mercoledì 31 gennaio 2007


Il libro della settimana: Niklas Luhmann, Osservazioni sul moderno, Armando Editore, Roma 2006, pp. 144, Euro 12,00

http://www.ibs.it/code/9788860810083/luhmann-niklas/osservazioni-sul-moderno.html

Il pensiero sociologico di Niklas Luhmann (1927-1998) è complesso ma molto interessante. Luhmann ha scritto, da solo e in collaborazione, circa una quarantina di libri. Tedesco, laureato in giurisprudenza e sociologo per scelta, alla non più verde di età di quarant’anni, dopo aver dato il meglio di sé, nell’amministrazione pubblica, come specialista in sistemi di archiviazione. Ma anche attento lettore, per tutta la vita, dei classici della sociologia. E in particolare di un “quasi classico” come l’americano Talcott Parsons, che conobbe personalmente. Anche per Luhmann la società risponde a una logica sistemica e funzionale. Il che rivela una sensibilità conservatrice, legata a certo organicismo sociologico: dove tutto si muove, secondo una logica d’insieme, che presuppone, come nel famoso apologo di Menenio Agrippa, l’ accettazione condivisa dell’ordine sociale. Non per niente, Luhmann venne definito da Habermas un conservatore. Per contro, lo stesso Luhmann, preferiva definirsi un puro e semplice sociologo: un osservatore che cercava di capire i fatti sociali, al di là delle possibili ricadute politica delle sue riflessioni. Pareto, diceva di sé, più o meno, la stessa cosa…
Una buona occasione per scoprirlo è rappresentata dalla lettura di Osservazioni sul moderno (Armando Editore, Roma 2005, pp. 144, euro 12,00). Dove sono facilmente individuabili, anche grazie alla scorrevole traduzione, i principali temi del suo pensiero.
In primo luogo, per Luhmann, il mondo moderno è un fenomeno complesso. Il che impone non la resa totale (come capita a sinistra), ma invece - proprio perché l’uomo ha bisogno di punti di riferimento (e qui si avverte l’influenza di Gehlen) - la riduzione della complessità. Come? Conferendo un senso culturale alle azioni umane. Tradotto: valori. Il che implica, che la politica si trasformi nello strumento comunicativo di un senso condiviso. In certa misura, la politica deve essere se non produttrice, almeno sicura interprete dei valori culturali del suo tempo. Per capirsi: attenta alle tradizioni, ma al passo con i tempi.
In secondo luogo, per Luhmann, il mondo moderno, come mai nella storia, è segnato dal rischio. Che significa? La complessità di tecniche e idee, impone la possibilità di una pluralità di scelte, e quest’ultima implica la possibilità di sbagliare. Ma il rischio di errare va accettato, perché legato alla decisione: solo chi non decide mai non rischia sbagliare…
Va detto - per amore di verità - che all’ interesse per la riduzione della complessità e per la decisione, si uniscono in Luhmann una minore attrazione per la storia e una certa tendenza a delegare al sistema più che all’uomo, il funzionamento dell’ordine sociale. Ma, come si è già notato, siamo davanti a una sensibilità, intelligentemente conservatrice, piuttosto che a una netta scelta politica. Ad esempio, la sua teoria sociologica del diritto, che sfocia in un elogio del proceduralismo, (benché di tipo sistemico), può lasciare perplesso chi si sia nutrito di letture schmittiane.
Ma ai grandi, quelli veri, qualcosa si deve sempre perdonare.
Carlo Gambescia

martedì 30 gennaio 2007


Analisi
La censura?  
Un brutto vizio



Quando si legge delle disavventure distributive che colpiscono certi film “politici”, non ci si deve stupire più di tanto. E qui si pensi a quelle subite, due anni fa da un film come quello di Michael Moore, Fahrenheit 9/11 : un vero e proprio atto di accusa contro Bush. Certo, le nostre sono società formalmente democratiche, ma ciò non significa che non possano essere distinte, come ogni altro gruppo sociale (storico o meno), da una pratica antica come l’uomo, quella della censura.
Ma iniziamo dal significato del termine.
La censura è una forma di controllo sociale, basata sul principio, secondo cui, determinate idee, opinioni, informazioni possono minare l’ordine costituito (morale, religioso, politico, eccetera). Ogni epoca ha avuto le sue vittime. E in ogni società la censura ha sempre trovato numerosi amici e nemici. I primi di solito tra i governanti e i secondi tra i governati. Un esempio classico è quello del conflitto tra paganesimo e cristianesimo. Prima di Costantino ( e a più riprese) i cristiani avevano subito ogni tipo di vessazione. Con la parificazione giuridica (chiamiamola così) tra cristiani e pagani, voluta dallo stesso imperatore, si ebbe un periodo di tregua e tolleranza, Ma appena il cristianesimo divenne religione ufficiale ricominciarono le persecuzioni, ma questa volta, contro pagani ed eretici. Sia chiaro, non intendiamo dare alcun giudizio morale (pro o contro i contenuti ideologici delle persecuzioni): ci limitiamo a osservarle e descriverle, come un geologo marino, deve osservare e descrivere il flusso e il riflusso delle maree.
Questo, per dire, che dove vi è società, purtroppo, vi è anche censura, Il bisogno di ordine, o comunque di stabilità, insito in ogni gruppo sociale ( a prescindere dal suo credo, e da quello di chi scrive), implica il conformismo, imposto dall’alto, magari con la forza, o accettato in basso per convenienza, fede o persuasione razionale. Ovviamente, come in ogni fenomeno sociale, vi è un minimo e massimo di durata, estensione e tollerabilità da parte dei singoli. Ad esempio, la Chiesa Cattolica della seconda metà del XX secolo (malgrado molti sostengano il contrario) è molto più “liberale” di quella della prima metà del XII secolo (tralasciando l’aspetto della sua creatività teologica, massimo in quell’epoca). E in questo senso ha subito (almeno per alcuni) un’evoluzione positiva. Il totalitarismo sovietico, con i suoi apparati costrittivi è durato poco più di settant’anni. Insomma, oltre certi limiti di umana sopportazione non è possibile andare: stabilità e conformismo devono perciò venire a patti con il libero giudizio dell’individuo. Altrimenti invece dell’ordine si crea il disordine, e si finisce per favorire il declino culturale, sociale ed economico.
Da questo punto di vista la società moderna presenta alcune caratteristiche particolari. Innanzitutto, delle tre forme tipiche di censura (politica, morale-sociale e religiosa) ha conservato quella politica. Viviamo in una società che celebra la massima libertà individuale di costumi e consumi. La censura si è perciò secolarizzata: si possono seguire le pratiche sessuali e di acquisto più eccentriche. Ma, attenzione, non si possono porre domande che mettano in discussione il “sistema” in quanto tale, come appunto, faceva Michael Moore, a suo tempo, attaccando Bush e il suo gruppo di potere. Inoltre, la censura si è fatta più capillare, sottile e complessa. Soprattutto attraverso l'opera dei media, sempre rivolti a celebrare i valori del consumo di ogni tipo di merce (anche umana) e del profitto. Si cerca di creare abitudini tali, da rendere impossibile, o poco praticabile, ogni forma alternativa di valori, pensiero e comportamento. A ciò si aggiunge una “compattezza” di interessi economici, sulle due sponde dell’Atlantico, che non ha eguali nella storia dell’Occidente. Guai perciò a parlare male, della globalizzazione e dell’imperialismo Usa, come appunto cerca di fare, tra mille difficoltà, certa cinematografia indipendente. Perché si viene subito isolati e attaccati dai cosiddetti poteri forti dell’economia (in questo caso le major hollywoodiane). E, purtroppo, siamo giunto al punto, che non si accettano più, neppure sottili (sì, sottili, perché è necessario andare oltre le immagini forti) indagini sul potere, come quella di Mel Gibson (si veda il post dell'11 gennaio 2007)
Quali conclusioni?
Come abbiamo già sottolineato, esistono limiti, oltre i quali la censura, anche quella dei “moderni”, non può spingersi, pena la sopravvivenza stessa del gruppo dirigente che la pratica e dei governanti che la subiscono. Generalmente quando la censura si fa più severa, soprattutto in politica, come nel mondo tardo ellenistico, o tardo imperiale romano, significa che il “sistema", pur espandendosi o consolidandosi economicamente, è entrato in una fase di transizione (che può anche preludere alla dissoluzione, ragionando però per secoli…). Ma non è detto che sia sempre così. Ad esempio, oggi siamo appena all’inizio di una nuova fase di sviluppo imperiale. Indubbiamente, la nostra società ha risorse tecnologiche e militari sconosciute agli antichi. Ma tecnica e forza pura (applicata), da sole non bastano Come prova l’interesse mondiale suscitato, a suo tempo, dai film di Moore.
Ciò però non significa che anche coloro che oggi sono dalla parte di Moore, o se si vuole i critici della “globalizzazione”, come si dice,  a guida americana, non possano, una volta giunti al potere ricorrere, per restarvi il più a lungo possibile alla pratica delle censura. Perché, purtroppo, il potere tende sempre a riprodursi.
Perciò, può piacere o meno, ma le società ( e la censura) funzionano così.
Carlo Gambescia

lunedì 29 gennaio 2007


Rapporto Eurispes 2007
Un' Italia schizofrenica 
(tanto per cambiare)



