C’è un punto in cui il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a costruirla. La prima pagina del “Secolo d’Italia” sta esattamente lì: non informa, ma produce un romanzo criminale, assorbendo una retorica dell’intransigenza verso il migrante. E lo fa attraverso una parola chiave – “altissima pericolosità sociale” – che sembra tecnica, neutra, quasi scientifica. E invece non lo è.
Nel diritto, la pericolosità sociale è una categoria precisa, circoscritta, sottoposta a criteri e verifiche. Qui invece diventa un’etichetta indistinta, buona per tutto: una formula che trasforma persone concrete in una massa astratta e minacciosa. Ma chi sono, esattamente, questi soggetti rinchiusi nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Gjader, in Albania? Quali reati hanno commesso? Con quali sentenze definitive? Su questo, il titolo tace. E il silenzio, in questi casi, non è una dimenticanza: è una scelta.
Perché dire “pericolosi” senza specificare significa spostare il discorso dal diritto alla percezione. Non conta più ciò che è accertato, ma ciò che è suggerito. È un meccanismo antico: si costruisce una categoria vaga, la si carica emotivamente, e la si usa per legittimare politiche eccezionali.
Attenzione: il dato delle “536 persone transitate” è cumulativo e non descrive la realtà effettiva del centro di Gjader: i monitoraggi indipendenti indicano numeri molto più contenuti, con presenze nell’ordine di poche decine e picchi intorno alle 90 unità. Si tratta inoltre di trasferimenti dai CPR italiani, caratterizzati da elevato ricambio e frequenti rientri in Italia per mancanza di base legale o per condizioni di vulnerabilità. Più che un modello consolidato, emerge dunque una struttura limitata nei numeri e ancora controversa sul piano giuridico e dei diritti fondamentali. (*)
Di più: si potrebbe parlare, in senso critico e non letterale, di una forma di “normalizzazione dell’eccezione”. Non si celebra un illecito codificato, ma qualcosa di più sottile: la progressiva accettazione dell’idea che lo svilimento delle garanzie fondamentali della persona migrante — dal diritto alla libertà personale (attraverso la detenzione amministrativa), al diritto di difesa effettiva, fino al diritto d’asilo e al principio di non-respingimento — possa essere considerata un esito funzionale del sistema. In questo quadro, ciò che dovrebbe costituire un limite giuridico diventa un ostacolo gestionale, e la sua riduzione finisce per essere rivendicata come successo politico.
Il messaggio è: funziona. Il centro è operativo, le procedure vanno avanti, i rimpatri si fanno. Fine della discussione. Ma “funzionare” rispetto a cosa? Se il parametro è la riduzione delle garanzie, la detenzione amministrativa esternalizzata, l’allontanamento fisico e simbolico dal territorio nazionale, allora sì: funziona. Ma è esattamente qui che il discorso diventa problematico, perché trasforma una questione di diritti fondamentali in una questione di efficienza.
Inciso: lo stesso problema si è visto, in forme estreme, quando la razionalizzazione amministrativa della “gestione del nemico” diventa sistema. Per comprenderne la logica profonda — senza forzature e senza equivalenze improprie — può essere utile guardare a rappresentazioni limite del Novecento.
Ad esempio, il film “La zona di interesse” (2023) mostra proprio la coesistenza tra normalità quotidiana e dispositivo di annientamento, mentre figure storiche come Rudolf Höß, suo protagonista, realmente esistito, membro delle SS e primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz, ricordano quanto la burocratizzazione dell’“indesiderabile” possa produrre effetti radicali quando si svincola da ogni argine giuridico e morale.
Il punto non è stabilire analogie dirette, ma cogliere una continuità di logiche: quando il diritto smette di essere limite e diventa strumento puro di gestione, il rischio di deriva è strutturale.
Ed è difficile non vedere certa “disinvoltura” – a voler essere indulgenti – sul piano etico-politico nel rivendicare come successo ciò che, da un altro punto di vista, appare come una progressiva cancellazione delle garanzie. Non si tratta di stabilire equivalenze storiche, ma di riconoscere una continuità di mentalità: l’idea che il soggetto “problematico” possa essere neutralizzato attraverso dispositivi giuridici eccezionali è un tratto che attraversa anche le esperienze illiberali del Novecento, pur in contesti profondamente diversi.
