domenica 30 agosto 2026

Alessandro Di Battista. Un Ben Barka sessant’anni dopo

 


Alessandro Di Battista è ricoverato in gravi condizioni all’Avana, dopo essere stato colpito da un malore a Cuba. La notizia, naturalmente, viene prima di tutto il resto. Prima della politica, prima delle polemiche, prima dei personaggi e dei personaggi costruiti intorno ai personaggi.

Di Battista ha 48 anni e, secondo le notizie più recenti, dopo essere rimasto per alcune ore privo di sensi ha rip
reso conoscenza, ha parlato con i medici ed è stato trasferito all’ospedale Hermanos Ameijeiras dell’Avana. Il governo italiano ha fatto sapere di essere pronto, se le condizioni lo consentiranno, a favorirne il rientro in Italia.

Gli auguriamo, dunque, sinceramente di farcela.

Ma proprio perché la cronaca è anche simbolo, possiamo permetterci una riflessione che prescinda, almeno per un momento, dalla sua vicenda clinica.

Di Battista potrebbe essere definito, con una formula volutamente paradossale, il Ben Barka con sessant’anni di ritardo.

Naturalmente non c’è alcuna equivalenza tra i due uomini. Mehdi Ben Barka, matematico di formazione e di notevole valore, fu uno dei grandi protagonisti del nazionalismo marocchino e della sinistra anticolonialista internazionale. Oppositore di Hassan II, dirigente dell’UNFP(Union Nationale des Forces Populaires), era destinato a svolgere un ruolo centrale nell’organizzazione della Conferenza Tricontinentale. Il 29 ottobre 1965 fu sequestrato a Parigi e da allora scomparve. Le circostanze della sua scomparsa e della sua morte non sono mai state completamente chiarite.

Ma non è della deriva complottista che intendiamo qui parlare. Tra l’altro dietro la sparizione di Ben Barka ci furono, cosa certa, i servizi segreti marocchini, e forse (sembra che lo volessero vivo per interrogarlo) quelli americani. Per Di Battista già si accusa il Mossad. Ancora prima di sapere cosa sia accaduto veramente all’ ex parlamentare Cinque Stelle.

Quindi non è questa la pista che seguiremo. C’è invece un altro punto interessante, diciamo pure impressionistico ma notevole.

Ben Barka partiva dal Terzo mondo per arrivare nel cuore dell’Occidente. Di Battista, sessant’anni dopo, ha compiuto, per certi versi, il percorso inverso: dall’Occidente parlamentare è andato alla ricerca del Terzo mondo, o meglio di ciò che del Terzo mondo è sopravvissuto nell’immaginario anti-imperialista e populista contemporaneo.



C’è qualcosa di profondamente dibattistiano nella scelta di Cuba.

Non soltanto perché Cuba è Cuba. Ma perché Cuba, nell’immaginario politico di Di Battista, rappresenta da sempre qualcosa di più di un Paese: un luogo della memoria rivoluzionaria.

Ed è significativo che il malore lo abbia colpito proprio durante un viaggio destinato alla realizzazione di un reportage. Di Battista era a Cuba per lavoro, per raccontare ancora una volta quel mondo che negli ultimi anni è diventato parte essenziale della sua attività pubblicistica e giornalistica.

È come se la politica, uscita dalla porta, fosse rientrata dalla finestra.

Di Battista aveva lasciato il Parlamento nel 2018, scegliendo di non ricandidarsi. Ma non aveva affatto abbandonato la politica. Aveva semplicemente cambiato il suo modo di praticarla: meno istituzioni, più piazze; meno Parlamento, più reportage; meno partito, più testimonianza; meno rappresentanza, più romanzo politico.



È una trasformazione interessante.

Perché il politico populista contemporaneo, quando perde il luogo istituzionale della politica, rischia di trasformarsi in personaggio politico permanente.

Non deve più conquistare voti. Deve conservare un’identità. Di qui, talvolta, anche l’estremismo politico.

E per conservare un’identità politica servono luoghi, simboli, nemici, cause.

Di Battista li ha cercati soprattutto fuori dall’Occidente liberal-democratico. Cuba, Palestina, America Latina, Russia e altri scenari internazionali sono diventati così non soltanto oggetti di interesse giornalistico, ma anche teatri di una precisa rappresentazione del mondo.

Qui il vero punto. Ripetiamo: la politica non vive soltanto di programmi e interessi: vive anche di immagini. Vive di miti: le “idee-forza” di Georges Sorel, che negli ultimi anni della sua vita guardò con interesse tanto a Lenin quanto a Mussolini. Vive soprattutto della capacità di trasformare un luogo geografico in un luogo politico.
 


Cuba non è soltanto Cuba. È la Rivoluzione. L’Avana non è soltanto l’Avana. È Che Guevara, è Fidel Castro, è la Tricontinentale, è l’anti-imperialismo, è la memoria di un mondo che l’Occidente liberal-democratico ha sconfitto storicamente, ma che non è mai riuscito completamente a cancellare dall’immaginario politico.

E qui ritorna Ben Barka.

Perché c’è una coincidenza storica quasi romanzesca.

Ben Barka stava lavorando alla Conferenza Tricontinentale quando fu sequestrato a Parigi nell’ottobre del 1965. La conferenza si sarebbe poi svolta all’Avana nel gennaio 1966. Ben Barka non vi arrivò mai.

Sessant’anni dopo, un ex parlamentare italiano proveniente dal Movimento 5 Stelle arriva all’Avana come giornalista e reporter.

Non è più il Terzo mondo degli anni Sessanta. Ma una Cuba in profonda crisi economica e sociale, segnata da gravi carenze di energia, acqua, trasporti e beni essenziali.

Non c’è più la Guerra fredda di allora. Non c’è più l’idea di una rivoluzione mondiale imminente. Non c’è più neppure quella fiducia quasi religiosa nella capacità della politica di rifare l’uomo e la società. Ma rimangono i simboli.

Ed è proprio questo che rende la vicenda di Di Battista interessante anche al di là di Di Battista.



Ripetiamo: la politica può morire come ideologia e sopravvivere come immaginario.Forse è questa la vera eredità del Novecento.

Le ideologie hanno perso la loro forza organizzativa, ma continuano a vivere nei luoghi, nei miti, nelle fotografie, nei viaggi, nelle magliette, nei racconti e nelle biografie di coloro che continuano a cercarle.

Di Battista è, sotto questo profilo, un personaggio perfettamente contemporaneo. Non più rivoluzionario, ma turista della rivoluzione. Non più uomo di partito, ma testimone di un mondo politico. Non più parlamentare, ma interprete di una parte dell’immaginario che lo aveva portato in Parlamento.

E forse è proprio questo il paradosso del suo viaggio cubano.

Ben Barka venne inghiottito dalla politica mentre cercava di costruire una nuova politica internazionale. Di Battista, sessant’anni dopo, sembra invece muoversi dentro la storia mentre continua a raccontare l’ultimo teatro simbolico di una politica che la storia ha già in gran parte superato.

 

Ma attenzione: non sappiamo ancora quale sarà l’esito della sua vicenda personale. E dunque non facciamo del suo malore una metafora funebre.

Gli auguriamo semplicemente di tornare a casa.

Poi, se tornerà, potremo discutere ancora di Di Battista, di Cuba, della rivoluzione e di quel curioso fenomeno per cui, nella politica contemporanea, quando finiscono le rivoluzioni cominciano i reportage sulle rivoluzioni finite.

Carlo Gambescia

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