sabato 4 aprile 2026

La sai l’ultima? Gli "interessi strategici" dell’Italia

 


Ricordo che molti anni fa ebbi modo di parlare a lungo di politica estera con un professore della Sapienza, uno studioso appartato ma profondo, nonché uomo di destra, con un passato diciamo movimentista. Che però lo aveva vaccinato da ogni forma di esibizionismo politico.

Si parlava di interessi strategici. Ho ancora gli appunti sotto gli occhi. Interessi che lui riduceva, sulla base del fallimento fascista e dell’allineamento agli Stati Uniti, a una politica — diceva — del “piede di casa”: nessuna manifestazione di forza, che non potevamo (e non possiamo) permetterci; buoni affari, se possibile, ma all’interno delle coordinate americane e occidentali e di buoni rapporti con i partner europei. Distanza di sicurezza dalla Russia, allora da poco uscita dal comunismo, quindi magmatica e inaffidabile, e dalla Cina, criptica e misteriosa.

Citava Alcide De Gasperi come l’intelligente normalizzatore: niente missioni speciali, niente toni muscolari e, soprattutto — in polemica con craxismo e berlusconismo — nessuna politica estera da uomo solo al comando. Negli anni Novanta sosteneva che il Ministero degli Esteri, da lui frequentato, fosse popolato di ottimi tecnici. Oggi, invece, le cose sono cambiate: quei tecnici hanno meno spazio e voce in capitolo, e l’azione diplomatica spesso sembra meno solida e più esposta alle pressioni politiche.



Insomma, per il professore Tucidide 2.0, lo chiameremo così, gli unici interessi strategici dell’Italia erano quelli di tenere un profilo basso, soprattutto dopo la storica ubriacatura fascista. In linea generale, l’Italia doveva riallinearsi alla politica del cinquantennio liberale, evitando atteggiamenti alla Francesco Crispi, poi ereditati e potenziati da Benito Mussolini, e che per un attimo contagiarono anche Giolitti, quando si inventò nel 1911 l’impresa libica, salvo poi ritrattare evocando il pericolo di partecipare alla guerra mondiale. Un vero cataclisma, che ebbe parte non secondaria — si pensi solo al mix di nazionalismo e combattentismo — nel successivo avvento del fascismo. Una disgrazia per l’Italia, di cui ancora oggi paghiamo i conti.

Il lettore dirà che la stiamo facendo lunga. In realtà l’antefatto ha una sua giustificazione nel cercare di capire l’attivismo di Giorgia Meloni, ora in Arabia Saudita — come dichiara a quel pugno di smemorati che risponde al nome di popolo italiano — per promuovere gli interessi strategici dell’Italia. A dire il vero la Meloni, come ieri sera al TG1, non usa sempre la formula per esteso, ma il ritornello è quello: paesi “strategici per i nostri interessi”, “difesa degli interessi nazionali”, “sicurezza energetica”, eccetera,eccetera.

E qui casca l’asino. Perché, a voler essere seri (e non propagandisti), bisogna chiedersi: quali sarebbero, esattamente, questi interessi strategici? E soprattutto: da quando l’Italia ha smesso di essere una potenza medio-piccola, a sovranità forzatamente ridotta, per trasformarsi — almeno nella retorica di Palazzo Chigi — in una protagonista autonoma dello scacchiere globale?



C’è poi un tratto tipico — quasi un riflesso condizionato — di una certa destra italiana, soprattutto quando tende all’esibizionismo: usare la politica estera come palcoscenico per coprire le crepe della politica interna. Non è una novità, è un copione. Quando il consenso traballa, si alza lo sguardo oltre confine: viaggi, vertici, dichiarazioni solenni. Il messaggio implicito è semplice: “vedete? contiamo qualcosa”.

In realtà, spesso è il contrario: più si insiste sulla scena esterna, più si sospetta che dietro le quinte ci sia confusione.

E oggi il governo di Giorgia Meloni non sembra esattamente in uno stato di grazia. Tra difficoltà economiche, sconfitta referendarie, tensioni sociali e una maggioranza che ogni tanto scricchiola, l’attivismo internazionale diventa una valvola di sfogo comunicativa. Legittima, per carità. Ma trasparente.

La verità è meno epica e più prosaica: l’Italia non ha né la forza militare, né il peso economico, né la coesione politica per permettersi sortite “strategiche” in proprio. Quando ci prova, scivola inevitabilmente nel teatrino. E infatti l’attivismo della Meloni, più che strategia, sembra una forma di esibizionismo geopolitico: tanti viaggi, molte dichiarazioni, qualche fotografia ben calibrata — e risultati, per ora, difficili da distinguere dal rumore di fondo.