Una breve premessa. Spesso i giornali non ne parlano, perché si tratta di questioni troppo tecniche. Ma è bene che il lettore sappia e capisca. Che cosa? Che gli annuali ritratti, tracciati dall’Eurispes (http://www.eurispes.it/.), sono dal punto di vista del metodo particolarmente interessanti. Perché puntano sulle differenze di comportamento degli italiani, piuttosto che sulle conformità. Infatti, il suo presidente Gian Maria Fara ama parlare, in modo immaginoso, di un metodo d’indagine che si ispira alla “dialettica degli opposti”. Probabilmente perché è proprio questa, la chiave antropologica giusta, che consente di decifrare meglio i comportamenti degli italiani. I quali, più di altri popoli, usano da sempre dividersi e ricomporsi, in modo schizofrenico, tra essere e apparire.
E, sotto questo aspetto, anche il Rapporto 2007, non delude. Perché illustra chiaramente, quanto questa “polarità” sia ancora assai diffusa nei comportamenti. Iniziamo, dando però, qualche dato sintetico.
Secondo il Rapporto - che si basa su interviste a campione - un italiano su due sente di avere meno soldi in tasca: la metà delle famiglie dichiara un reddito inferiore a 1.900 euro al mese. Ma al tempo stesso si asserisce che la principale preoccupazione non è il costo della vita ( il 15,8 % contro il 23,6% del 2006). Di conseguenza il 25 % degli intervistati afferma di continuare a viaggiare per turismo, come e più di prima. Lo stesso accade per il tempo libero: il 20,7% afferma di essere stato costretto ad annullare le spese per le attività ricreative, ma il 27,5% dichiara di non aver modificato le proprie abitudini. La risposta probabilmente è nella crescita del credito al consumo: le erogazioni delle sole banche alle famiglie, tra il 2000 e il 2006, sono cresciute del 77 % . Anche i prestiti delle società finanziarie sono aumentati nello stesso periodo dell’84 %. All’ indebitamento, corrisponde l’aumento del fatturato delle imprese: gli italiani continuano a “comprare” (magari a rate…) Crescono anche i profitti delle grandi imprese quotate in borsa. Mentre diminuiscono i redditi da lavoro dipendente.
Interessanti, anche i dati sui diritti civili postmoderni: un italiano su tre è favorevole al matrimonio tra omossessuali. Il 67% dice sì al Pacs. Diminuiscono i contrari all’eutanasia (dal 1987 ad oggi sono passati dal 40,8 % al 23,5 %). Ma il 60,7% si dichiara vicino alle posizioni dottrinarie della Chiesa, benché il dato sia in calo rispetto al 2006.
Crescono i matrimoni misti: si passa dal 3,3% del 1993 al 14,3% del 2005. Tuttavia il numero delle coppie che divorziano è elevato. In pratica una coppia mista su tre si separa, mentre il tasso dei divorzi è il doppio di quello delle coppie italiane. Restano, perciò, alcuni dubbi sulla reale volontà degli italiani di creare una società multietnica, solida e duratura. Anche perché due italiani su dieci continuano ad attribuire solo agli stranieri il presunto aumento della criminalità.
Inoltre, sono oltre 2.130.000 i soggetti che hanno "sniffato" cocaina almeno una volta nella vita, e quasi 700mila, coloro che lo hanno fatto nell’ ultimo anno. Il prezzo medio della "polvere bianca" è diminuito da 99 a 87 euro nel corso degli ultimi 4 anni: il costo cala e il consumo aumenta. La crescente popolarità di questa droga riguarda soprattutto gli uomini tra i 25 e i 34 anni; dal 2000 al 2005 gli utenti in carico presso i Sert sono più che raddoppiati (rispetto al totale) raggiungendo la quota record del 13,2 %.
Infine, l'evasione fiscale arriva a superare i 210 miliardi, ed è pari a circa 6 volte la Finanziaria 2007. Secondo stime Eurispes, nel 2007, il maggior carico per color che pagano le tasse sarà tra 9,5 e 10 punti in più rispetto alla pressione consueta. Il 69,1% degli italiani ritiene molto grave l'evasione fiscale. E quasi due italiani su tre si dicono d’accordo con l'affermazione secondo cui “è indispensabile pagare le tasse allo Stato perché la collettività possa avere un livello accettabile di servizi pubblici". E qui è facile concludere che gli italiani predicano bene ma razzolano male …
Quanto alle istituzioni, resta alta la fiducia nelle forze dell’ordine (il 73,5 % degli intervistati); segue quella nel presidente delle Repubblica, Giorgio Napolitano (il 63,2%); nella magistratura (il 39,8 %); nel governo (il 30,7 %); e infine nei partiti (12,6 %). Però, circa il 47 % del campione intervistato, dichoiara, rispetto al 2006, di avere maggiore sfiducia nelle istituzioni in quanto tali.
E, ora, le nostre conclusioni.
Che dire? un italiano su due continua a non sentirsi povero. E uno su quattro a non avvertire alcuna crisi. Evidentemente, è proprio l’ economia del debito che riesce a mantenere a un livello di tollerabilità sociale spese e morale degli italiani. E di riflesso quello delle imprese. Le quali, rispetto al 2006, hanno addirittura aumentato gli ordinativi del 9,3 % . Mentre, come tradizione vuole, un italiano su due, continua a non fidarsi dello Stato ( e sempre meno delle istituzioni politiche: governo e partiti). Infine, incrociando le diverse percentuali, si scopre che tre italiani su dieci, finiscono per risultare favorevoli, sia alla morale cattolica tradizionale, sia a quella relativistico-postmoderna, incarnata dai pacs.
Insomma, gli italiani, cercano di tenersi a galla in tutti modi, ricorrendo (se capita) all’evasione fiscale e (sempre più) al credito al consumo. Mentre sul piano dei diritti civili e delle scelte morali si persevera nell’etica dell’occasione: nella stessa persona, soprattutto di età matura, (dal momento che gli anziani, over 65, sono il 20% della popolazione, e i giovani tra i 15 i 34 anni, il 25%), continuano a convivere in modo schizofrenico, e secondo convenienza, l’evasore e il cittadino modello, il cattolico all’antica e il relativista postmoderno, il gaudente e il povero. E perché no? Anche l’ottimista e il pessimista…
Ma fino a quando? Di sicuro, sul piano economico, fino a quando l’indebitamento al consumo non diverrà un peso insopportabile per singoli e famiglie. Invece, su quello dei comportamenti morali e sessuali, potremmo vederne delle belle (o delle brutte, secondo il punto di vista): il relativista postmoderno potrebbe anche avere la meglio sul cattolico all’antica… Quanto alla sfiducia nelle istituzioni potrebbe, anzi dovrebbe, andare sempre peggio. Ma questa non è una grande novità.
Carlo Gambescia

venerdì 26 gennaio 2007


Urbanizzazione e capitalismo
 Nostalgia delle  "zone depresse"




Franco Battiato in una canzone degli anni Ottanta, Zone depresse, colse molto bene il problema. Quale? Quello dell’arrivo “della modernità” e del conseguente fugone verso le grandi città. Nel Sud italiano, nota Battiato, la fine della cultura tradizionale, giunse quando qualcuno chiese per la prima volta “un po’ di vino con l’idrolitina”... Con le bollicine arrivarono la città, la cultura urbano-consumistica e il lavaggio dei cervelli: la città è ricca, la campagna povera; la città è bella, la campagna brutta; la città è moderna, la campagna antiquata; il cittadino è sveglio, il contadino stupido, e così via…
Stando a libri molto belli, come quello di Mike Davis (La città degli slum, Feltrinelli 2006), nel Sud del Mondo le cose sarebbero andate proprio così: in Asia, Africa, America Latina, l’ultimo mezzo secolo, o giù di lì, avrebbe visto i contadini impoveriti, richiamati, come zanzare impazzite, dalle luci della città, trasferirsi in grandi centro come San Paolo, Nairobi, Phnom Phen, sovraffollandoli. Dove non hanno trovato una “vita facile e moderna”, ma solo fatiscenti bidonville. Si tratta di un miliardo di persone.
Con chi prendersela? Col capitalismo? Certo. Il modello di urbanizzazione selvaggia, oggi in atto, è lo stesso che i contadini inglesi, provarono sulla propria pelle, durante la rivoluzione industriale, tra il Settecento e l’Ottocento. Nelle fasi di avvio, il capitale ha sempre necessità di manodopera a buon mercato e batte le campagne, svuotandole. Pertanto nulla di nuovo sotto il sole. Se fosse tutto così semplice, si potrebbe sperare nel lieto fine: come inglesi ed euroamericani, anche i cambogiani, tra un secolo, o giù di lì, potrebbero godersi i frutti del capitalismo maturo. E invece no. Perché la rivoluzione industriale in Occidente non conobbe avversari, mentre i poveri cambogiani dovranno vedersela un po’ con tutti. Perciò campa cavallo mio…
Insomma, fin quando durerà il mito della città, alimentato culturalmente dall’immaginario capitalista, che su di esso prospera, sarà molto difficile che le baraccopoli mondiali svaniscano. Per chi è povero, rinunciare alla città, significa far cadere anche la speranza in quella vita migliore che promette, la suadente pubblicità, ieri dell’idrolitina, oggi di un telefonino, domani di una vacanza su Marte.
Il gioco è al rialzo. E difficilmente un capitale sempre più globalizzato, smetterà, a sua volta, di vendere sogni a rate. Per due ragioni: uno ci guadagna; due, chi consuma o spera di consumare, vuole godersi, in ogni caso, i fuochi d’artificio, e raramente si prende la briga di disturbare l’artificiere.
C’è però una controindicazione. Le luci della città, sotto sotto intristicono l’inurbato. Come hanno sottolineato i demografi: chi si trasferisce in città, anche in una bidonville, dopo un po’ finisce per fare meno figli. Cosicché quel miliardo di cui sopra, potrebbe aumentare di poco, restare tale, o perfino diminuire. Molti ex contadini, assaliti dalla febbre della nostalgia, potrebbero tornare al paesello natio. Per bersi un bicchiere di vino senza idrolitina.
Purtroppo, il problema è che quelli rimasti al paesello, potrebbero invece continuare a sognare il vino con le bollicine. E a fare figli...
Carlo Gambescia

