martedì 7 aprile 2026

Aprile 2026. Milei, un primo bilancio (liberale)

 


Javier Milei è entrato da qualche mese nel suo terzo anno alla guida dell’Argentina, perciò un primo bilancio è possibile. Ed è, come spesso accade nei momenti di svolta, ambivalente. Soprattutto quando si leggono certi commenti italiani che vanno dalla celebrazione alla denigrazione.

Il personaggio, di cui parleremo più avanti, può destare perplessità, soprattutto per coloro, come chi scrive, che non accettano una visione schematica del liberalismo, da stadio, da cori calcistici, per capirsi, osannante alla Nicola Porro o luciferina scuola Santoro. Abbiamo seguito le sue mosse fin dall'inizio  con attenzione liberale, cercando di valutare i risultati senza pregiudizi né entusiasmi facili. La figura di Milei resta complessa e le sue scelte, anche quando radicali, richiedono una lettura attenta: non è semplice, da liberale a liberale, distinguere tra liberalismo e liberismo, tra ordine contabile e stabilità istituzionale (*).

L’idea guida di questa rassegna è che Milei incarna, in modo emblematico, i paradossi del liberalismo contemporaneo.

Partiamo dall’economia

I conti pubblici sono stati rimessi in ordine (o quasi). Il deficit è diventato surplus, l’inflazione — pur restando elevata — ha rallentato, e il debito in rapporto al PIL è diminuito drasticamente. Un risultato tutt’altro che scontato in una terra storicamente segnata da instabilità cronica, crisi ricorrenti e indisciplina fiscale.
E tuttavia, a questa ritrovata stabilità contabile non corrisponde, almeno per ora, una piena stabilità economica e sociale. La crescita resta incerta, il mercato del lavoro fragile, e soprattutto la tenuta complessiva del sistema appare ancora dipendente dalla fiducia internazionale e dal sostegno esterno. In altre parole: ordine nei conti, ma non ancora ordine di sistema, per parlare difficile: nel senso che permane il rischio di una ricaduta nel ciclo politico del populismo economico, come alternanza di cicli pro o contro l’economia di mercato (**).
È qui che il caso argentino smette di essere un semplice esperimento economico e diventa una questione più ampia, propriamente liberale.

Libertà economica e libertà politica

Le riforme di Milei hanno ampliato significativamente gli spazi della libertà economica: liberalizzazioni, riduzione dell’intervento statale, apertura ai capitali, flessibilizzazione del mercato del lavoro. Tutto questo ha inciso profondamente sulla struttura economica del Paese.
Ma la domanda decisiva, per un osservatore liberale, è un’altra: questa espansione della libertà economica si accompagna anche a un rafforzamento delle libertà politiche e delle garanzie istituzionali?
La questione non è retorica. Il liberalismo non coincide con il mercato, ma con il limite al potere. E il potere può concentrarsi non solo nello Stato, ma anche nei processi economici e nelle leadership politiche.
La libertà economica è condizione necessaria del liberalismo, ma non sufficiente. Senza di essa non esiste autonomia reale; ma senza una cornice giuridica e istituzionale solida, che ovviamente non scivoli nel welfarismo iperprotettivo, essa può tradursi in nuove forme di dipendenza o in squilibri difficilmente governabili.
Il punto, dunque, non è contrapporre liberalismo e liberismo, ma comprendere se e come la libertà economica venga istituzionalmente incanalata e resa compatibile con l’equilibrio dei poteri.

Governo stabile ma fragile

Il governo di Javier Milei non è debole nel senso classico del termine: ha consenso, ha agenda e, dopo le elezioni di metà mandato, anche una maggiore capacità di incidere. Ma resta strutturalmente fragile, perché privo di una maggioranza piena e inserito in una società ancora attraversata da forti tensioni.
A ciò si aggiunge un elemento decisivo, spesso sottovalutato: il tempo. Con poco meno di due anni alla fine del mandato — che si concluderà alla fine del 2027 — la fase dell’urto è ormai alle spalle. Si apre ora quella, più difficile, della stabilizzazione.
È in questa fase che gli esperimenti di riforma radicale vengono realmente messi alla prova. Governare contro un sistema è possibile nel breve periodo; trasformarlo richiede invece capacità di consolidamento istituzionale, costruzione di alleanze durature e, soprattutto, una certa misura nel conflitto politico e sociale.
Da questo punto di vista, il rischio è duplice. Da un lato, che le riforme restino sospese, producendo effetti economici senza tradursi in un nuovo equilibrio stabile. Dall’altro, che l’assenza di una piena integrazione politica e sociale renda reversibili i risultati ottenuti, esponendoli a possibili inversioni nel medio periodo.
In altre parole: il successo iniziale non garantisce la durata. Ed è proprio nel passaggio dalla rottura alla stabilizzazione che si decide il destino di esperienze politiche come quella argentina.

