Il XX secolo ha visto cristallizzarsi la metafisica romantica in due grandi sottospecie: la dottrina razziale, fondata sulla disuguaglianza, e il socialismo, nelle sue diverse diramazioni, fondato sull’uguaglianza sociale e sulla trasformazione delle masse in soggetto della storia.
Il popolo è stato così messo al centro della storia. Di qui l’enfatizzazione del concetto di rivoluzione come fenomeno di popolo. Si noti che perfino nazisti e fascisti descrivevano i loro movimenti come nazional-popolari, dunque rivoluzionari: una concezione della mobilitazione popolare che, per vie assai diverse e con finalità opposte, non fu estranea neppure alla riflessione di Gramsci.
L’unica grande tradizione moderna che ha mantenuto una diffidenza sistematica verso la sacralizzazione politica del popolo resta il liberalismo. E forse proprio per questa ragione – per essere stato poco “popolare” – è stato progressivamente emarginato.Oggi i liberali, che mettevano e mettono in guardia contro i pericoli della “tirannia della maggioranza”, sono giudicati nemici del popolo e amici, come spesso si legge, del “capitalismo selvaggio”. Schumpeter parlava invece di “distruzione creatrice”: il capitalismo come forza capace di dissolvere continuamente vecchi equilibri e di crearne di nuovi. Un ruolo che lo stesso Marx, sia pure in termini completamente diversi, riconosceva alla borghesia nei riguardi dell’ordine sociale tradizionale.
Se al tempo della Rivoluzione industriale ci fossero state le regole di oggi, forse saremmo ancora qui a discutere di clima, scacchi e limiti dello sviluppo: “Splendida primavera, Lord Bradbury… Certo, giudice Salinger. Ora vedrà che splendida mossa”.
Oggi tutti i movimenti politici si dicono amici del popolo. E il popolo che pensa?Il popolo continua a comportarsi, per certi aspetti, come nel passato premoderno: sembra non voler comandare né ubbidire. Però vuole qualcosa, non si sa bene che cosa, e lo pretende.
La politica si è tramutata in una specie di rincorsa a presentarsi – pensiamo ai politici – come “amici del popolo”. Una spirale demagogica, già individuata e funzionante nel mondo greco, diviso per tutta la sua storia in due grandi fazioni, popolare e oligarchica.
Una vecchia ferita che sembra oggi riaprirsi quando si evocano fantasmagoriche fratture tra popolo ed élites. Cioè quando si dà per scontato che il motore della storia sia il popolo, e non le élites, come hanno invece mostrato, con argomenti diversi, Mosca, Pareto e Michels.
Come accennato, il presente rifiuto del liberalismo rinvia, si dice, alla sua natura elitaria. Il che, in parte, è vero, fermo restando che esistono élites capaci ed élites incapaci. E l’élite liberale, prima di trasformarsi nel braccio ideologico del welfare state, ha dato prova di essere capacissima.Si badi bene: la storia non ha visto un pugno di liberali costruire a tavolino la società liberale. Si può dire, anzi, che la pratica abbia preceduto l’ideologia. Locke non si definiva liberale, come del resto Montesquieu e Smith. E si potrebbe andare avanti almeno fino al tardo XIX secolo.
Pertanto, se neppure i liberali sapevano di essere tali, figurarsi il popolo, di solito propenso ad accettare l’opinione dell’ultimo che ha parlato.
Ed è qui che il discorso torna all’oggi.Prendiamo una questione apparentemente banale come l’aumento della benzina. Sale il prezzo e immediatamente parte la gara politica a interpretare il malcontento: il governo deve intervenire, lo Stato deve proteggere, qualcuno deve pagare, qualcuno deve restituire al popolo ciò che il mercato gli avrebbe tolto.
Ma chi ha chiesto tutto questo? Il popolo?
In realtà non lo sappiamo. Sappiamo però che qualcuno, nelle élites politiche, si incarica immediatamente di parlare a suo nome.
Ed è qui che si manifesta una delle forme contemporanee della demagogia: non più soltanto promettere al popolo ciò che vuole, ma decidere preventivamente che cosa il popolo vuole e poi offrirglielo come risposta politica.
Il popolo diventa così, nello stesso tempo, il destinatario e il pretesto della demagogia.
Il populismo non inventa il popolo. Inventa la sua rappresentazione politica. E quanto più la politica si proclama “popolare”, tanto più diventa difficile capire che cosa il popolo pensi davvero.Forse la domanda iniziale resta dunque la più difficile: che vogliono i popoli?
Una cosa, forse, la sappiamo. Non necessariamente vogliono governare. Non necessariamente vogliono comandare. E nemmeno, probabilmente, vogliono essere governati meno.
Vogliono. E basta. Il problema comincia – ripetiamo – quando qualcuno si presenta a nome del popolo e pretende di sapere che cosa vuole.
Carlo Gambescia


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