giovedì 25 gennaio 2007


Il cinema italiano secondo Rifondazione Comunista
Autarchico 




La proposta di legge  del Prc  sull’introduzione di un tetto alle pellicole extraeuropee rappresenta soprattutto un tentativo di tenere sotto controllo l’invadenza economica e culturale del cinema Usa. Dal momento che il "pericolo",  per ora, non proviene  assolutamente dalla cinematografia asiatica e africana
Ora, la domanda è questa: la (quasi) autarchia culturale che ruolo può giocare in un mondo dove basta connettersi a internet per immergersi nel brodo culturale hollywoodiano? La nostra riposta è sicuramente sgradevole per i fautori e sostenitori del provvedimento. Infatti, una legge di questo tipo, può svolgere un ruolo secondario, soprattutto se la cultura, diciamo così, che tenta di “chiudersi”, è già profondamente imbevuta degli stessi valori che vuole respingere…
E qui vanno subito ricordate due cose.
In primo luogo, la percezione dei processi socioculturali dei firmatari del disegno di legge risulta piuttosto superficiale. Innanzitutto, non basta chiudere i “rubinetti”. Perché - se ci passa la metafora non particolarmente raffinata - va prima messo controllo l’intero apparato idrico, per scoprire le eventuali perdite… Insomma, la cultura hollywoodiana non è “passata”, e “passa”, solo mediante il cinema. Ma circola anche attraverso la televisione, la letteratura, eccetera. E’ un po’ come - per restare in metafora - tentare di turare le falle di un impianto idrico in pessime condizioni. Inoltre, spesso la resistenza a idee che non sentiamo nostre, nasce proprio per contrasto: magari vedendo un film, leggendo un libro, eccetera. E, allora, perché non credere nelle capacità critiche dell’individuo? Anche perché il rapporto tra idee e società si svolge su due livelli: quello della recezione (nel senso di accogliere: guardare semplicemente il film), e quello successivo del recepimento (condividerlo e meno criticamente). Insomma, non poi è così scontato, che lo spettatore di una pellicola Usa, possa meccanicamente trasformarsi in un sostenitore (di tipo robotico) del modello di vita americano. Del resto come i cinefili ben sanno, esiste negli Stati Uniti un cinema indipendente e molto critico verso l’establishment e il sistema di vita americano.
In secondo luogo, ammesso e non concesso, che la legge possa (iniziare a) funzionare, resterebbe il problema dei valori socioculturali sostitutivi. Per farla breve: esiste una cinematografia (e in senso più generale un cultura europea) in grado di contrapporsi a livello di massa (perché il cinema parla a tutti) a quella americana? E qui non è facile rispondere in senso affermativo. Perché, è vero che i cosiddetti film di autore europei, veicolano valori critici e interessanti, ma si tratta di un cinema per pochi eletti. Mentre il resto della produzione cinematografica è piuttosto triviale (si pensi solo a certi “film natalizi” italiani), e già da tempo imbevuta di valori edonistici, consumistici, e ispirati alla pura spettacolarizzazione della violenza, secondo il modello hollywoodiano-americano. E, anche ammesso e non concesso, che il cinema europeo possa prima o poi risollevarsi grazie alla (quasi autarchia), come sostengono gli ottimisti, all’inizio, potrebbe essere molto dura. Il cinema perderebbe spettatori. Mentre gli stessi valori combattuti continuerebbero a circolare in altri settori mediatici. E la sua crisi, già evidente da anni, potrebbe avvitarsi su stessa. Tra la protesta di produttori e distributori. E lo scontento di un pubblico ipnotizzato, ormai da alcuni decenni, dai muscoli di Rocky Balboa.
Che fare allora? I provvedimenti autarchici (o quasi) nazionali, non servono molto. Il discorso andrebbe aperto in sede europea, approntando controlli più generali (continentali) sulla domanda e offerta di cinema Usa. E soprattutto sviluppando politiche di sostegno diretto alle produzioni europee. Ma sul piano europeo esiste unità di intenti sotto questo profilo? Per il momento pare di no (a parte l’eccezione francese). Inoltre, resta il problema della cultura “alternativa” di massa. Una cultura da creare di sana pianta. E sulla base di valori europei. Ma, ripetiamo, quali? Religiosi, laici, liberali, socialisti, comunitaristi, individualisti, locali, nazionali, eccetera. E come veicolarli in un’economia di mercato, dove conta solo il profitto e ogni intervento pubblico viene condannato? Purtroppo, nel campo della cultura di massa il patriottismo costituzionale non è sufficiente.
Dispiace dirlo, ma come una sola rondine,  anche una sola legge non fa primavera…

Carlo Gambescia

martedì 23 gennaio 2007

Il libro della settimana. Jeffrey C. Alexander, La costruzione del male. Dall'Olocausto all'11 settembre, il Mulino, Bologna 2006, pp. 239, Euroa 15,00.

https://www.mulino.it/isbn/9788815108951

La costruzione del male. Dall’Olocausto all’11 settembre (il Mulino, Bologna 2006, pp. 239, euro 15.00) è uscito nel giugno dello scorso anno. E finora, purtroppo, è passato inosservato. Il che è un peccato, perché si tratta di un libro importante, e almeno per due ragioni.
In primo luogo perché permette di scoprire la ricchezza della ricerca teorica di Jeffrey C. Alexander, docente a Yale, dove è anche co-direttore del Center for Cultural Sociology. L'autore, un sociologo, ha scritto da solo e con altri, una trentina di libri. Tra i quali l’importantissimo Theoretical Logic Sociology (1982 -1983, 4 voll.), l’ intrigante raccolta su Durkheim (Durkhemian Sociology: Cultural Study, 1988), nonché un dissacrante saggio dedicato a Pierre Bourdieu (racchiuso in Fin-de-Siècle Social Theory: Relativism, Reduction and the Problem of Reason, 1995). Oltre, ovviamente, ad altri notevoli lavori dedicati alla sociologia culturale. Una disciplina, che Jeffrey concepisce, non tanto come analisi delle istituzioni (compito che già appartiene alla sociologia della cultura), quanto dei codici narrativi e discorsivi, che caratterizzano in termini funzionali, interagendo tra di loro, ogni cultura. Di conseguenza, la cultura viene vista come insieme di pratiche, volte alla riproduzione del sistema sociale. In questo senso, anche il sociologo vive immerso nella culura, anzi lui stesso, studiando e insegnando, fa cultura, o, appunto, sociologia culturale. Per chi desideri saperne di più sull’Alexander “teorico”, si consiglia la lettura della voce Funzionalismo e neofunzionalismo (da lui scritta in collaborazione con Paul Colomy), in “Enciclopedia delle Scienze Sociali”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1994, pp. 199-214. Anche perché, finora, Alexander, al di là degli ambienti specialistici, è poco noto. La costruzione del male, se ricordiamo bene, è il suo terzo libro tradotto in italiano.
In secondo luogo, la sociologia culturale, non è solo “roba” da professori. La costruzione del male, ribadisce come ogni società abbia proprio nella cultura il suo centro vitale. Un cuore pulsante, dove si mescolano emozioni, speranze, paure. Tutti sentimenti che, inevitabilmente, si traducono in narrazioni, che spesso assumono valore normativo. Dal momento che l’uomo sociale è capace di "costruire" il bene come il male”. Attenzione : non solo di “fare” il bene e il male, ma di “rappresentarli”, attraverso determinate strutture culturali, normative. Di qui il funzionalismo al contrario di Alexander, che si volge allo studio del male, che in apparenza, può sembrare “disfunzionale”. Mentre in realtà non lo è: perché svolge una precisa funzione identitaria e culturale. Certo, si tratta di un'antica idea filosofico-teologica, quella della dialettica tra bene e male. Ma Alexander ne fa una lettura sociologica, privilegiando il lato del male. Come nel caso dell’Olocausto, del quale, e giustamente, non viene mai messa in discussione in tutto il libro la verità storica. Alexander ne studia la rappresentazione culturale che i superstiti e le generazioni successive ne hanno dato. Sotto questo aspetto anche l'Olocausto diviene uno strumento simbolico, che come ogni strumento di questo tipo, ha fornito, dopo il 1945, senso storico e morale alle sue vittime, fornendo codici linguistici, letterari, cinematografici, giornalistici, dei quali il sociologo di Yale ricostruisce, molto attentamente origini e sviluppo. Tuttavia, come capita alle rappresentazioni collettive, a un certo punto, come scoprirà il lettore, anche la rappresentazione dell'Olocausto assume forza propria, andando oltre gli iniziali desiderata umani. E così i codici che avrebbero dovuto favorire il superamento del “dramma traumatico”, legato all’ evento-storico-Olocausto, e lenire funzionalmente le ferite, ottengono l'effetto contrario. Perché? Alexander pone l’accento sul “dilemma dell’unicità”. Lasciamolo parlare: “ Fu proprio questo status - di evento unico - che alla fine lo fece diventare generale e departicolarizzato. Questo perché come metafora del male radicale, l’ Olocausto forniva un criterio di valutazione per giudicare il male delle altre manifestazioni. Fornendo un tale criterio di giudizio comparato, l’Olocausto è diventato una norma, e ha dato il via ad una successione di valutazioni metonimiche, analogiche e legali, che l’hanno deprivato della sua unicità stabilendo il grado di somiglianza o differenza da altre possibili manifestazioni del male” (p. 103).
Per metterla in termini teorici generali: per un verso, la costruzione sociale del male subito, divenendo fonte di identità, può stabilizzare una collettività, spingendola ad andare oltre il suo passato, per quanto doloroso; per altro verso, la forzata "unicizzazione" del male subito, favorendo comparazioni e conflitti (non solo interpretativi) con altri gruppi sociali , può finire per porre in discussione la verità storica del male subito. Ma anche, di riflesso, minare la capacità di tale gruppo, dal punto di vista della costruzione sociale, di individuare un punto di equilibrio tra la "medicazione" di ferite ancora aperte e il suo naturale bisogno (collettivo) di identità.
Ovviamente, abbiamo fornito una ricostruzione molto semplificata di un libro complesso, ma ricco di stimoli, non solo sociologici (si leggano le interessanti pagine dedicate all’ “idealizzazione americana dell’11 settembre”. Che aiuta a capire - scivolando purtroppo nella triste attualità politica italiana - che il disegno di legge Mastella per punire il negazionismo della Shoah, se approvato, finirà per non giovare alla stessa comunità ebraica, e in prospettiva, alla causa di Israele. Perché, essendo basato sull' idea dell' unicità, moltiplicherà le comparazioni e i conseguenti conflitti, e per giunta, consentirà ai negatori ideologici dell’Olocausto di atteggiarsi a perseguitati.
Un vicolo cieco.