Il nodo della politica estera

A questa ambivalenza interna, unitamente al mix di stabilità e fragilità, si aggiunge un altro elemento, meno discusso ma non meno rilevante: la politica estera.
L’allineamento dell’Argentina appare oggi molto marcato. Non tanto — o non solo — verso gli Stati Uniti in quanto tali, ma verso una specifica declinazione della leadership americana, quella incarnata da Donald Trump, che rappresenta una specie di volto selvaggio della destra internazionale, sempre più reazionaria e violenta.
Ora, un orientamento atlantista è perfettamente compatibile con una visione liberale. Ma quando l’allineamento assume tratti personalistici, sia in chi lo favorisce, Milei, sia in chi ne beneficia, Trump, il rischio è quello di una politica estera meno ancorata a istituzioni e più esposta a dinamiche contingenti.
Un liberalismo coerente, anche sul piano internazionale, dovrebbe privilegiare relazioni stabili, istituzionali, prevedibili, non legate alla figura di un singolo leader, soprattutto quando si tratti di una mina vagante come Trump.


Relazioni internazionali e influenza regionale

Sul piano internazionale, l’Argentina di Javier Milei mostra, come anticipato, un forte allineamento con gli Stati Uniti e l’Israele di Netanyahu seguendo in gran parte la linea trumpiana e appoggiando le scelte occidentali in Medio Oriente e in Ucraina, anche però in termini di ripensamento. In America Latina, Milei rompe in parte con la tradizione pragmatica, avvicinandosi a governi conservatori o populisti di destra e criticando blocchi regionali tradizionali, pur mantenendo aperture verso economie emergenti.
In un mondo segnato da una guerra con l’Iran, dal conflitto in Israele e in Ucraina, e dall’accerchiamento politico economico di Cuba, la politica estera di Milei, come visto, privilegia schieramenti netti e rapporti personali tra leader, più che strategie multilaterali stabili. Questa scelta si riflette sia nelle dichiarazioni ufficiali che nelle azioni diplomatiche, come la designazione della Guardia Rivoluzionaria iraniana come organizzazione terrorista — una misura che allinea esplicitamente Buenos Aires con Washington e Tel Aviv (o Gerusalemme) e indebolisce invece spazi di mediazione autonoma nelle crisi regionali.
In questo senso, la libertà economica e l’autonomia interna si intrecciano a vincoli esterni, riducendo la manovra politica nazionale di fronte ai grandi scenari globali.
Da un punto di vista liberale, un approccio coerente richiederebbe relazioni internazionali fondate su regole condivise e istituzioni multilaterali, difesa dei diritti umani e sovranità nazionale, e gestione delle crisi – fin quando possibile – tramite dialogo e cooperazione, evitando che l’allineamento diventi un riflesso delle alleanze dei leader del momento.

Diritti tra carta e realtà

Nel caso argentino, almeno finora, non si assiste a una sistematica abrogazione legislativa dei diritti civili: norme rilevanti, dall’interruzione di gravidanza ai diritti delle minoranze, restano in larga parte in vigore.
Tuttavia, alcune scelte di politica pubblica — tagli, riorganizzazioni, soppressione o ridimensionamento di strutture — incidono sulle condizioni concrete di accesso a tali diritti. Si pensi all’interruzione di gravidanza, formalmente legale ma resa più diseguale nella pratica, o alla soppressione del Ministero delle Donne, che riduce strumenti pubblici deputati alla promozione dei diritti di genere. Analogamente, l’assenza di vincoli diretti alla libertà di stampa si accompagna a condizioni economiche e professionali più incerte per chi la esercita.
Diritti sindacali e del lavoro, già messi alla prova da deregolazione e ridefinizione dei rapporti tra Stato, imprese e rappresentanza collettiva, mostrano quanto l’effettività possa divergere dal riconoscimento giuridico. A ciò si aggiunge un approccio più marcatamente securitario, che si è già tradotto in una gestione più rigida dell’ordine pubblico e delle proteste, con un rafforzamento del ruolo delle forze di polizia.
Più che di restrizione esplicita, si tratta dunque di una possibile divaricazione tra diritti sulla carta e capacità effettiva di esercitarli. Per un’analisi liberale, è un terreno delicato: da un lato, la riduzione dell’intervento pubblico può restituire neutralità allo Stato; dall’altro, senza condizioni minime di esercizio, i diritti rischiano di rimanere incompleti.
Osservare empiricamente come e quanto questa distanza tenda ad ampliarsi è più utile che affidarsi a formule generiche. È su questo terreno concreto, più che sulle definizioni, che si misura la qualità liberale di un ordinamento.