Il passaggio più rivelatore non è nemmeno nel merito, ma nel tono: “smentite le sinistre”. Ecco il vero cuore del titolo. Non importa cosa accade nel centro, ma chi vince: il premio va alla migliore (si fa per dire) “scenggiatura”. Il che, altro inciso, dovrebbe suggerire alle sinistra di battere sull’etica dei principi piuttosto che su quella dei mezzi. Rradotto: si gettano al vento i soldi dei cittadini, eccetera, eccetera. Il che non è falso, ma non è il nodo della questione.
Un problema complesso — diritto d’asilo, detenzione amministrativa, standard europei — viene ridotto a uno scontro ideologico fra tifoserie opposte: destra contro sinistra. La logica è binaria, semplificata, perfetta per la mobilitazione identitaria. Ma devastante per la qualità del dibattito pubblico.
Perché quando tutto diventa scontro, sparisce la domanda più scomoda: è giusto?
C’è inoltre un altro passaggio, meno esplicito ma decisivo: il richiamo implicito all’Europa. Per anni il mantra è stato “ce lo chiede l’Europa” come vincolo esterno. Ora il meccanismo si ribalta: l’Europa diventa il campo in cui esportare modelli restrittivi, quasi a dire “dovrebbero farlo tutti”.
È un rovesciamento interessante: da limite a legittimazione. Ma anche qui il rischio è evidente. L’Europa dei diritti viene reinterpretata come Europa della sicurezza, e il confine tra le due cose si fa sempre più sottile.
In questo quadro si inserisce anche il decreto sicurezza “stoppato” dal Presidente Mattarella. La norma, fortemente problematica sul piano etico e giuridico, che prevedeva incentivi economici agli avvocati per favorire l’accettazione del rimpatrio, sollevava un problema evidente: non solo giuridico, ma etico.
Perché introduceva un elemento di distorsione nel rapporto fiduciario tra difensore e assistito. Tradotto: il rischio che l’interesse del cliente fosse contaminato da un incentivo esterno. Chiamarla “norma corruttiva” è forte, ma il punto resta: si stava scivolando su un terreno di alterazione strutturale delle garanzie difensive. Un tozzo di pane gettato ai giovani avvocati, abbigliati, talvolta e non tutti, da immobiliaristi dei diritto.
Alla radice di tutto questo c’è una rappresentazione precisa: il migrante come corpo estraneo, da gestire più che da integrare. Non necessariamente dichiarata in termini espliciti, ma operativa nelle politiche.
L’esternalizzazione dei centri, la retorica della pericolosità, la riduzione delle garanzie: tutto converge verso un obiettivo implicito: rendere il problema lontano dallo sguardo pubblico. Non solo fuori dal territorio, ma fuori dall’orizzonte simbolico. In una parola: rendere il migrante invisibile.
Si potrebbe obiettare: chi legge il “Secolo d’Italia?” Pochi aficionados, certo. Però non è questo il punto.
Il punto è che quel linguaggio non resta confinato lì. Filtra, si diffonde, si normalizza. Diventa senso comune. E quando certe categorie — “pericolosità”, “efficienza”, “sicurezza” — si stabilizzano, smettono di essere interrogate.
E a quel punto hanno già vinto. Con il consenso degli italiani. E si può essere contro la volontà del popolo sovrano?
Carlo Gambescia
(*) Si vedano i monitoraggi dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), Albania: detenzione e monitoraggio indipendente, disponibili su https://www.asgi.it/allontamento-espulsione/albania-detenzione-monitoraggio-ravolo-asilo-immigrazione/, nonché i report e le analisi dell’European Council on Refugees and Exiles (ECRE), consultabili su https://ecre.org, che evidenziano criticità giuridiche e operative del sistema di esternalizzazione dei centri di trattenimento.



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