domenica 19 aprile 2026

La manifestazione di Milano: Italiani, brava gente... Fino a prova contraria

 


La manifestazione di Milano della Lega sembra confermare, ancora una volta, un vecchio luogo comune nazionale: “italiani, brava gente”. Fino a prova contraria, appunto. Perché sotto la superficie rassicurante riaffiora qualcosa di più profondo del semplice scontro politico: un tratto patologico che riguarda gli italiani, ma anche gli uomini in generale.

Del resto, a Milano, su invito di Salvini, erano presenti esponenti di primo piano dell’estrema destra europea, come Jordan Bardella, Geert Wilders e la greca Afroditi Latinopoulou. Con il consueto vezzo di definirsi “patrioti”, come se il termine potesse essere rivendicato in esclusiva politica.

Non erano nemmeno numerosi, in Piazza del Duomo. Ma questo dato, in sé, dice poco o nulla: nell’attuale alta volatilità dell’elettorato di destra, basta un innesco minimo perché la mobilitazione si accenda o si spenga rapidamente.

Si potranno pure criticare le contromanifestazioni degli “antifa”, talvolta dai risvolti violenti. Ma l’evocazione del “modello Albania”, con centri di permanenza trasformati in carceri “modello”, insieme al ritorno diffuso, come se fosse la cosa più nornale del mondo,   di termini come “remigrazione” — un tempo confinati nell’immaginario dei gruppuscoli neonazisti — segnala un salto di qualità.



Dopo ottant’anni di liberalismo, benessere e tolleranza, ci si aspetterebbe altro. E invece no.

Gli uomini sono quel che sono: animali abitudinari, inclini a diffidare di ciò che rompe l’ordine delle proprie consuetudini. L’altro — soprattutto se portatore di abitudini e culture diverse — turba queste “sane abitudini”. La storia italiana offre esempi tutt’altro che marginali: le Leggi razziali fasciste mostrano quanto rapidamente anche una società apparentemente integrata possa scivolare nella persecuzione della diversità quando il potere politico decide di legittimarla.

E, più in generale, basta guardare a un caso emblematico del Novecento come la Shoah per capire fin dove può arrivare questa dinamica quando viene radicalizzata.



Si tratta, in origine, di una disposizione quasi fisiologica, che nel tempo è stata contenuta dall’addolcimento dei costumi, dalle leggi, e anche da quella cultura woke tanto odiata dalla destra. Una cultura che ha indubbi limiti — talvolta moralistica, talvolta incline all’eccesso — ma che non può essere messa sullo stesso piano delle ideologie che giustificano la discriminazione: semmai, ne rappresenta una reazione, a tratti scomposta, ma non per questo equiparabile.

Anche perché, sul piano analitico, l’equiparazione finisce per cancellare la differenza tra un dispositivo di correzione culturale — per quanto discutibile nei suoi eccessi pedagogici — e una logica strutturata di esclusione.

Il problema nasce quando questa fisiologia viene politicizzata.

La destra, soprattutto quando affonda le radici nella tradizione fascista, intercetta queste paure e le trasforma in qualcosa di più: una patologia. Ciò che prima era contenuto — magari più per conformismo che per convinzione — dai “buoni costumi” della tolleranza, oggi riemerge e si legittima pubblicamente, in manifestazioni scandite da slogan tanto volgari quanto superflui, come “padroni a casa nostra”.

Sia chiaro: la patologia razzista non è una reazione al woke. È piuttosto una recidiva, che si nutre del meccanismo del capro espiatorio, antico quanto le società umane, con radici che affondano anche nel mito.



Il liberalismo, con i suoi principi di libertà e tolleranza, ha storicamente rappresentato un argine. Ma quell’argine oggi appare indebolito, mentre correnti di pensiero anti-illuministe riacquistano forza, facendo leva sugli istinti meno nobili.

Il problema, dunque, non è l’“antifa”, come sostiene oggi Marcello Veneziani — cantore di un fascismo solo apparentemente addomesticato — ma il “fa”: una visione che da sempre si oppone all’idea di un’unità del genere umano.

Sono tempi in cui “Il Giornale”, fondato da Indro Montanelli, arriva a celebrare figure come Pierre Drieu La Rochelle, pensatore fascista e collaborazionista.

Tempi in cui un avventuriero politico come il generale Roberto Vannacci giudica persino troppo morbida la manifestazione di Milano. Ed è proprio questa sua protervia a renderlo pericoloso: perché intercetta e radicalizza una domanda di autorità che non è affatto marginale. Dopo Meloni e Salvini, potrebbe rappresentare un’ulteriore deriva, più esplicita e meno mediata.

 


Vannacci ricorda, per stile e postura, quei militari che guidarono le leghe fasciste francesi negli anni Trenta, per poi mettersi al servizio di Vichy e dei nazisti.

Non sono solo brutti tempi. Sono tempi in cui certe parole tornano a circolare con troppa disinvoltura. E quando le parole cambiano, di solito non è mai un dettaglio.

Carlo Gambescia


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