lunedì 13 aprile 2026

Da Budapest a Islamabad: il sovranismo non è ancora morto, è presto per dirlo

 


A dare retta ai giornali di oggi, ma anche i social non scherzano, la destra mondiale, non solo legge e ordine, sarebbe entrata nella sua crisi finale, dal momento che il sovranismo realizzato mostrerebbe le sue profonde crepe.

Due gli argomenti a favore della tesi: la sconfitta di Orbán e quella di Trump, che a Islamabad non avrebbe trovato l’Iran in ginocchio, pronto a cedere su tutto.

Le cose stanno proprio così? Diciamo che dietro il bicchiere mezzo pieno c’è la grande voglia, tipica della sinistra europea – ma diremmo mondiale, mettendoci anche i democratici americani – che le cose vadano a posto da sole, e che il sole del liberal-socialismo torni a brillare su pensioni, vacanze, bonus, incentivi e tutte le altre costose diavolerie welfariste.



Un orizzonte di pace che vede i cattivi in prigione, diciamo così, e i buoni trionfare senza fare troppo sforzo. In realtà ci si dimentica di Putin, di Xi e soprattutto di un movimento internazionale di opinione, ma anche politico, che ha eletto a suoi padrini Trump e l’ideologia Maga: un nuovo politicamente corretto, di tipo autoritario, che le nuove destre – evitando accuratamente di parlare di fascismo – vogliono imporre dove vincono.

A questo proposito, Magyar, il quarantenne che ha battuto Orbán, è un conservatore, democratico, anche – sembra – pro Ue, così dicono gli ottimisti, che però dimenticano l’alto tasso di nazionalismo che, almeno dall’Ottocento, anima gli ungheresi: sempre pronti a rivendicare per sé la libertà e a comprimere quella degli altri, specie delle minoranze linguistiche e religiose. Quindi, piano con le illusioni, probabilmente la reazione verso il migrante continuerà a scattare in automatico.

Il che significa che è presto per cantare vittoria. Si dovrà vedere Magyar all’opera. Certo, si dirà, sempre meglio di un sodale di Putin. O che comunque va bene anche un ex sodale. E questo è vero. Però non è il caso di restare a braccia conserte perché “dalla parte giusta della storia”.




Se nel 1939-1941 si fosse ragionato così, oggi invece della sconfitta di Orbán l’Europa celebrerebbe ancora ogni anno le vittorie di Hitler e Mussolini.

Quanto a Trump sconfitto, saremmo più cauti. Il “sovranista” americano (oggi siamo indulgenti) sa benissimo ciò che vuole: accrescere la sua potenza personale e quella degli Stati Uniti; se poi non dovessero coincidere, peggio per la seconda.

Inoltre ha tutti i mezzi per battere l’Iran: quale altra potenza è in grado di trasferire navi, aerei e soldati in breve tempo da un lato all’altro del mondo? Infine Trump guarda alla politica estera come diversivo rispetto alla politica interna, come del resto tutti i dittatori, o aspiranti tali (anche la Meloni in questo è maestra), e per lui la pace non è un bene primario.

A ciò si unisca, proprio sul piano interno, un controllo molto esteso, dal suo partito ai mass media e su ampie fasce del potere giudiziario. Gli americani (quantomeno uno zoccolo duro) sono molto divisi. Non sarà facile farlo fuori elettoralmente.



Insomma, il sovranismo realizzato può anche non piacere, ma, a cominciare dagli Stati Uniti, è una brutta gatta da pelare. Ci si doveva pensare prima.

La cosa più antipatica è l’atteggiamento della sinistra e di non pochi liberali, che, approfittando di questi passi falsi, si appellano alle virtù della democrazia, che non si sa bene per quali ragioni di scienza infusa dell’elettorato avrebbe sempre ragione sui suoi nemici. Pertanto, si dice, si tratta solo di questione di tempo: basta attendere e restare fermi sui principi.


Quando però si vanno a esaminare i programmi degli oppositori del sovranismo realizzato ci si accorge che si tratta di una ricetta altrettanto populista: al welfarismo nazionalista delle destre si oppone un welfarismo internazionalista a sfondo ecologista. Per dirla alla buona, se non è zuppa è pan bagnato.

 


Concludendo, Orbán sembra morto, Trump non si sente tanto bene (o almeno così pare), ma la strada per uscire dal sovranismo realizzato è ancora molto lunga.

Più che morto, il sovranismo aspetta che i suoi avversari si illudano abbastanza da lasciargli campo libero.

Carlo Gambescia

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