E invece insistiamo.
Tra le molte apparenti trasformazioni che attraversano oggi la destra italiana, una delle più interessanti riguarda la memoria di Giorgio Almirante.
A trentotto anni dalla sua scomparsa, numerosi esponenti di Fratelli d’Italia gli hanno reso omaggio. Nulla di sorprendente. Almirante è stato il leader storico del Movimento Sociale Italiano e rappresenta una figura centrale nella genealogia politica della destra postfascista. Sarebbe anzi strano il contrario.
Più interessante è osservare il modo in cui viene ricordato.
Nei messaggi commemorativi di questi giorni, da Giorgia Meloni a Ignazio La Russa e Fabio Rampelli, emerge infatti una rappresentazione sempre più definita: Almirante come uomo delle istituzioni, protagonista della vita parlamentare, figura rispettata dagli avversari, interprete della pacificazione nazionale e, in sostanza, protagonista della maturazione democratica della Repubblica.
È qui che il discorso diventa problematico.
Non perché Almirante debba essere trasformato in una caricatura demoniaca. La storia non è mai un tribunale morale e gli uomini politici sono quasi sempre più complessi delle immagini che ne danno sostenitori e detrattori. Almirante fu certamente un leader politico di rilievo, un parlamentare abile e un protagonista della vita pubblica italiana per diversi decenni.
Ma una cosa è riconoscere il suo ruolo nella storia della Repubblica. Un’altra è riscriverne la collocazione storica in stile romanzo fantasy.
Almirante non fu semplicemente un uomo di destra. Fu un dirigente del fascismo repubblicano, un collaboratore della Repubblica Sociale Italiana e segretario di redazione de "La difesa della razza". Dopo la guerra guidò il principale partito neofascista italiano, senza mai compiere una vera rottura ideale con l’esperienza fascista.
La sua integrazione nel sistema democratico fu reale. La sua conversione all’antifascismo non ci fu mai.
Sono due fatti distinti che oggi tendono a essere confusi.
La destra contemporanea sembra aver compreso che non è più necessario negare il passato fascista di Almirante. Sarebbe una battaglia impossibile da sostenere sul piano storico. Più efficace è ridurne il peso, relegarlo sullo sfondo e concentrare l’attenzione sull’ultima parte della sua biografia: il parlamentare, il leader politico, l’uomo delle istituzioni.
In questo modo il fascista scompare lentamente dietro il democratico.
È una strategia retorica, una forma di razionalizzazione ex post, a suo modo raffinata. E non riguarda soltanto la figura di Almirante.
In fondo, ogni forza politica cerca di costruirsi una genealogia rispettabile. La sinistra può richiamarsi a Matteotti, Rosselli, Pertini e Berlinguer. I liberali a Croce, Einaudi e Malagodi. La destra postmissina si trova invece davanti a un problema più complesso: il suo principale antenato politico è stato anche un protagonista del fascismo italiano.
Da qui nasce il tentativo di reinterpretarlo.
Il passaggio è sottile ma decisivo. Non si afferma che Almirante non fosse fascista. Si suggerisce che il fascismo, attraverso figure come Almirante, possa essere considerato una delle tradizioni che hanno contribuito alla costruzione della democrazia repubblicana.
Alla costruzione della Repubblica antifascista. È una tesi molto diversa e molto più ambiziosa. E per nulla fondata.
Per questo la questione non riguarda soltanto la memoria di un leader politico scomparso quasi quarant’anni fa. Riguarda la ricostruzione storica delle origini della Repubblica, piaccia o meno, antifascista.
La democrazia italiana ha certamente finito per legittimare il MSI come forza politica. Questo è un fatto storico. Ma dalla legittimazione democratica di un partito non discende automaticamente la democraticità della tradizione da cui esso proviene.
È una distinzione fondamentale.
Un solo esempio basta a mostrare la distanza tra l’Almirante storico e l’Almirante che oggi viene celebrato.
Se davvero Giorgio Almirante fosse stato il precursore della destra democratica che oggi Fratelli d’Italia rivendica, allora occorrerebbe spiegare perché nel 1976 combatté con tanta durezza proprio quella corrente che tentava di trasformare il MSI in una destra conservatrice e pienamente inserita nel sistema politico occidentale.
La scissione di Democrazia Nazionale viene oggi descritta come un’anticipazione delle successive evoluzioni postmissine. Ma Almirante non la salutò come un progresso. La visse come una lacerazione e come un tradimento dell'Idea e della Fiamma. Posizione tuttora rivendicata dall'ala oltranzista del neofascismo italiano.
La memoria attuale di Almirante soffre così di un curioso paradosso. Gli vengono attribuite retrospettivamente idee e obiettivi che furono spesso quelli dei suoi avversari interni. Si celebra come anticipatore della normalizzazione democratica della destra un leader che, quando quella normalizzazione cercò concretamente di prendere forma nel 1976, si schierò dalla parte opposta (**).
Il problema non è ricordare Almirante. È trasformarlo postumo in ciò che non fu mai.
Carlo Gambescia
(**) Sul punto si veda l’eccellente studio del compianto Giuseppe Parlato, La Fiamma dimezzata. Almirante e la scissione di Democrazia Nazionale, Luni, Milano 2017.






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