martedì 28 aprile 2026

Avanzo primario: il feticcio contabile della politica economica

 


Il problema non è la matematica, ma l’uso politico che se ne fa. L’articolo del “Secolo d’Italia” celebra il ritorno dell’avanzo primario come prova dei “successi del governo” sull’economia. Ma l’avanzo primario non misura il successo di un’economia: misura la differenza tra entrate e uscite dello Stato, al netto degli interessi sul debito. È un indicatore contabile, non un indicatore di prosperità.

Insomma, misura la capacità del sistema fiscale di sostenere la spesa corrente senza nuovo indebitamento. Diverso è il saldo complessivo dei conti pubblici, che include anche gli interessi: è quest’ultimo a determinare il risultato finale, che può restare in deficit anche in presenza di un avanzo primario, quando il debito è elevato. Nel caso italiano, ad esempio, il Paese ha registrato recentemente un avanzo primario nell’ordine di alcuni decimi di punto di PIL (circa lo 0,8% ), mentre il bilancio complessivo è rimasto in deficit, con un valore attorno al 3,1% del PIL nel 2025, anche per effetto della spesa per interessi, stabilmente vicina al 3,5–4% del PIL (*).

Nel quadro delle regole europee, il punto non è l’avanzo primario in sé, ma la traiettoria di deficit e debito: sotto il 3% del PIL per il primo e con un percorso credibile di riduzione per il secondo, oggi affidato a piani pluriennali più flessibili ma non meno vincolanti. In questo schema, il rispetto delle soglie può convivere con una dinamica del debito ancora rigida, come mostra il livello italiano, pari a circa il 137% del PIL (**).



L’avanzo primario non è dunque un feticcio contabile, ma una leva tecnica per la sostenibilità del debito. Il problema italiano è che questa leva agisce dentro una struttura già appesantita: debito elevato e interessi che assorbono una quota rilevante delle risorse pubbliche. Il risultato è che il rispetto formale delle regole può convivere con una sostanziale immobilità del debito, che resta il vero banco di prova della politica fiscale.

Quindi, per dirla in modo semplice: in questi giorni si polemizza sul nulla. Serve piuttosto un cambio di mentalità, cioè di cultura politica, sul debito e sulla spesa pubblica.

L’avanzo primario può migliorare perché cresce l’economia e il gettito, ma anche perché aumenta la pressione fiscale o si comprimono spese, investimenti e trasferimenti. In altre parole: non dice se un Paese sta meglio, dice solo se lo stato incassa più di quanto spende. Scambiarlo per una prova di salute economica è un errore elementare. O, più spesso, una scelta “promozionale”. Aspetto che può spiegare anche l’articolo del “Secolo d’Italia”: propaganda governativa, senza troppe sottigliezze.

La salute di un’economia si misura altrove: crescita del Pil, produttività, salari reali, investimenti privati, capacità delle imprese di creare valore e occupazione. Un Paese può avere conti ordinati e un’economia stagnante. L’Italia, in questo, è quasi un classico: disciplina contabile e crescita debole hanno convissuto a lungo. E qui certa sinistra dei professori, pur indispensabile (come un tempo il "purgante" ai bambini troppo golosi), ha la sua brava parte di responsabilità.



Ma il punto più interessante è politico-culturale. Ed è qui che la questione diventa paradossale. Perché è curioso che una destra che si richiama al liberalismo esalti un dato che, letto in chiave liberale, dovrebbe suggerire tutt’altra riflessione.

Il liberalismo, da Smith a Hayek, non ha mai identificato la buona economia con la capacità dello stato di prelevare più risorse di quante ne restituisca. Per capirsi: più tasse.

Al contrario: la ricchezza nasce nella società, nel lavoro, nell’iniziativa privata, nel mercato. Lo stato deve garantire regole e stabilità, non vantarsi della propria capacità di incasso.

Ripetiamo: un avanzo primario significa, in termini semplici, che lo stato ha prelevato più di quanto ha speso. Questo può essere prudente, necessario, anche virtuoso in alcune fasi. Ma non è, di per sé, una vittoria liberale.

Nel caso italiano, il ritorno dell’avanzo primario non deriva da un salto di produttività: i dati del MEF mostrano che è stato trainato soprattutto dal maggiore gettito tributario e contributivo — favorito dall’inflazione e dall’aumento dell’occupazione — insieme a una spesa primaria più contenuta. In altre parole: più entrate e più disciplina di bilancio, non necessariamente più produttività, più investimenti o più ricchezza reale.



In altre parole: più entrate e più disciplina, non necessariamente più produttività, più investimenti o più ricchezza reale. Se il surplus deriva soprattutto da maggiore capacità fiscale dello stato e da un mercato del lavoro che cresce più in quantità che in qualità (cioè lavori più “volatili”), siamo davanti al contrario della logica liberale: più che economia di mercato, equilibrio amministrato.. O meglio un’economia del tassa e spendi. Semplificando: Keynes invece di Hayek. Altro che governo liberale…

Per la tradizione liberale italiana, da Einaudi in poi, il bilancio pubblico non è un fine ma uno strumento. Nei Principi di scienza delle finanze e nelle Lezioni di politica sociale, Luigi Einaudi insisteva su un punto semplice: la qualità del bilancio si misura sugli effetti sull’economia reale, non sulla sola disciplina contabile. Il bilancio sano non è quello che “fa cassa”, ma quello che favorisce investimento, fiducia e crescita della ricchezza privata.

Detto altrimenti: il rigore non serve a rafforzare lo stato, ma a limitarlo e renderlo funzionale allo sviluppo economico.
Qui accade l’opposto: si pensi all’editoriale del “Secolo”, si celebra come successo dello Stato il fatto che lo Stato trattenga più risorse. Una logica che ha più a che fare con lo statalismo che con il liberalismo.



Ed è qui che emerge la contraddizione: rivendicare il lessico liberale mentre si valorizzano soprattutto indicatori di capacità fiscale dello stato, più che di vitalità produttiva dell’economia. L’avanzo primario può rassicurare mercati e istituzioni europee, ma in una prospettiva liberale non è questo il punto decisivo. Ciò che conta è la crescita della produttività, la qualità del lavoro, la capacità di investimento del settore privato.

Confondere la contabilità pubblica con la prosperità collettiva è il vecchio vizio di chi guarda lo stato e dimentica il mercato. E un liberale, davanti a questo, dovrebbe riconoscere subito il problema: non è economia di mercato, è contabilità di potere.

O, per dirla alla buona, la “carta canta”?  Certo, dipende solo da cosa le si vuole far dire.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/EN_Notifica-22_04_2026.pdf .

 

(**) Qui in generale: https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-euro-indicators/w/2-22042026-ap .

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