Andare in Arabia Saudita, oggi, non sarebbe di per sé un errore. Tutti ci vanno, per ragioni energetiche e finanziarie. Ora però è in corso una guerra, in cui il nostro ruolo è pari al due di coppe quando regna bastoni. E allora dov’è l’errore? La Meloni deve evitare atteggiamenti alla Francesco Crispi, che non solo inaugurò una politica estera muscolare, ma arrivò anche a coltivare l’idea, piuttosto disinvolta, di esercitare una qualche influenza personale sul Kaiser Guglielmo II, nella nuova fase seguita all’uscita di scena di Otto von Bismarck: un’illusione di grandezza, più che una reale leva di potere.

Però il punto è che se il viaggio lo si presenta come normale diplomazia economica, nessuno ha da ridire. Se invece lo si imbarca nella retorica degli “interessi strategici nazionali”, pretendendo di essere preso sul serio, iniziano i problemi.

Resta poi un’altra questione: la tanto sbandierata questione energetica. Anche qui: prudenza. L’idea che un viaggio, per quanto ben preparato (e non è questo il caso), possa “risolvere” o anche solo incidere in modo decisivo sui problemi energetici italiani è, nella migliore delle ipotesi, ottimismo comunicativo. Nella peggiore, propaganda.

I mercati dell’energia sono complessi, stratificati, regolati da equilibri globali e da contratti di lungo periodo. Pensare di piegarli a colpi di visita ufficiale significa confondere la diplomazia con la bacchetta magica. L’Italia può diversificare, negoziare, migliorare alcune condizioni. Ma non può raccontarsi — e raccontarci — che basti una missione nel Golfo per cambiare i fondamentali. Questo non è realismo strategico. È marketing politico.



Perché il nostro “interesse strategico”, se vogliamo dirla senza ipocrisie, resta uno solo: non fare danni. Restare saldamente ancorati al campo occidentale, non irritare inutilmente gli alleati più forti, non infilarsi in giochi più grandi di noi, e — dettaglio non trascurabile — cercare di portare a casa qualche contratto senza vendere l’anima (o almeno non troppo apertamente).

E qui arrivano anche le conseguenze meno raccontate. Un’attivazione troppo disinvolta su scacchieri delicati come quello saudita rischia di produrre effetti collaterali. Nei confronti dell’area politica che fa capo a Donald Trump, per esempio, può alimentare l’idea di un alleato poco lineare, troppo incline a muoversi in proprio: né con dio, né con i nemici di dio, senza però essere capace di reggere alla sfida.  Quanto a  Vladimir Putin: Mosca legge, pesa e inserisce in equilibri fluidi ma corposi che ci superano, ogni apertura o interlocuzione indiretta. Nulla sfugge al Cremlino. Quanto alla Cina, l'impressione è che non ci prendano troppo sul serio, ovviamente a livello politico. Poi magari qualche  buon affare si può anche fare...

Altra cosa sarebbe se invece fosse l’Europa a muoversi in blocco. Ma a Giorgia Meloni, al di là degli abbracci e dei sorrisetti, l’Europa non piace. E a dire il vero neppure lei piace all’Europa, fatta salva — fino a quando però non si pesteranno i piedi reciprocamente — quella banda di contrabbandieri fascisti che si aggira da Est a Ovest del continente, dai Carpazi fino ai Pirenei.

 


Insomma, non siamo noi a dettare il gioco. E quando proviamo a farlo, rischiamo di essere interpretati male da tutti. 

Il rischio, allora, è che nel tentativo di mostrarsi dinamici e “strategici”, si finisca per apparire incerti, oscillanti, poco leggibili. Che è esattamente il contrario di ciò che serve a un paese come l’Italia: prevedibilità, affidabilità, sobrietà.

 


In fondo, il professor Tucidide 2.0 — che citava De Gasperi e metteva in guardia contro le tentazioni alla Crispi o alla Mussolini — la sapeva lunga. L’Italia non perde quando è prudente. Perde quando si monta la testa. E ogni tanto, diciamolo, ci ricasca. Con meno tragedia rispetto al passato, certo. Ma con una certa ostinazione.

Il punto non è demonizzare i viaggi o i rapporti internazionali. È riportarli alla loro giusta misura. Senza gonfiarli, senza venderli come svolte epocali, senza usarli come sipario dietro cui nascondere i problemi veri. 

Perché quelli, purtroppo, non prendono l’aereo. Restano a casa. E aspettano.

E allora sì, viene da dirlo davvero, senza neanche più sorridere: la sai l’ultima? Gli “interessi strategici” dell’Italia.

Più che una linea di politica estera, ormai, una barzelletta. Che però,  a differenza di quelle buone, non fa ridere.


Carlo Gambescia

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