Carlo Gambescia

lunedì 22 gennaio 2007

Giornali
 Monoteismo liberista 




Su Repubblica di ieri è apparso un servizio a commento di un recentissimo studio dell’Antitrust sugli effetti delle liberalizzazioni del 1998 (Legge Bersani).
Ora, non abbiamo preso visione diretta dello studio. Ma quel che interessa è l’uso che ne ha fatto Repubblica. Se poi anche la ricerca dovesse riflettere i contenuti del servizio, allora la cosa sarebbe ancora più grave. Perché non  sarebbe più  un caso di ordinaria manipolazione giornalistica,  ma la dimostrazione della bassa qualità scientifica che distingue  gli “uomini di Catricalà”. Limitiamoci, per ora, a Repubblica.
Il succo del servizio è quello di dimostrare quanto le liberalizzazioni (commerciali) del 1998 abbiano fatto bene all’economia, ai lavoratori e ai cittadini. E che di conseguenza anche la legge del 2006 in materia otterrà gli stessi risultati. Ma la tesi ideologica di fondo è quella di mostrare quanto le liberalizzazioni, in ogni campo, siano una specie di panacea.
Per non farla tanto lunga, va detto che il dato più significativo, e più “pesante”, delle ricerca viene liquidato in sei righe. E di che si tratta? Lo studio dell’Antitrust dimostra che le liberalizzazioni commerciali hanno tagliato posti di lavoro. Ma Repubblica non ci dice quali e quanti. Però, ciò sarebbe avvenuto secondo l’Antitrust - come riporta (e non riteniamo casualmente) l’articolista - nella prospettiva “ di un’espansione futura attraverso un’intensa attività di investimento”. Peccato che nel servizio si siano dimenticati di riportare dati più precisi sugli investimenti effettuati dalle imprese commerciali “liberalizzate”.
Anche un altro dato pubblicato è sospetto, e perciò da verificare. Quale? Quello dell’aumento delle retribuzioni dopo il 1998 (dopo l’entrata in vigore della Legge Bersani). Perché sono aumentate, come si evince tra le righe dello stesso servizio, anche dove le riforme “liberali” non hanno funzionato. Quindi evidentemente, a differenza di quel che vuole fare credere Repubblica agli affezionati lettori, la relazione causale tra liberalizzazioni e crescita di salari e stipendi è solo uno delle relazioni, e neppure le più importante, per spiegare l’aumento delle retribuzioni. Ma qui lasciamo la parola agli economisti. Quelli veri. Che magari, ogni tanto, ci leggono.
Lo stesso discorso va fatto per i dati sulla crescita dell’inflazione. Il cui tasso di crescita è stato più o meno uguale ovunque, a prescindere dalle “liberalizzazioni”. Non può, insomma, un differenziale, tipo 0,2 %, avere valore probatorio, come invece gabella il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari.  Diciamo la verità, credere sull’efficacia delle liberalizzazioni è un atto di fede. Ora, in campo politico-economico,  ognuno di noi, in chiave politeistica, può adorare gli dei (economici) che vuole. Quello che invece  non può essere assolutamente ammesso, è il monoteismo liberista. Come fa Repubblica.

Carlo Gambescia

domenica 21 gennaio 2007


Disastri  ambientali
Un pizzico in più  
di responsabilità, no?


Sulla questione del cambiamento climatico, al di là dei catastrofismi televisivi, più o meno di maniera, nessuno sembra interrogarsi seriamente sulle possibili conseguenze del fenomeno. Il problema è grave, perché gli eventuali riflessi sociali andrebbero divisi in due categorie: quelli prodotti dalla trasformazione del clima, e quelli causati dall’intervento dell’uomo, in condizioni di grave emergenza, per porvi riparo.
Ma andiamo per ordine.
Intanto, va detto che sulle conseguenze ambientali del mutamento climatico si sono già abbastanza diffusi i media: elevamento della temperatura, desertificazione, sollevamento del livello del mare, eccetera. Questi mutamenti - e veniamo al punto - provocherebbero innanzitutto una serie di conseguenze sociali dirette: spostamenti di popolazione, stravolgimento della localizzazione economica, sviluppo e diffusione di nuove patologie, e perfino epidemie. Si tratta di fenomeni che andrebbero a distribuirsi temporalmente nell’arco dei prossimi trenta-cinquant’anni, così almeno sostengono gli esperti. Il che significa che nell’arco di un paio di generazioni il nostro sistema di vita potrebbe cambiare radicalmente. E in peggio.
Inoltre, alle conseguenze sociali dirette, andrebbero ad aggiungersi, intersecandosi con le prime, le conseguenze sociali indirette, prodotte, attenzione, dall’intervento dell’uomo in risposta, ad esempio, agli spostamenti di popolazione, al grave peggioramento della situazione economica negativa e alla diffusione di pericolose patologie tropicali.
Il nocciolo del problema, che di solito non viene affrontato, neppure dagli esperti in tematiche ambientali, è che, quanto più si ritarda a intervenire, tanto più si rischia di incorrere in due fenomeni. Vediamo quali.
In primo luogo, la sociologia c’insegna che le cosiddette catastrofi sociali (guerre, rivoluzioni, epidemie, disastri naturali) provocano una centralizzazione del potere sociale, e la conseguente riduzione delle libertà individuali. Si pensi a quel che accade durante una guerra: militarizzazione del potere politico, economico e perfino culturale (attraverso l’introduzione di una censura sempre più rigida…). Perciò nella “guerra” contro l’improvviso e rapido peggioramento delle condizioni ambientali si riprodurrebbe un fenomeno del genere. Si pensi solo alla gestione politica di un esodo verso l’interno delle popolazioni rivierasche . E alla conseguente sistemazione (in tutti in sensi: abitativa, sociale, economica) delle medesime Oppure, alla diffusione di epidemie con centinaia di migliaia di malati da isolare e di morti ai quali dare sepoltura. Non stiamo facendo, a nostra volta, del catastrofismo, ma semplicemente segnalando quel che capita ai gruppi sociali nelle situazioni di grave pericolo.
In secondo luogo, alla centralizzazione si affianca la polarizzazione dei rapporti sociali. Nelle situazioni di emergenza, il gruppo sociale tende a scindersi in tre sottogruppi: da un parte una minoranza che dà il meglio di sé (si pensi agli episodi di abnegazione, in occasione di una calamità naturale); dall’altra, una minoranza, che invece dà il peggio di sé (si pensi ai saccheggi e altri atti criminosi….). Nel mezzo, resta invece la maggioranza della popolazione, che in qualche modo, senza eccedere, cerca di reagire al pericolo. E, ovviamente, la situazione rischia di andare incontro a derive sociali ancor più pericolose, quando, come è accaduto ed accade, le minoranze antisociali, si organizzano e prendono il potere. La polarizzazione rinvia alla centralizzazione e viceversa. Non c’è scampo. E si tratta di due “costanti” che ritroviamo, come dire, nelle situazioni “al limite”, in cui viene messa dura prova la capacità di reagire dell’uomo.
Ora, se dal punto di vista sociologico, la situazione che ci aspetta è questa, perché non intervenire per tempo, con provvedimenti graduali, e tutto sommato democratici, in grado di impedire che la catastrofe ambientale, incipiente, possa in un futuro, abbastanza vicino, trasformarsi in una catastrofe sociale, segnata da involuzioni autoritarie e antisociali?

