Il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump si incrina. Non è un dettaglio, è un sintomo. Che ne sarà allora dell’“internazionale sovranista” (oggi i “fascisti”, tra di loro si chiamano e si fanno chiamare così): stessi nemici, stessi linguaggi, stessa idea di politica.
In sintesi, come ora spiegheremo, siamo al cospetto di una conflitto fra sovranismo e realtà.
Chi vincerà? Difficile dirlo. Parliamo, purtroppo, di un fronte in apparenza compatto contro liberalismo, globalizzazione, élite. Che però – ed è questo il punto interessante – si sta scontrando con la realtà: Iran, Israele, Ucraina, basi militari, alleanze. Improvvisamente ognuno torna a fare quello che gli stati fanno da sempre, cioè difendere i propri interessi. Per dirla in chiave metapolitica: muoversi secondo una volontà di potenza insita nei processi ricostitutivi del potere.
Fine dell’illusione? Diciamo che, per ora, il sovranismo sembra funzionare finché rimane romanzo popolare, qualcosa “di pancia”; se si preferisce, per dirla in chiave cine-letteraria, una sorta di “”romanzo criminale: una banda che si immagina sistema.
Quando diventa governo – il cosiddetto sovranismo realizzato – si trasforma in politica estera. E la politica estera non ha amici ideologici, ma vincoli. Così, alla prima crisi seria, i sovranisti “realizzati” scoprono di essere semplicemente nemici di qualsiasi internazionale, anche di quella sovranista.
Questa frattura non nasce dal nulla. Si inserisce in un clima più ampio: anni di delegittimazione del liberalismo, spesso condotta con una leggerezza sorprendente. Il liberalismo è stato ridotto a caricatura: élite, mercato, perdita di identità, debolezza. Come già accaduto negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, ma si potrebbe risalire fino al pensiero controrivoluzionario dell’Ottocento.
Attaccato in modo ingiusto. Si pensi, in non pochi casi, ai figli irriconoscenti verso un padre che probabilmente li ha solo viziati. Certo, lo si è attaccato, in parte con ragioni dette male, grossolane o dette a metà. Il risultato è stato un progressivo indebolimento della sua legittimità. E quando si toglie dal tavolo un sistema imperfetto ma funzionante, non resta il vuoto: resta un mondo più competitivo, più frammentato, più esposto alla logica della forza. È esattamente quello che stiamo vedendo: leader che parlano di guerra con crescente disinvoltura, e la praticano, alleanze che reggono finché convengono, equilibri sempre più instabili.
Dentro questo scenario, anche chi ha costruito il proprio consenso contro il “globalismo” si trova a fare i conti con ciò che ha contribuito a indebolire. Giorgia Meloni non segue Donald Trump sull’Iran, prende le distanze su altri dossier, mantiene una linea su Kiev: non per incoerenza, ma per necessità. Governare significa stare dentro un sistema di vincoli che il romanzo criminale sovranista tende a rimuovere, e quei vincoli hanno un nome preciso: ordine liberale internazionale.
A questo punto la domanda torna inevitabile: valeva la pena alzare i
toni, evocare conflitti, delegittimare quel sistema — contraddittorio ma
capace di tenere insieme commercio, cooperazione e una riduzione della
guerra — per ritrovarsi in un contesto più instabile?
Emblematici di questo errore sono i pernacchi – se ci si passa
l’espressione – verso Biden. Insulti politicamente miopi: perché
l’amministrazione Biden ha rappresentato, pur con tutti i suoi limiti,
un tentativo di stabilizzazione dell’ordine internazionale liberale,
oggi invece più esposto a logiche conflittuali e competitive.
Certo, il liberalismo non è innocente, non è perfetto, non promette la pace eterna. Ma ha fatto qualcosa di molto concreto: ha messo le briglie alla guerra, l’ha resa più costosa, meno frequente, meno legittima, e ha creato uno spazio in cui il conflitto non era l’unico linguaggio disponibile. E quando è stato davvero messo alla prova, ha dimostrato anche altro: di sapersi difendere e di saper vincere, come nella lotta contro i totalitarismi del Novecento, dal nazifascismo in poi. Ecco la grande lezione del 1945. Che, quando si dice il caso, Trump, Meloni e altri leader sovranisti fingono di non ricordare o addirittura ignorano, confidando nella cattiva memoria dei figli ingrati di cui sopra.
In realtà, la lezione del 1945 non è un dettaglio storico, è un dato politico: il liberalismo non solo limita la guerra, ma quando serve sa combatterla.
Criticarlo è legittimo, anzi necessario; ma c’è una differenza tra criticare e delegittimare. Perché quando un sistema viene eroso senza un’alternativa credibile – cosa, tra l’altro, non facile da individuare, se si sottovalutano le differenze tra il prima e il dopo del liberalismo – non si apre uno spazio neutro: si apre uno spazio che qualcuno riempie, di solito con strumenti più semplici e più duri: forza, identità, contrapposizione.
In questo senso la rottura tra Giorgia Meloni e Donald Trump rischia di essere più di un episodio, che si ricomponga o meno. Perché, a prescindere da tutto, rappresenta il momento in cui il romanzo criminale sovranista si scontra con il mondo reale. E il mondo reale è sempre meno ideologico e più duro. Come insegna la metapolitica, e senza fare sconti. Quindi, per dirla poeticamente, la frattura è nel destino di ogni sovranismo, di ogni nazionalismo, di ogni fascismo. Perché inevitabilmente frantuma le briglie liberali.
Se c’è una morale, è questa: il liberalismo non elimina la guerra, ma è finora l’unico sistema che ha dimostrato di saperla limitare senza doverla esaltare e che, quando necessario, ha saputo anche difendersi con successo.
E non è poco, visto com’è andata ogni volta che abbiamo provato a fare a meno del liberalismo.
Carlo Gambescia





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