempre.

Certo, resta il socialismo, magari anche di natura evangelica, frutto di buona volontà e di buona disposizione verso l’altro.
 

Ma come animare tutto questo in un uomo che, alla fin fine, sembra navigare tra conformismo e volontà di potenza?



Si imporrebbe una trasformazione antropologica. Come però? E soprattutto: si può obbligare l’uomo a essere libero? Magari usando quella stessa forza che si vorrebbe negare e superare?

E per ora ci fermiamo qui. Ringraziando Massimo Wertmuller per i suoi spunti e le sue sollecitazioni.

Carlo Gambescia

 

(*) Qui: https://www.facebook.com/massimowertmuller .

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