giovedì 7 maggio 2026

L’uomo-massa tra Garlasco e Hormuz

 


Che la gente voglia pace e soprattutto vivere, fare le proprie cose, programmare, ridere, piangere, scherzare, spettegolare, curiosare, emozionarsi, è un dato di fatto.

La società di massa, questo prodotto del XX secolo, basata sulla pluralità dei servizi accessibili a tutti e sull’imitazione o mimesi sociale, è tuttora viva e vegeta, con le sue credenze, i suoi riti e le sue aspettative collettive: le vacanze, i festival, gli scandali, i Vip, la cronaca nera, eccetera. Magari amplificata dai nuovi gadget tecnologici. Come sono vive le modalità politiche, sociali ed economiche per ammaestrare le masse, fatte — la ricetta è antichissima — di pane e circenses.

Molti dimenticano che il primo a coniare il concetto di “uomo-massa” fu José Ortega y Gasset, che conosceva sia Le Bon che Freud. Finissimo pensatore, che di lì a qualche anno avrebbe visto implodere quell’uomo massa, in modo animalesco, nei duri anni della Guerra civile spagnola: completamento, per stragi e fanatismo, della Prima guerra mondiale e preparazione della Seconda.


 


L’uomo-massa vuole sollecitazioni sempre più forti: vuole la pace, con i suoi svaghi, ma anche godere al calduccio delle disgrazie altrui:  omicidi, guerre, terremoti. In sintesi, con riferimento alle nostre cronache: da Garlasco a Hormuz.

Si dirà: due secoli di rivoluzioni liberali per finire così? Sulle contraddizioni del liberalismo la letteratura è vasta, spesso ripetitiva, e finisce quasi sempre per mescolarsi alla scontentezza dell’uomo massa, che Ortega traduceva nella parafilosofia di vita del “bambino viziato”. Ma il filosofo spagnolo non imputava questo al liberalismo in quanto tale: lo considerava piuttosto il prodotto inevitabile — e per non pochi aspetti persino benevolo — della modernità economica e sociale.



La società di massa, in sintesi, ha una struttura più collettivistica che liberale, e può perfino diventare fascista, come intuì anche Wilhelm Reich, perché l’uomo massa è individualista e collettivista al tempo stesso. Vuole essere trattato da individuo, ma pretende anche il paracadute sociale. Si potrebbe parlare di individualismo protetto. E per questo è disposto anche a rinunciare a larga parte della propria libertà, soprattutto a quella politica e spirituale più esigente, quella difesa dai professori giacobini e poi travolta, tra restaurazione borbonica e furia sanfedista, dal ritorno rassicurante dell’ordine.



L’uomo-massa, alla fin fine, è un reazionario, non perché ami il passato, ma perché è visceralmente attaccato alla sopravvivenza. E come intuiva Curzio Malaparte, un conto è lottare per vivere, un conto è lottare per non morire.

L’uomo-massa lotta per vivere. A ogni costo e sotto qualsiasi padrone.

Sotto questo aspetto, l’unica forma di liberalismo che l’uomo massa può gradire è quella sociale, molto sociale, oggi incarnata dal welfare.

Potrebbe finire male.

Carlo Gambescia

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