Carlo Gambescia

venerdì 19 gennaio 2007


Anche i ricchi piangono
Il film di Lapo Elkann


Quando Lapo Elkann finì in ospedale, la prima reazione fu quella di ritenere la famiglia Agnelli proprio sfigata. La seconda di pietà verso un giovane, tutto sommato simpatico: un bambacione, certo ricco, ma finito in un brutta storia. La terza, non nostra, ma colta in giro: “ è la solita storia, questi (i ricchi) pur avendo tutto, vogliono provare tutto…”. La quarta, sentita al Bar Sport, infieriva volgarmente sulle cattive compagnie del ragazzo (come si diceva un volta). Infatti, come subito venne fuori su giornali, Lapo Elkann aveva trascorso la “nottata” dell’overdose nell’abitazione di un transessuale.
Insomma, sesso droga e rock and roll. C’era tanto materiale per un’aspra invettiva contro la corruzioni dei tempi, di quelle che piacciono tanto ai tromboni della morale.
Sì, è vero, il pesce comincia a puzzare dalla testa. Ma il problema della dipendenza da droghe, e in particolare quello dell’uso di cocaina, è ormai un problema diffuso. Tra gli sniffatori ci sono i ricchi, ma anche un ceto medio, di piccoli consumatori e spacciatori, e purtroppo molti giovani Secondo l’ultima Relazione annuale sullo stato delle tossicodipendenze il 5,4 per cento degli italiani tra i 15 e i 44 anni avrebbe sniffato almeno un volta nella vita. Tra gli studenti si scende al 4,8, e sotto i sedici anni al 2 per cento. Mezzo grammo di cocaina costa dai 35 ai 50 euro, per una dose possono bastare 20 euro. Lo “sballo”, in fondo, è a portata di tasca…
Insomma, il giovane Lapo si trovava in buona compagnia (si fa per dire…).
Ma perché ci si droga? Tra i giovani “per provare tutto e fare tutto”, tra gli adulti, per “ricaricarsi” e in alcuni casi anche per poi arrotondare, spacciando. Inoltre sembra che la coca, ma solo in certi ambiente scelti, sia uno strumento di ricatto, controllo e ascesa sociale. Il rischio della dipendenza viene fuori col tempo, e non perdona, dal momento che si finisce quasi sempre per morire di ictus o infarto.
Se la nostra non fosse una società dello spettacolo, quel che era capitato, avrebbe dovuto far riflettere sulla sprovvedutezza di tanti giovani meno famosi, e con minori responsabilità, del manager Fiat. Per poter poi agire, potenziando la prevenzione, e dove occorra, le attività di repressione.
Ma come al solito finì tutto in chiacchiericcio mediatico: o nel romanzetto rosa (il giovane Lapo, vittima della coca, per dimenticare un amore infelice), o nell’invettiva moralistica a scelta: variante religiosa (il giovane Lapo, come un peccatore punito da Dio ); variante tradizionalista (il giovane Lapo, come prodotto di una classe dominante da kali-yuga); variante laica (il giovane Lapo, come traditore della vera cultura di impresa: quella che impone la nanna alle 20 e la sveglia alle 6).
Per capire i problemi delle dipendenze, consiglio sempre di rivedere un vecchio film con Jack Lemmon e Lee Remick, I giorni del vino e delle rose. In quel film, che narra la storia di due alcolizzati, si riporta il problema della dipendenza a qualcosa di profondo che corrode dal di dentro e da sempre l’uomo: una cieca volontà di autodistruzione, indipendente da ogni vincolo sociale, culturale, morale e religioso. Un male intenso che porta alla morte. E quando ci si “ammala” non bastano per salvarsi un lavoro appagante, l’amore sincero, e lo stesso desiderio di smettere. Il film non ha lieto fine: a un certo punto si “ferma”, tecnicamente termina, lasciando però le cose, come sospese, al di là del bene e del male.
Il succo de I giorni del vino e delle rose è che per contrastare il problema delle dipendenze non servono il moralismo da quattro soldi, o peggio, il buonismo un tanto al chilo. Certo, va fatto tutto il possibile sul piano della prevenzione medica e psicologica. Il segreto però è aiutare senza la pretesa di giudicare e magari di risolvere per sempre un problema, che in realtà è interiore, e spesso impenetrabile: molte storie individuali dei pazienti non sono a lieto fine, e quel che peggio, è che legioni di psicologi e sociologi non hanno tuttora capito perché.
Ora Lapo è “ritornato”, tra i lampi dei flash dei fotografi e i sorrisi malandrini delle modelle, ma, francamente, è difficile dire come finirà anche il suo il film…
Carlo Gambescia

giovedì 18 gennaio 2007


L'allargamento dell'aeroporto  militare Nato Tommaso Dal Molin  di Vicenza
I pasticci di Prodi



La questione dell’allargamento della base militare Usa di Vicenza non è solo un problema di filo o antiamericanismo. Ma di dignità nazionale, di rispetto per i cittadini di Vicenza: tutti; sia quelli che vogliono l' "allargamento", sia quelli che non lo vogliono. Mentre la sua gestione, dimostra, ancora una volta, le pessime capacità politiche di Prodi. Ci spieghiamo meglio.
In primo luogo, va chiarito che si poteva e si può essere contro il progetto americano - e chi scrive non è assolutamente d’accordo - senza per questo mettere in discussione l’ ”alleanza strategica” con gli Usa. Berlusconi dette il suo consenso all’ampliamento della base, non perché obbligato dalle clausole di un trattato, ma per pure ragioni (diciamo così) di “amicizia” verso gli Stati Uniti.
In secondo luogo, il tiro è stato alzato, proprio dagli Usa, che ai primi tentennamenti del governo di centrosinistra hanno minacciato di andarsene. Ora, chi minaccia si comporta da amico? No. Allora, un vero governo indipendente, pur rispettando le scelte strategiche di lungo periodo, avrebbe dovuto fare "retromarcia", e rifiutare agli statunitensi il permesso di ampliare la base, perché venute meno se non le ragioni dell’ “amicizia”, sicuramente quelle della cortesia tra alleati.
In terzo luogo, proprio perché si trattava di una questione locale - e ripetiamo non nazionale e internazionale, in quanto non legata a precise clausole di un particolare trattato - si doveva rimettere subito la cosa alle autorità locali, e in particolare ai cittadini di Vicenza, invitandoli a esprimersi attraverso un referendum consultivo. Ora, che Berlusconi, abbia a suo tempo ignorato questa necessità, non ha bisogno di commenti. Ma che pure Prodi non l’abbia tenuta in alcuna considerazione è, a dir poco, strano: si può, benissimo, evitare di favorire un alleato (diciamo così) “scortese” rimanendo comunque alleati…
Perciò ricondurre il problema nell'alveo della polemica tra americanisti e antiamericanisti, pur non essendo del tutto sbagliato, può risultare fuorviante, perché non consente di capire un fatto fondamentale. Quale?
Un governo, normale - ripetiamo normale - , anche di destra, ma con la schiena dritta e vicino ai bisogni (anche locali) dei suoi cittadini, avrebbe dovuto prima demandare ai cittadini di Vicenza la scelta, e poi, stante il cattivo comportamento statunitense, eventualmente imporsi e dire di no. Invece, il ricatto americano ha provocato solo tensioni sociali e fatto esplodere tutte le contraddizioni interne al centrosinistra. E ora sono scesi in campo anche i movimenti antiamericani... Ma la colpa di avere esasperato i vicentini e gestito la questione "con i piedi" è di Prodi. E soprattutto risiede nella sua sudditanza politico-psicologica verso gli Usa, da vecchio democristiano doroteo... Prodi, sotto questo aspetto, mostra di essere tanto condiscendente verso gli Stati Uniti, almeno quanto Berlusconi.
Insomma, si può essere alleati e confrontarsi, anche duramente. Ma per farlo, si deve avere la schiena dritta. E non essere pasticcioni come Prodi...
Se ci si passa la battuta “qualunquistica”, ma nel caso efficace. Cambiano i direttori d’orchestra ma non la musica. Certo. Servono spartiti musicali nuovi, ma anche uomini di stato, a destra come a sinistra, capaci, e soprattutto consapevoli del proprio ruolo e del valore della dignità nazionale. Ma dove trovarli?
Carlo Gambescia

mercoledì 17 gennaio 2007

I libri della settimana: Alain Caillé,  Serge Latouche, Francesco  Gesualdi,  Alain de Benoist, alcuni titoli sull'idea di decrescita. 




