Il passaggio alla Camera e al Senato, attraverso l’ennesima informativa del governo, ha confermato una dinamica ormai consolidata: l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non arretra e, soprattutto, non è davvero incalzato.
Le informative consentono il dibattito parlamentare, ma non prevedono un voto vincolante: ne deriva uno spazio di intervento che, pur formalmente rilevante, finisce spesso per tradursi in una funzione più espositivo-retorica che incisiva. Più che mettere alla prova il governo, l’opposizione esercita un diritto di tribuna: qualche punto retorico, poche conseguenze politiche.
Dire che il governo “non fa nulla” è una critica sterile. Per capirsi la solita retorica giustizialista sulle bollette, che tra l’altro, è molto usata anche dalla destra (inciso: perchè votare sinistra, se poi le bollette, si veda il demagogico taglio alle accise, te le paga la destra?).
Il punto è opposto: questo governo fa, e lo fa lungo una direttrice riconoscibile. Sicurezza, immigrazione, centralità dello Stato, enfasi sull’interesse nazionale: non siamo davanti a un vuoto, ma a un progetto. Anche misure apparentemente marginali — come l’introduzione, in alcuni contesti locali, di criteri preferenziali per categorie come le forze dell’ordine nelle graduatorie dell’edilizia pubblica — segnalano una gerarchia di priorità. Non dettagli: indizi.
In linea generale, il progetto non rompe formalmente con i pilastri dell’Occidente — Unione Europea e NATO restano riferimenti — ma ne propone una rilettura più selettiva e meno universalista. Non una rottura, dunque, ma uno spostamento. E gli spostamenti, in politica, producono effetti.
Il riferimento al fascismo, agitato spesso come clava polemica, merita maggiore precisione. Più che evocare ritorni, è utile interrogarsi su alcune affinità di mentalità politica: la valorizzazione dell’unità nazionale rispetto al conflitto pluralistico; una certa diffidenza verso il libero mercato; quel luogo comune — sempreverde — sull’intellettuale con il cuore a sinistra e il portafogli a destra; la tendenza a concepire lo stato come principio ordinatore più che come arbitro, o persino guardiano notturno. Presi singolarmente, questi elementi non rompono il quadro democratico; combinati, possono inclinarlo.
È qui che l’opposizione sbaglia bersaglio. Non si tratta di denunciare l’inerzia, o di descrivere un Paese al collasso (che però non collassa mai), ma di mettere in discussione la direzione di marcia. Continuare a ripetere “non fanno nulla” mentre il governo ridefinisce priorità e linguaggi è, nel migliore dei casi, un errore di analisi; nel peggiore, una forma di autoassoluzione.
In questo quadro, una eventuale riforma elettorale con un forte premio di maggioranza rischierebbe di amplificare una vittoria relativa fino a trasformarla in una egemonia parlamentare. Nulla di automaticamente illiberale, sia chiaro. Ma in presenza di un’opposizione debole e di un esecutivo compatto, l’equilibrio tra rappresentanza e decisione tende a sbilanciarsi.
Un recente passaggio referendario, letto da alcuni come uno “sganassone” al governo, sembra essere stato riassorbito senza effetti strutturali. Anche questo è un dato politico: segnala una capacità di adattamento e un pragmatismo che, al netto dei giudizi di merito, rafforzano la tenuta dell’esecutivo.
Ma c’è un aspetto meno osservato, e proprio per questo rivelatore: il calcio.
Dopo le mancate qualificazioni alla Coppa del Mondo, si è rapidamente riattivato un discorso che va ben oltre lo sport: rilancio mitologico dei vivai, centralità istituzionale dei settori giovanili, valorizzazione, a livelli da difesa della razza, del “talento nazionale”, fino a ipotesi — più o meno esplicite — di soppressione della presenza straniera. Insomma protezionismo, e di quello più rozzo. Non è soltanto una politica sportiva: è una grammatica culturale e, insieme, un’idea di nazione che si riaffaccia.
Puntuale, qualcuno ha evocato anche i mondiali vinti in epoca fascista, con la solita formula da memoria selettiva: “Quando c’era Lui…”. Una retorica nostalgico-identitaria che trasforma il passato in mito rassicurante, più utile a semplificare il presente che a comprenderlo.
Il punto interessante è che questa grammatica è coerente con quella politica. Di fronte alla crisi, la risposta tende a essere la stessa: più selezione, più controllo, più radicamento nazionale. Una logica semplice, intuitiva — e proprio per questo efficace. “Prima gli italiani”, tradotto in linguaggio calcistico.
La vera questione non è stabilire se queste misure funzioneranno. Il punto è riconoscere che siamo di fronte a una visione che attraversa ambiti diversi — dalla politica economica allo sport — e che proprio per questo entra in sintonia con una parte significativa del Paese. Qui si apre un nodo sociologico: perché una domanda di protezione e identità risulta oggi più convincente di un’offerta politica fondata su apertura e universalismo?
È qui che si gioca la partita decisiva, quella vera non di calcio.
Non tra chi “fa” e chi “non
fa”, ma tra modelli alternativi di società: uno più orientato alla
protezione e alla coesione interna, l’altro più aperto e universalista,
di matrice liberale.
Ridurre questo confronto a una sequenza di slogan significa, ancora una volta, lasciare campo libero al primo.
Qualcuno dovrebbe spiegarlo alle opposizioni. Il plurale è d’obbligo: dentro quel campo convive un po’ di tutto: identità politiche esauste, moralismi intermittenti, improvvise conversioni liberali. Una pluralità che, invece di tradursi in ricchezza, finisce spesso per produrre paralisi.
Nel frattempo, dall’altra parte, si governa. E si continua a farlo seguendo una linea precisa.
Carlo Gambescia





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