Precedenti storici e illusioni di breve periodo

Il caso argentino si presta inevitabilmente al confronto con altri momenti di liberalizzazione radicale.
Il thatcherismo nel Regno Unito ha mostrato come riforme profonde possano produrre crescita e trasformazioni durature, ma al prezzo di tensioni sociali significative. Diversa invece, e meno significativa, l’esperienza reaganiana negli Stati Uniti, che oggi hanno addirittura rilanciato il protezionismo.
La Russia degli anni Novanta rappresenta invece l’esempio opposto: liberalizzazione senza solide istituzioni, con esiti caotici e concentrazione del potere, che ha condotto a una reazione autocratica.
Più indietro nel tempo, le grandi stagioni liberali dell’Ottocento — tra il 1850 e il 1870 — insegnano che le trasformazioni realmente durature sono lente, graduali, istituzionali.
Questi confronti suggeriscono una cautela elementare: rivoluzioni di questo tipo non si misurano in anni, ma in decenni. Da questo punto di vista, il dibattito attuale appare spesso viziato da un eccesso di immediatezza: c’è chi canta vittoria e chi annuncia il fallimento. Entrambi sbagliano. Semplicemente, è troppo presto.

Un leader fuori schema

Resta infine la figura di Milei stesso, difficilmente classificabile. Probabilmente un “leader agitatore”, per dirla con Lasswell. Milei si definisce anarco-libertario, un’etichetta che combina l’idea di massima autonomia individuale con un forte liberalismo economico. In pratica, significa riduzione dello Stato al minimo (liberalismo micro-archico), se non alla sua cancellazione (liberalismo an-archico), libertà economica quasi assoluta e difesa rigorosa della proprietà privata (***). Tuttavia, nel contesto argentino, il termine assume più una valenza retorica e politica che una reale proposta di abolizione dello Stato: è una versione radicale e personalizzata del liberalismo, che mescola libertà individuale e mercato senza sempre chiarire i limiti istituzionali.
Leader carismatico, outsider e portatore di una visione radicale: queste caratteristiche potrebbero far pensare a figure della storia politica, passata o contemporanea. Tuttavia, c’è una differenza cruciale: il suo esplicito richiamo al liberalismo si concentra su un’interpretazione fortemente economicista. Su questo fronte, Milei non è né Gladstone né la Thatcher. Qui emerge una questione di portata e respiro
Inoltre non è facile stabilire un confronto diretto con altre figure storiche del liberalismo argentino. L’esperienza di Javier Milei (1970) si colloca in un contesto contemporaneo molto diverso: personalizzazione del potere, pressioni internazionali e sfide economiche immediate. Tuttavia, se guardiamo alla storia, possiamo intravedere alcuni punti di riferimento: dal liberalismo ispirato a Guizot di fine Ottocento con Carlos Pellegrini (1846–1906), attento a stabilità economica e istituzioni ma con partecipazione politica limitata; al liberalismo più sociale e politico di Hipólito Yrigoyen (1852–1933), che ampliò diritti e democrazia; fino a Arturo Frondizi (1908–1995), che cercò un equilibrio pragmatico tra libertà economica, sviluppo e stabilità istituzionale. Milei, in modo radicale e personale, si concentra invece sulla libertà economica, con minor attenzione al consolidamento istituzionale e alle garanzie civili.
Il punto, ancora una volta, non è psicologico ma politico. Milei è l’interprete di una fase in cui il liberalismo tende a essere identificato con il suo versante economico, perdendo — o rischiando di perdere — la complessità della propria tradizione. Questione che va ben oltre la stessa Argentina.

Il vero problema

Il caso Milei, in definitiva, mette in luce una tensione che attraversa il liberalismo contemporaneo. Qui il nostro parlare di paradossi: come tenere insieme libertà economica, garanzie istituzionali e equilibrio dei poteri.
Ridurre il liberalismo al solo mercato è un errore. Ma lo è altrettanto dimenticare che senza mercato non esiste libertà concreta. Tra queste due semplificazioni si gioca una partita decisiva, che implica anche una critica severa del welfare state iperprotettivo.
Milei, con la sua “terapia d’urto”, ha dimostrato che è possibile rimettere ordine nei conti anche in un contesto storicamente instabile. Ma resta aperta la questione più difficile: se a questo ordine contabile corrisponderà, nel tempo, un ordine propriamente liberale. Un vero liberale, infatti, non può limitarsi a seguire o approvare figure come Donald Trump, perché la libertà politica, le istituzioni solide e i contrappesi al potere costituiscono la sostanza del liberalismo, non solo l’alleanza con leader carismatici o populisti. Non dimentichiamo che Donald Trump sta distruggendo la Costituzione americana: la più antica al mondo. La prima scritta.
È su questo terreno — non su quello delle tifoserie — che l’ esperimento di Milei andrà giudicato.

Carlo Gambescia

(*) Non è la prima volta che ci occupiamo di Javier Milei. Qui il link dei nostri precedenti articoli: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=Milei&updated-max=2024-01-25T09:49:00%2B01:00&max-results=20&start=14&by-date=false .

(**) Qui per una disamina tecnica, né pro né contro: https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/largentina-milei-due-anni-dopo-conti-ordine-poca . Su ciclo del populismo economico in America latina si veda il nostro Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, vol. II, pp. 34-35.

(***) Su queste classificazione rinviamo al nostro Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, Edizioni Il Foglio, 212.

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