A certe correnti di pensiero che amano costruire castelli in aria, si potrebbe rispondere, chiedendo scusa a Lorenzo il Magnifico, Quant’è bella concretezza/che si fugge tuttavia… Oppure ricordare, che nella Scienza Nuova, Giambattista Vico sostiene che “l’ordine delle idee deve procedere secondo l’ordine delle cose”. Ma probabilmente, l’intellettuale utopista, da buon erede di certo illuminismo sognatore, farebbe finta di nulla, pur di continuare a progettare irrealizzabili Città del Sole.
Certo, non è neppure accettabile l’elogio del realismo spicciolo, che alcuni oppongono alle fantasticherie sociali Dal momento che pensare “secondo l’ordine delle cose” non significa ignorare i problemi, ma solo cercare di risolverli adeguando le idee alle risorse. Senza per questo fare sconti, a chi poi confonda la realtà con i propri esclusivi interessi.
Un caso tipico è quello della cosiddetta ideologia della decrescita economica. Di recente propugnata da un gruppo di intellettuali francesi, tra i quali spiccano gli economisti-sociologi Serge Latouche e Alain Caillé, fondatori del Mauss (Mouvement anti-utilitariste dans le sciences sociales). E in Italia da Francesco Gesualdi, già allievo di Don Milani, e ora coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
La tesi difesa, che ha indubbiamente una sua nobiltà, asserisce che l’Occidente, dando per primo il buon esempio, dovrebbe smettere di crescere. Dal momento che qualsiasi idea di crescita delle forze produttive sarebbe nociva per l’ambiente naturale. Di qui la necessità di produrre e consumare pochissimo: lo stretto necessario. Allo sviluppo dovrebbe perciò seguire un desviluppo, e poi una specie di società stazionaria, basata su un sobrio, se non proprio spartano, tenore vita.
Passiamo ora in rassegna qualche titolo in argomento.
Serge Latouche, molto attivo in Italia come guest della sinistra radicale, ha pubblicato Come sopravvivere allo sviluppo (Bollati Boringhieri 2005, pp. 105, euro 9,50). Si tratta di un testo paradigmatico: aiuta a capire quanto siano poco originali i ragionamenti “desviluppisti”. Infatti per due terzi del libro, Latouche critica, usando argomenti piuttosto scontati, qualsiasi concetto di sviluppo (sociale, umano, eccetera), e solo nelle ultime pagine affronta il problema di come “uscire dallo sviluppo”. Ma non va più in là di un fin troppo prevedibile pauperismo di derivazione gandhiana e tolstojana… Poche merci, pochi consumi, sviluppo locale (municipale e regionale), scambi di servizi, convivialità “vernacolare”, (per non definirla “comunitaria”, termine oggi non politicamente corretto). In conclusione, molte critiche, troppe buone intenzioni, nessuna proposta concreta.
Le stesse considerazioni valgono per Alain Caillé, autore di Dé-penser l’économique (La Découverte, 2005, pp. 316, euro 23,00). Un testo, che nonostante le ambizioni teoriche, risulta disorganico e contraddittorio. Fino a che punto è possibile conciliare, come propone Caillé, “Reddito di Cittadinanza” per tutti e decrescita economica? Dove trovare, in un’economia a bassa o nulla produttività, le risorse per finanziare un progetto così ambizioso? Certo, va riconosciuto, che negli anni Ottanta, Caillé e il Mauss dettero un rilevante contributo alla critica dell’ economicismo. Come molti ricordano, Caillé, giovane e spigliato direttore della “Revue du Mauss”, aprì un proficuo dibattito con Alain de Benoist. Oggi Caillé, è un togato professore che dirige il Géode (Groupe d’étude et d’observation de la démocratie), e pubblica libri con l’Unesco. E non dialoga più, almeno pubblicamente, con de Benoist. E purtroppo, anche la sua rivista ha perduto lo smalto di un tempo.
Problematico anche il testo di Francesco Gesualdi, Sobrietà. Dallo spreco di pochi ai diritti di tutti (Feltrinelli 2005, pp. 163, euro 9,00). Purtroppo, il testo è ricco di spunti, ( “consumismo che consuma” , “elogio della bicicletta”, “collettivo è bello”, “il mercato del baratto”) che però vengono poco sviluppati. Quanto alla sobrietà, un’idea in sé rispettabilissima, e che vanta padri nobili (da Platone a Franklin), Gesualdi propone addirittura una società, che ricorda quella tardo sovietica… Soprattutto, quando a proposito dell’economia sociale, scrive che “il pubblico potrebbe limitarsi a produrre generi essenziali per tutti, lasciando via libera al mercato per produzioni personalizzate”. E’ un po’ come dire che nella società stazionaria, ogni cittadino sarà lasciato libero di personalizzare il suo orticello… Il che è piuttosto inquietante.
Un buon antidoto è rappresentato dall’ultimo libro di Alain de Benoist, Comunità e decrescita (Arianna Editrice 2006, pp. 221, euro 12,95) che abbiamo già recensito (post dell' 11-1-2006) . Dove si “critica la ragione mercantile”, ma non in modo aprioristico. Il pensatore francese, come suo costume, va subito al cuore del problema: “E’ possibile indurre alla ‘semplicità volontaria’ senza attentare alle libertà, né uscire da un quadro democratico? E se non si può né imporre la decrescita con la forza, né convertire la maggioranza della popolazione alla ‘frugalità’ con le virtù della sola persuasione, cosa resta? La teoria della decrescita - conclude de Benoist - resta troppo spesso muta su questo punto”.
Un silenzio preoccupante. Perché è proprio qui il vero problema: fin quando la sobrietà resta una scelta individuale, e dunque priva di effetti sociali, la libertà non è in gioco. Ma se invece la si vuole imporre dall’alto, si rischia un nuovo totalitarismo, come dire, della decrescita: fondato sulla frugalità obbligatoria per tutti. E qui de Benoist fa un’ osservazione interessante: la deriva totalitaria può essere evitata, se in futuro certo l’ecologismo estremo riuscirà a rompere radicalmente “con l’ideologia dei lumi, ossia l’ideologia della modernità”. Ma un pensiero finora incapace di rinunciare a quel collettivismo giacobino che lo innerva, ne sarà in grado?
Comunque sia, forse è meglio tornare a Vico: far procedere l’ordine delle idee secondo l’ordine delle cose. L’idea di sobrietà, può essere valida come esperienza di arricchimento interiore. Ma va assolutamente respinta se presentata come un destino collettivo “obbligatorio”. Anche l’idea di decrescita, come principio regolativo, in sé non è sbagliata. E, tutto sommato, anche sul piano politico costituisce un utile contrappeso allo sviluppismo sfrenato di tipo liberista e capitalista. Il nodo fondamentale è però quello di trovare una via intermedia. E non c’è molto tempo da perdere perché i problemi ambientali sono piuttosto seri.
Non pensiamo, naturalmente a un rilancio del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, spesso usato in modo gattopardesco o mimetico dai fautori della crescita economica a ogni costo. Ma a qualcosa di diverso, magari da reinventare. Ad esempio, si potrebbe valorizzare la classica distinzione introdotta da François Perroux. Quale? Quella tra crescita economica e sviluppo ( si veda L’économie du XXéme siècle, Puf 1964). L’ economista francese, scomparso nel 1987, per crescita intendeva la crescita economica (quella del Pil, ora giustamente criticata dai teorici delle decrescita), e per sviluppo, lo sviluppo morale e culturale dell’individuo: l’unico fattore capace di indicare il grado di progresso sociale realmente conseguito nel campo delle libertà civili.
Ora, secondo Perroux, senza crescita economica non c’è progresso civile, e viceversa: i due fattori procedono insieme. Per contro, i teorici della decrescita credono realizzabile il progresso civile senza la crescita economica. Il che è falso, come dimostra l’esperienza sovietica (progresso economico senza progresso civile,) e come proverà, prima o poi, anche quella cinese. Perciò il vero punto in questione non è cessare di crescere economicamente di colpo, ma trovare il giusto punto di equilibrio tra crescita economica e progresso civile. E non è affatto detto, stando allo stesso Perroux, che una società libera, civilmente progredita non possa, a un certo punto, autolimitare, in modo ragionato e democratico, certi consumi e favorirne altri, più socialmente importanti.
E quindi, (perché no?) decrescere.
Carlo Gambescia

lunedì 15 gennaio 2007


Da Erba a Caserta, americanizzazione dei costumi? 
L'Italia del non detto 




Chi si occupa di analisi sociale non può non porsi la seguente domanda: c ’è un legame sociologico e culturale tra quel che è accaduto a Erba e Caserta? La questione può apparire stramba e perfino provocatoria, magari mirata a colpire solo una certa parte della classe politica, quella a sinistra. Se però il lettore avrà la pazienza di seguire il nostro ragionamento, potrà accorgersi che le cose non stanno così.
Che cosa è successo a Erba? Un episodio di inaudita violenza. E che cosa indica? Che spesso la violenza più feroce colpisce all'improvviso, accanendosi sempre sui più deboli: donne e bambini. Di questo fatto si sono date finora le interpretazioni più differenti. C’è chi vi ha visto una “pura” esplosione di follia. E chi l’ha giudicato un frutto avvelenato dell’ odio razziale. E, infine, chi vi ha scorto, la disgregazione della “sana” vita di provincia. Una cosa però non è stata ricordata. Che dietro l’esplosione di violenza, l’odio razziale, la distruzione dei legami sociali c’è un nuovo modello socioculturale, in grande espansione: quello del farsi giustizia da soli, dando ascolto a un riflesso carnivoro... Si tratta di un modello estraneo alla tradizione europea continentale (basata sul rispetto del monopolio pubblico della violenza) e a quella europea mediterranea, meno rispettosa delle norme, ma dove in passato anche la faida più violenta rinviava a vincoli di tipo comunitario. A Erba, ha avuto il suo battesimo del fuoco, il modello dell’ individuo in guerra con tutti, a partire dagli “odiati” vicini di casa. Insomma, siamo davanti al modello americano del giustiziere “solitario”, un essere "carnivoro" per eccellenza (ai limiti della pura animalità), ma celebrato continuamente da cinema e televisione. E, di riflesso, sempre più condiviso a livello di immaginario collettivo, grazie al ruolo giocato dalla pervasiva megamacchina comunicativa Usa. Ora, per farla breve, quando una società si va americanizzando, o comunque inizia a subire l’ influenza di una cultura esterna, c’è il rischio che ne recepisca insieme, e confusamente, gli aspetti positivi e negativi. Urgono perciò scelte selettive: i media “locali” e la cultura "autoctona" sono chiamati a svolgere un ruolo critico e di contrasto. In Italia però si preferisce non dire…
Che cosa è successo a Caserta? Un episodio politico di puro valore mediatico. E che cosa indica? Che la politica è ormai ridotta a poca cosa. O se si preferisce a pubblipolitica: a presentazione e vendita pubblicitaria di decisioni politiche di nessun impatto. Dell’incontro si sono date le interpretazione più disparate. C’è chi vi ha visto lo scontro tra riformisti e radicali. Chi vi ha scorto il tentativo prodiano di ergersi a leader assoluto. E chi, infine, come l’opposizione di centrodestra, ne ha colto il valore pubblipolitico, guardandosi bene però dal riconoscere le responsabilità di Berlusconi, il primo in assoluto a introdurre in Italia il modo americano di far politica. Nessuno - ripetiamo nessuno - ha però colto il dato di fondo. Che la politica italiana somiglia sempre di più a quella americana, basata sulla gestione dell’esistente e sull’assenza di reali politiche di raccorciamento delle distanze sociali. Ormai, anche nell’ Italia politica, tutto si riduce per un verso, all’eccesso di riflettori puntati su eventi poco produttivi di decisioni redistributive, e per l’altro, a discussioni politico-giornalistiche su questioni di cortissimo respiro. E qui una cosa deve essere chiara: accettare gli attuali vincoli di bilancio - subiti bovinamente a destra e sinistra - significa rinunciare al varo di qualsiasi politica economica degna di questo nome (nei campi dell’istruzione, delle ricerca, della salute, dei lavori pubblici, del lavoro). Il che ci riporta al problema della politica-spettacolo all’americana, “tutto fumo e niente arrosto”, se ci si passa l’espressione… Tuttavia, se è vero, come abbiamo visto, che una società che si americanizza, o che comunque subisca un mutamento culturale di derivazione esterna, lo fa confusamente (mescolando bene e male), perché allora non individuare e contrastare gli aspetti negativi di questo processo ? Perché continuare a non dire?
A questo punto risulta chiaro, quanto il legame tra Erba e Caserta, sia rappresentato dall’americanizzazione dei costumi sociali e politici. E, ovviamente, dall’ influsso negativo che questa trasformazione culturale va esercitando sulla società italiana. Un legame debitamente occultato dai media e dalla parte meno critica, se non del tutto servile della cultura. Si preferisce tacere.
Si dirà, ecco il solito intellettuale antiamericano in cattiva fede. Perché non ricorda anche agli aspetti positivi del processo? Certo. Ma non è quel che già  fanno  i media quotidianamente? Che senso avrebbe unirsi al coro degli entusiasti? La questione che ci interessa e compete è un’altra: può una società democratica reggersi sul non detto e sull’accoglimento acritico di un’ altra cultura?
Ecco, la vera lezione che si può ricavare, da eventi come quelli di Erba e Caserta.
Carlo Gambescia

