venerdì 8 maggio 2026

Riforma elettorale e democrazie impazienti

 


Non entreremo qui nel merito tecnico della riforma elettorale che il governo sembra voler rilanciare dopo il Consiglio dei ministri di ieri. Tema, tra l’altro, più volte affrontato (1).

Non è questo il punto (almeno per oggi). Il punto, semmai, è la sua filosofia politica: l’idea di potere che la ispira, la concezione pseudo-democratica che sottende, il rapporto che immagina tra governo, parlamento e popolo.

Per capire ciò che accade oggi, bisogna liberarsi di un equivoco molto italiano: pensare che ogni tensione verso il rafforzamento dell’esecutivo sia un riflesso automatico del fascismo, o che ogni difesa del Parlamento coincida con la custodia della democrazia. Le cose, storicamente, sono più complicate.

Attenzione, però: questo non per assolvere il fascismo e la sua pesante eredità ideologica, ma per ricollocarlo entro una più ampia tradizione di critica della democrazia parlamentare, che va da De Mastre e Donoso a Maurras e Carl Schmitt, a tenersi stretti.



Il parlamentarismo moderno, fin dalla sua nascita, non è mai stato pienamente digerito dalle culture politiche ostili alla modernità liberale. Le forze reazionarie vi hanno sempre visto dispersione, lentezza, impotenza decisionale. Ma la stessa storia del liberalismo costituzionale mostra che il rapporto tra rappresentanza e decisione non è mai stato né pacifico né pacificato.

La costituzionalizzazione ottocentesca non fu un processo lineare, progressivo e inevitabile. Fu una costruzione accidentata, piena di arresti, compromessi e ritorni indietro. Il parlamento non nacque come forma naturale del potere moderno, ma come equilibrio instabile tra poteri concorrenti. Si potrebbe tuttavia risalire alle stesse origini settecentesche della democrazia parlamentare britannica, che vide, pur tra colpi e contraccolpi, arretrare i poteri del monarca e avanzare quelli del Parlamento e, soprattutto, dei suoi leader.

Ed è qui il punto decisivo: il conflitto fondamentale della democrazia liberale moderna non è tra governabilità e ingovernabilità, come oggi si tende superficialmente a credere, ma tra potere esecutivo e potere parlamentare.
 

Questo conflitto attraversa tutta la modernità politica.



Dopo la Prima guerra mondiale, tuttavia, qualcosa cambia. La crisi dello Stato liberale, l’irruzione delle masse nella politica, l’instabilità sociale e istituzionale producono, dentro lo stesso liberalismo, una torsione significativa: la vecchia centralità parlamentare comincia a essere percepita da molti come insufficiente, troppo lenta, troppo esposta alla frammentazione.
Ma questa svolta non nasce dal nulla.

È, in parte, il riemergere — dentro il liberalismo — di una pressione teorica e politica che lo aveva accompagnato fin dall’inizio: quella critica reazionaria, di cui sopra, che, fin dai processi di costituzionalizzazione ottocenteschi, aveva combattuto il Parlamento come luogo della dispersione del comando, dell’indebolimento dell’autorità, della dissoluzione dell’unità politica.

Il decisionismo liberale del Novecento, dunque, non rappresenta uno sviluppo lineare del liberalismo, ma piuttosto un suo cedimento verso un’antica istanza anti-parlamentare e pseudo-democratica.

Non è ancora fascismo, naturalmente. Ma, come detto, è il punto in cui una parte del liberalismo comincia ad assumere, almeno sul piano istituzionale, categorie che fino ad allora appartenevano alla critica della modernità parlamentare.

 


Per questo sarebbe semplicistico – punto già accennato – leggere l’insistenza attuale di Fratelli d’Italia come mera continuità ideologica con il fascismo. Più precisamente, essa si iscrive dentro una genealogia più lunga: quella persistente diffidenza verso la centralità parlamentare che attraversa la modernità politica e che periodicamente riemerge ogni volta che la decisione reclama velocità e il conflitto domanda di essere compresso.



Ed è qui che entra il presente.

La società contemporanea vive in un tempo accelerato. La comunicazione è immediata, l’informazione istantanea, il consenso volatile. La politica si trova così compressa tra la lentezza fisiologica delle procedure parlamentari e la velocità patologica delle aspettative sociali.

