La parata del 9 maggio a Mosca, cuore simbolico della potenza russa, quest’anno ha restituito un’immagine meno enfatica del solito. Non è un dettaglio estetico: nei sistemi politici fondati sulla rappresentazione della forza, anche la coreografia è sostanza. E ciò che emerge è semplice: dopo oltre quattro anni di guerra, la Russia non ha perso, ma non ha nemmeno vinto. Ed è qui il nodo.
Per capire la posizione russa bisogna liberarsi di un equivoco ricorrente: identificare la mancata vittoria con la debolezza. La Russia non è un esercito al collasso. Resta una potenza militare, con capacità industriale significativa, profondità territoriale, riserve umane e una cultura strategica storicamente costruita sull’assorbimento dell’urto. Il lettore annoti quest’ultimo punto.
Perciò Il problema non è la fragilità, ma la forma della guerra e le sue ricadute su politica e stato. Da sempre autocratico.
In sintesi: la tradizione militare russa si è consolidata sulla durata più che sulla rapidità. Ha spesso vinto non perché colpisse meglio, ma perché resisteva più a lungo. Con Napoleone nel 1812 e con Adolf Hitler nel 1941 il meccanismo fu lo stesso: arretramento, profondità strategica, logoramento del nemico. Tecnicamente si chiama guerra d’attrito. Anche nelle quattro guerre ottocentesche contro l’Impero ottomano, soprattutto tra 1806 e 1878, (guerre è bene precisarlo, non solo bilaterali, contro l’Impero Ottomano), Mosca affinò questo schema: avanzata lenta, pressione continua, usura progressiva dell’avversario. Più che la guerra rapida, fu lì che si consolidò la guerra di durata.
Vasilij Kljjučevskij, tra i maggiori storici russi dell’Ottocento, interpreta l’espansione verso il Mar Nero e i Balcani come parte della formazione storica dello Stato imperiale. Dmitrij Miliutin, ministro della Guerra e memorialista, offre una lettura tecnico-militare delle campagne ottomane del 1877–1878, centrata su logoramento e organizzazione. Nelle memorie degli ufficiali delle successive guerre balcaniche emerge una forte mitologia della resistenza e del sacrificio, tipica della cultura militare zarista. Più tardi, la storiografia sovietica (soprattutto in chiave selettiva) rilegge questi conflitti come prove della “tenuta storica” della Russia contro gli imperi in declino. E Putin, per farla breve, si è accodato a questa tradizione, lucidando l’argenteria zarista e sovietica. (*)
Ma la storia russa conosce anche il limite di questo modello. Nella Prima guerra mondiale, la capacità di assorbire lo sforzo bellico si trasformò in fattore di collasso politico: perdite enormi, crisi logistica e deterioramento interno portarono all’implosione dello stato prima ancora che il fronte fosse definitivamente spezzato. È il precedente che mostra come la guerra lunga sia una risorsa strategica, ma anche un rischio dal punto di vista del sistema di aspettative politiche.
Con l’ Ucraina – aggredita – il problema nasce all’inizio. L’invasione del 2022 non era pensata come guerra lunga, ma come operazione rapida: pressione su Kiev, caduta del governo, ridefinizione degli equilibri politici. In altre parole: una guerra breve. L’Ucraina, però, non è crollata. Fallito il blitz iniziale, Mosca è stata costretta a tornare al suo modello storico: la guerra d’attrito.
Ma con una differenza decisiva rispetto al passato. Nell’Ottocento e nel Novecento il tempo lavorava quasi esclusivamente per la Russia. Oggi lavora anche contro di essa. L’Ucraina, nonostante tutto, riceve supporto economico, militare e tecnologico dall’Occidente, e ne sta sviluppando uno suo, soprattutto nell’ambito dei droni. La guerra d’attrito, che era il vantaggio russo, è diventata una trappola reciproca. Perché Kiev sembra non voler cedere, come del resto neppure Mosca.
Ed è qui il paradosso. La Russia può continuare a combattere, probabilmente a lungo. Ha risorse, industria e una soglia di tolleranza alle perdite superiore a quella delle democrazie europee. Ma continuare non significa vincere. Per una potenza imperiale questo è il problema centrale.
Perché una potenza come la Russia non misura il successo solo territorialmente, ma politicamente e simbolicamente. L’obiettivo iniziale non era soltanto conquistare territori, ma ridefinire il rapporto con l’Ucraina e riaffermare una sfera d’influenza nello spazio post-sovietico e probabilmente con qualche ambiziosa proiezione sull’Europa occidentale. Su questo piano, il risultato è ambiguo: l’identità ucraina si è rafforzata, l’Occidente si è ricompattato, la NATO si è ampliata. Quanto all’Italia, Mosca deve accontentarsi di Albano.
Per questo la vera questione non è se la Russia possa ancora combattere, ma se possa ancora trasformare la guerra in vittoria politica. Nella storia russa la guerra è sempre stata anche uno strumento di legittimazione: sacrificio, resistenza, grandezza.
Ed è proprio questo che oggi si incrina. Vladimir Putin ha costruito il proprio sistema politico fondendo stato, politica, memoria storica e guerra. Ma quando la guerra si prolunga senza esito, la memoria perde energia e diventa peso politico.
E qui il precedente della Prima guerra mondiale torna come riferimento inevitabile: la guerra di durata è una risorsa finché resta controllabile. Oltre una certa soglia, smette di logorare il nemico e inizia a logorare chi la conduce. È il punto in cui la resistenza diventa esposizione, e la forza si trasforma in vulnerabilità politica.
Infine, una notizia delle ultime ore: Putin è tornato a evocare il tema dei negoziati di pace, ma resta il dubbio che non si tratti di una reale svolta. Più che un’apertura concreta verso la pace, sembra una mossa di gestione politica, utile a modulare tempi, pressioni e percezioni sul conflitto.
Quando la guerra si prolunga senza risultati decisivi, il richiamo ai negoziati serve più a recuperare iniziativa e a controllare il logoramento interno che a chiuderla davvero.
In altre parole: non è ancora pace, è la guerra che cambia linguaggio perché comincia a pesare.
Carlo Gambescia
(*) Su queste tematiche, e in particolare sull’etica del sacrificio, rinviamo alla sintesi di Orlando Figes, Storia della Russia. Mito e potere da Vladimir il Grande a Vladimir Putin, Mondadori, Milano 2024. Specialista in argomento Figes è autore di un capolavoro storiografico come La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924, Mondadori, Milano 2017.






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