venerdì 12 gennaio 2007


(Meta) political comics 
Il borghese piccolo piccolo? 
In estinzione



Se i colletti blu (gli operai) sono da un pezzo a letto con la febbre alta, i colletti bianchi (gli impiegati) hanno il naso chiuso, la tosse e il mal di testa. Si tratta di un’epidemia seria, alle stregua di quelle medievali, che rischia di colpire i ceti medi, dopo quelli operai. Ha i nomi più diversi: disoccupazione tecnologica, lavoro flessibile, concorrenza cinese, liberalizzazioni, pensioni da fame, euro.
E per il momento sembra che nessuno abbia ancora scoperto il vaccino…
In primo luogo, perché si naviga a vista: non si va oltre l’idea del welfare come puntello ( o pronto soccorso…) del libero mercato. Ma per puntellare servono i soldi. E perciò bisogna produrre di più. E qui cade l’asino, come dicevano i nostri nonni: per far questo è necessario abbassare i costi, riducendo occupazione e stipendi (già bassi, o decimati dall’euro), magari ricorrendo alle nuove tecnologie “tagliaposti” di lavoro. Di conseguenza, in questo gioco dell’oca, ma sulla pelle dei lavoratori, che piace tanto ai professori del Corriere della Sera, il popolo dei ceti medi rischia di ritornare sempre alla casella di partenza, in compagnia degli ex operai. I quali sono tutti lì da un pezzo. E con le ossa rotte. Ma pronti a spiegare ai nuovi arrivati (ex insegnanti, ex impiegati cinquantenni, ex piccoli professionisti, eccetera) che il capitalismo gioca coi dadi truccati.
In secondo luogo, va pure ricordata, la ciclica disaffezione per la politica del colletto bianco. Che si lamenta, spesso a ragione, ma che poi rifiuta (perché la politica "è un cosa sporca") di andare oltre e scoprire i legami tra la propria situazione e quella politica generale . Rinunciando così a qualsiasi possibilità di mutare le cose (va anche detto, a discolpa del colletto bianco, che su piazza, di politici in gamba, oggi come oggi, se ne vedono pochi…). Tuttavia è pure noto che i ceti medi non hanno mai brillato per tempismo politico: dal sogno della “mille lire al mese”, quando stava per scatenarsi il finimondo, a quello della lavastoviglie, mentre fuori infuriavano gli “anni di piombo”, fino al salottiero “dove vai in vacanza?” ai tempi di Tangentopoli.
Il bello (o il brutto) è che nessuno oggi abbia il coraggio di dire al “borghese piccolo piccolo” che forse Marx aveva ragione. Per i “colletti bianchi” potrebbe andare sempre peggio. I processi di concentrazione della ricchezza e di trasformazione tecnologica, in atto, rischiano infatti di dividere la società in due uniche classi: da un lato, ultraricchi, ricchi, quadri dirigenti e servitù (camerieri, cuochi, vigilantes, eccetera): dall’altro, proletari, sfruttati nei lavori servili o flessibili, e sottoproletari sospesi tra miseria e crimine. Non avverrà domani mattina. Ma siamo sulla buona strada per farcela nel giro di un paio di generazioni…
E i ceti medi? In piccola parte potrebbero essere cooptati nei quadri dirigenti, e, per il resto, andare a ingrossare le schiere del proletariato postmoderno. Altro che soldi, lavastoviglie e seconda casa in multiproprietà per le vacanze.
Carlo Gambescia

giovedì 11 gennaio 2007


 "Apocalypto"
L'occhio antropologico di Mel Gibson




Le polemiche su “Apocalypto” sono importanti per scoprire l’ ipocrisia di certa sinistra al caviale, ma anche per fare luce, come dire, sull’ “occhio antropologico” di Gibson. Come vedremo, il suo non è un approccio comune, soprattutto nell’ambito del cinema hollywoodiano, che di solito punta su una specie di “violenza democratica”, di largo consumo, e tutto sommato normalizzante. Gibson invece va in un'altra direzione.
Ma cominciamo dalla sinistra del bon ton morale.
Ora, si tratta di un sinistra, per un verso pronta a condannare verbalmente ogni forma di violenza. Si pensi alla stantia retorica sul bullismo che legioni di opinionisti “liberal” combattono, senza alcuna paura del ridicolo, come una forma di pericolosa “criptopropensione” al totalitarismo che può svilupparsi nell’adolescente. E per l’altro disposta a giustificare anche la morte violenta dei nemici (presuntivi) del sistema, come Saddam. Basti ricordare le contraddittorie prese di posizione di alcuni noti “umanitaristi” laici, come Mieli e Scalfari, contrari all’impiccagione dell’ex rais, ma favorevoli a forme di giustizia popolare a “caldo”.
A queste due inconsistenti posizioni “teoriche” va sommata la violenza mediatica, che quotidianamente penetra nelle case attraverso la televisione, favorendo passivamente negli stessi bambini e adolescenti, di cui però si teme il bullismo di ritorno, l’ accettazione della violenza, spesso più feroce, come normale componente dei rapporti sociali.
In tale contesto, a dir poco schizofrenico, “Apocalypto” di Gibson è stato attaccato da tutte le parti, e in modo particolare, da certa sinistra buonista, che pur odiando a parole la violenza, non si sarebbe dispiaciuta di una fine stile Piazzale Loreto per Saddam… Ma c’è dell’altro: questa sinistra “libertaria”, non era fino a poco tempo fa contraria a ogni forma di censura? O ha cambiato idea appena è uscito il film di Mel Gibson?
Propendiamo per la seconda ipotesi. Infatti, all’attore e cineasta americano la cultura “liberal” mondiale non ha ancora perdonato il successo di un film integralista, come "The Passion" . E perciò alla prima occasione ha chiesto a gran voce, come sta avvenendo in Italia, l’intervento della censura cinematografica.
Si tratta di una posizione che brilla per la sua ipocrisia. Vediamo perché
In primo luogo, libertà vuole, che sia lo stesso spettatore a decidere, e per il minore, i genitori. Se ci si batte per la libertà individuale, e si ritiene l’individuo libero di scegliere, la libertà deve valere per tutti e sempre. Non può essere condizionata dalle simpatie o antipatie culturali. E ciò la dice lunga sulla vera natura dello spirito libertario di cui certi “progressisti” si sono nominati depositari.
In secondo luogo, invocare il ruolo decisivo della censura cinematografica, significa fare un passo indietro. Vuol dire reintrodurre una specie di tutorato pubblico, e perciò anteporre, nel caso dei minori, una specie di Stato-Padrone alle famiglie. Il che fa dubitare sull’autenticità del liberalismo che anima la sinistra al caviale.
In terzo luogo, la violenza, che come abbiamo notato, viene veicolata quotidianamente dai media, e in particolare dalla televisione (perfino nei cartoni animati…), non può essere esorcizzata a colpi di divieti. Andrebbe invece studiata in rapporto al contesto in cui la si rappresenta: il vero punto della questione è costituito dal pericolo di rappresentarla - magari nelle sue forme estreme e sadiche - come una componente normale dei rapporti sociali. L’esempio classico è quello dell’incoraggiamento a farsi giustizia da soli per futili motivi… Un “approccio” che caratterizza in larga parte la cinematografia hollywoodiana, popolata appunto di serial killer, giustizieri della notte, eroi negativi, quasi sempre guardati con occhio benevolo, se non del tutto compiaciuto. Tutti film per i quali, i “liberal” delle due sponde dell’Oceano, difficilmente hanno invocato divieti.
Nel film di Gibson la violenza è contestualizzata nel quadro di una società, come quella Maya, dove come mostrano gli studi antropologici, la violenza più efferata, come totale monopolio delle classi dominanti, vi svolgeva un ruolo pari a quello che la “forza pubblica” (che non è altro che “violenza istituzionalizzata, o legale) svolge nelle nostre società. Insomma, Gibson descrive la “violenza dei Maya in modo esattamente contrario, a come in genere viene rappresentata la violenza dell’antieroe pulp. Nel caso dei Maya, la violenza scende dall’alto, e come tale viene contestualizzata visto che si tratta di una società castale. Mentre in certe truculente pellicole hollywoodiane, dove invece la violenza sale dal basso, l’omicidio finisce per acquisire una sua pericolosa “normalità democratica”…
Tuttavia la diversità non è solo nelle due società, ma anche nello sguardo del regista. Quello di Gibson, pur indulgendo su certi cliché del cinema americano, non è mai benevolo. Il suo è l’occhio dell’antropologo che fissa, senza ipocrisie, il Leviatano Maya. Come in precedenza ha fissato, senza assolverlo, quello di Roma antica.