Ma attenzione: questa accelerazione non crea il problema; semmai lo rende più visibile. Perché la questione non è mai stata la legge elettorale in sé. La storia lo dimostra.

La Terza Repubblica francese garantì una lunga continuità statuale pur dentro una notevole instabilità ministeriale. La Restaurazione spagnola costruì forme di equilibrio politico con meccanismi elettorali tutt’altro che rigidi. E perfino l’Italia repubblicana, nel suo lungo ciclo proporzionale, ha conosciuto decenni di stabilità sistemica dentro governi formalmente fragili. Anche la Costituzione americana, esempio storico di equilibrio duraturo tra potere esecutivo e legislativo, ha garantito per lungo tempo una notevole stabilità istituzionale; oggi, tuttavia, essa appare sottoposta a nuove tensioni, legate anche a una crescente tendenza — osservata in particolare durante la stagione politica di Donald Trump, tuttora in pieno svolgimento — a enfatizzare l’accentramento del potere esecutivo.

Il problema, dunque, non è una legge elettorale ad hoc, come oggi si ama dire con aria da pronto soccorso istituzionale. Il vero rischio è un altro: la continua modificazione delle regole, a partire da quelle elettorali.

 


Le democrazie fragili cambiano continuamente le proprie norme fondamentali. Le democrazie mature, invece, tollerano l’imperfezione delle regole perché sanno che la stabilità delle procedure vale più dell’efficienza immediata. Le repubbliche sudamericane del Novecento — ma si potrebbe anche dire fin dalle origini — mostrano bene questa patologia: costituzioni e sistemi elettorali modificati con impressionante frequenza, come se il problema fosse sempre la regola elettorale e mai il rapporto reale tra forze sociali e istituzioni.

E qui emerge il nodo culturale, anzi antropologico.

La democrazia richiede pazienza. E la pazienza è forse la meno naturale delle virtù politiche.

Lo è ancora meno in una società di elettori intermittenti, mobilitabili emotivamente, esposti alla semplificazione permanente del consenso e alla sollecitazione continua delle passioni collettive. Si chiama anche, come insegna Geiger, “democrazia emotiva” (2).
 


Roberto Michels lo aveva intuito con lucidità: le oligarchie — fenomeno pressoché fisiologico nella vita politica — non si limitano ad amministrare il consenso; lo producono, lo orientano, lo organizzano (3)

E quando il voto si “emotivizza”, anche la democrazia cambia natura: tende a seguire gli impulsi più che i tempi della riflessione. Del resto, come scrivevamo ieri, la nostra è una “società di massa”, con tutto ciò che ne consegue (4). Però una cosa è prenderne atto, un’altra è assecondarla nei suoi aspetti peggiori.

In quest’ultimo caso, la tentazione di adattare continuamente le regole ai flussi mutevoli del consenso diventa quasi irresistibile.

È qui che la filosofia della riforma si rende visibile. Non nel dettaglio tecnico delle norme, ma nella sua logica profonda: ridurre la mediazione, comprimere il conflitto, accelerare la decisione, usando l’instabilità emotiva dell’elettorato come argomento per limitare, marginalizzare o svuotare il potere del parlamento.

Come abbiamo visto, è una tentazione antica: usare la legittimazione democratica per restringere gli spazi della democrazia stessa.
 

Ed è qui che il rischio si fa concreto. Perché diventa pericoloso ogni passaggio che trasforma la lentezza della democrazia in un difetto da correggere, anziché nel prezzo inevitabile della libertà politica.

 


Il parlamento, con tutte le sue lentezze, le sue inconcludenze e i suoi compromessi, resta infatti il luogo in cui il conflitto si rende visibile e, proprio per questo, controllabile.

E ogni volta che la politica pretende di neutralizzare il conflitto in nome dell’efficienza, la storia insegna che il prezzo, prima o poi, arriva.

Carlo Gambescia
 

(1)Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=Riforma+elettorale+Giorgia+Meloni .

(2) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2019/07/la-lezione-di-theodor-geiger-democrazia.html .

(3) Per una sintesi delle sue idee: Roberto Michels, Studi sulla democrazia e sull’autorità, a cura di Carlo Gambescia e Jerónimo Molina, Edizioni Il Foglio, Piombino (LI) 2015.

(4) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2026/05/luomo-massa-tra-garlasco-e-hormuz.html .

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