Carlo Gambescia

mercoledì 10 gennaio 2007

Il libro della settimana. Antonio Negri, Movimenti nell'Impero. Passaggi e paesaggi, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006, pp. XIV303, Euro 21,50.



Antonio Negri, a parte qualche passato problemino  con la magistratura,  merita attenzione per l’ impeccabile curriculum accademico (ha insegnato scienze politiche a Padova e Parigi), e per la risonanza teorica, ideologica e politica di testi come Impero (2000) e Moltitudine (2004), scritti con Michael Hardt, professore americano di letteratura. Ma la merita anche per i problemi che solleva il suo tentativo di sciogliere il nodo tra scienza e ideologia (tra interpretare e cambiare il mondo). Una questione spinosa, che Marx ed Engels avevano risolto (semplifichiamo) "inventando" il “socialismo scientifico” : una dottrina, a suo modo coerente, perché capace di riunire scienza (il materialismo storico) e ideologia (il comunismo). E che invece Negri risolve sopprimendo il primo termine dell’equazione: la scienza.
Si consiglia perciò la lettura di Movimenti nell’Impero. Passaggi e paesaggi (Raffaello Cortina Editore, Milano 2006, pp. XIV-303, euro 21,50). Un testo che raccoglie le conferenze tenute da Negri nel 2003-2004, in Italia e all’estero, dopo aver riottenuto il passaporto. Felice di “girare il mondo”, come nota, “dopo venticinque anni (undici di galera effettiva e quattordici di esilio) ” (p. XI).
I “passaggi e paesaggi”, evocati nel sottotitolo, enfatizzano la repentina avanzata dei “movimenti” sociali, all’interno dell’Impero: questa dispotica struttura di comando, priva di un centro preciso, che regola gli scambi globali in modo impersonale, immaginata da Negri e Hardt. I “movimenti”, giocano perciò un ruolo importante, perché tendono a trasformarsi in passaggi (dilagando da un punto all’altro dell’ Impero), ma anche in nuovi “paesaggi” sociali e rivoluzionari (come in America Latina, in Europa, eccetera). Dal momento che sarebbero innervati, secondo Negri, da quella “tensione dell’ amore” (p. XIII) che condurrà, per strappi successivi (e non per evoluzione storico-dialettica), alla futura società comunista. Dove la “Moltitudine” (il nuovo proletariato mondiale “movimentista”), si affrancherà finalmente dall’ Impero.
Già questo mostra che Negri, da alcuni paragonato persino a Marx, non ha nessuna fiducia nella “scienza” del materialismo storico. Ma punta sulla rabbia sociale e l’improvvisazione. E che comunque preferisce l’ideologia: Negri immagina il comunismo come una società dove regnerà l’amore, e non come riteneva “laicamente” Marx, se ci passa l’espressione, la libertà di farsi i fatti propri, attingendo liberamente al prodotto sociale.
In proposito è illuminante la chiusa di Impero (Rizzoli, Milano 2001 ), degna dell’esplosione finale della Sinfonia n. 9 di Beethoven, piuttosto che di un trattato marxista: “Nella postmodernità, ci troviamo ancora nella situazione di San Francesco, a contrapporre la gioia di essere alla miseria del potere. Si tratta di una rivoluzione che sfuggirà al controllo, poiché il biopotere e il comunismo, la cooperazione e la rivoluzione restano insieme semplicemente nell’amore e con innocenza. Queste sono la chiarezza e la gioia incontenibili di essere comunisti” (p. 382).
Tema ripreso, in chiave millenaristica alla Ernst Bloch, anche in Moltitudine (Rizzoli, Milano 2004): “Possiamo già renderci conto di come oggi il tempo sia diviso tra un presente che è già morto e un futuro che è già vivente - l’abisso che li separa sta diventando enorme. Un giorno un evento ci proietterà come una freccia verso questo futuro che già vive: questo sarà il momento di un vero atto d’amore politico” (p. 411). E infine perfezionato in Movimenti nell’ Impero, dove Negri osserva che il processo rivoluzionario “attraversa dimensioni e determinazioni quanto mai concrete. Sono povertà e amore: la prima come causa motrice e la seconda come causa finale, forze che tengono sempre aperto e sempre riaprono il processo politico che spinge verso il comunismo” (p. 279).
Qui è interessante notare un fatto. In Marx, che segue Hegel, il momento politico si annulla nel materialismo storico. La politica non è che un momento secondario di una rigida dialettica storica che conduce alla sua scomparsa: nella società comunista la politica sarà sostituita dall’amministrazione. In Negri, che invece riprende Spinoza, la politica è tutta nella “potenza” o tensione” della cooperazione, che potrà dispiegarsi creativamente solo nella società (comunista), dove l’amore reciproco sostituirà completamente l’egoismo.
In sostanza, Marx giustifica il comunismo con la scienza (sbagliando però le previsioni…). Negri invece spiega il comunismo con il desiderio umano di amore e cooperazione. Ma non chiarisce, a differenza di Marx che ricorreva ai meccanismi “scientifici” del materialismo storico, come si potrà passare dall’Impero (post-moderno) al comunismo (post-storico) della “Moltitudine”. Per Negri, alla base della transizione vi sono le scelte collettive delle singole persone. Individui, da lui concepiti, come “macchine desideranti” amore, costretti a vivere, sfibrati dall’angoscia, nell’arido universo tardo capitalistico, secondo la lezione di Deleuze e Guattari. Insomma, se Marx si sforzava di unificare una scienza forte (il materialismo storico) con un’ideologia forte (il comunismo), Negri pretende invece di conciliare un individuo debole (il soggetto desiderante e angosciato) con una ideologia forte (il comunismo). Ma non spiega come questa soggettività desiderante e repressa potrà essere istituzionalizzata (divenire collettiva), né su quali istituzioni democratiche si reggerà il “mondo nuovo”. Né infine, dove e come, reperire le risorse per il reddito di cittadinanza mondiale, da lui caldeggiato.
E non sono spiegazioni di secondaria importanza. O no?
Carlo Gambescia

martedì 9 gennaio 2007



Il pensiero sociale della Chiesa
Benedetto XVI 
e la critica del capitalismo



La presa di posizione di Benedetto XVI nei riguardi del sistema capitalistico, ribadisce una linea di tendenza storica inaugurata dalla Rerum Novarum (1891).
Ora, però, sarebbe errato individuare nella dottrina sociale della Chiesa Cattolica un insieme di concrete politiche economiche di tipo anticapitalistico. L’invito a prendere atto delle crudezze del sistema capitalistico, come di ogni altro sistema a sfondo puramente materialistico, spesso formalizzato da alcuni papi (Leone XIII, Pio XI, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II), va inteso in termini squisitamente religiosi e morali. La dottrina sociale della Chiesa Cattolica, pur nella sua corposità ed elevatezza teologica, non racchiude politiche o ricette economiche concrete, ma più semplicemente una serie di raccomandazioni di tipo prepolitico e preeconomico. O comunque di principi che dovrebbero fare da cornice a ogni intervento politico- economico concreto.
Sotto questo aspetto le critiche di Benedetto XVI alla “logica capitalistica” sono un invito a ricondurre il mercato capitalistico nell’alveo di una logica più ampia di tipo solidaristico, capace di anteporre alla ricerca pura e semplice del profitto, lo sviluppo e la dignità della persona umana. Sempre in un’ottica, è bene chiarirlo, ultraterrena.
E' perciò chiaro che il pensiero sociale della Chiesa Cattolica si muove (e si è mosso) nell’ambito di una visione morale e non politica della (nuova) questione sociale. Di qui nascono i suoi meriti e limiti.
I meriti consistono nel porre il problema economico solo nei termini di una riforma religiosa e morale della persona e della società. La Chiesa Cattolica parla alle coscienze. E spera che l’uomo attuale, invischiato in un sistema economico che poco si occupa di coscienze, riesca da autoriformarsi spiritualmente, percependo di essere sulla strada sbagliata.
I limiti, curiosamente, consistono proprio in questo affrontare il problema economico da un punto di vista così elevato. Di qui le diverse interpretazioni storiche del pensiero sociale cattolico (dal corporativismo al comunismo cristiano). Spesso respinte dalla stessa Chiesa, costretta ogni volta a fornire l’interpretazione autentica della sua dottrina sociale. E di qui altre interpretazioni di “interpretazioni”, e così via...
Del resto non è possibile - né sarà mai possibile - chiedere esplicitamente alla Chiesa Cattolica di assumere posizioni economicamente dettagliate, o di mettersi direttamente a capo di un movimento di riforma politico-economica del mondo. La Chiesa parla alle coscienze cristiane e, come sa bene ogni vero cattolico, non è suo compito occuparsi di concreta modellistica economica. La Chiesa parla al mondo senza essere del mondo (o comunque - e questo valga per i non credenti - almeno tenta di non essere del mondo…). Di qui però, come abbiamo già notato, quel sovrapporsi e mescolarsi di interpretazioni spesso parziali e ideologicamente eterogenee.
La Chiesa Cattolica resta la Chiesa Cattolica. E non un centro di studi e di ricerche economiche applicate…
Tutto qui.

Carlo Gambescia