sabato 22 agosto 2026

Woke. L’insostenibile pesantezza delle parole

 

Giuseppe Conte non ha detto nulla di particolarmente originale. Il suo rifiuto del woke rinvia a un conflitto antico, che ha accompagnato la storia della sinistra, e non solo in Italia: quello tra sogni e bisogni.

Per capirsi: da una parte la sinistra dura, di classe, attenta al lavoro, ai salari, alla redistribuzione; dall’altra una sinistra più borghese, concentrata sui diritti civili, sulle identità, sul riconoscimento delle differenze. Conte oggi strizza l’occhio alla prima, ridimensionando fortemente la seconda.

Il problema è che il woke, di cui si discute tanto, è soprattutto un’etichetta. All’origine indicava, nell’inglese afroamericano, l’idea di rimanere vigili di fronte alle discriminazioni e alle ingiustizie razziali. L’espressione “stay woke” è attestata almeno dagli anni Trenta del secolo scorso, per poi assumere nel tempo significati più ampi, fino a comprendere le più varie forme di disuguaglianza e di discriminazione.



Oggi, anche per effetto della sua trasformazione in un’etichetta polemica, il termine è diventato un contenitore nel quale può finire di tutto, dal diritto alla pausa caffè al diritto a non essere offesi dalle parole altrui.
Ed è qui che la questione diventa meritevole di approfondimento.

Una parte del woke contemporaneo può essere letta come una trasformazione delle battaglie per i diritti in una domanda di protezione, riconoscimento e tutela da parte dello Stato. Quello che era nato come richiesta di libertà davanti al potere rischia così di trasformarsi in richiesta di protezione attraverso il potere.



In altri termini: il woke, nella sua versione welfarista, finisce per entrare nella logica stessa del welfare state. Più si moltiplicano le categorie da proteggere, le sensibilità da tutelare, le identità da riconoscere e le offese da sanzionare, più si amplia il perimetro dell’intervento pubblico.

E più si amplia il perimetro dello Stato, più l’individualismo di matrice liberale rischia di trasformarsi nel suo contrario: un individualismo dipendente dalla protezione dello Stato.

Ecco allora una possibile formula: meno Stato, meno woke.

Ma attenzione. Non significa meno libertà, meno diritti, meno rispetto per le minoranze. Significa esattamente il contrario: riportare la questione dei diritti dentro la tradizione liberale, dove il compito dello Stato è soprattutto quello di garantire a tutti la stessa libertà davanti alla legge, non quello di trasformarsi nel grande tutore delle differenze individuali.

Conte si rende conto del senso di questo passaggio? Non crediamo.

Perché dietro la sua rivalutazione della sinistra dei bisogni rimane infatti il vecchio riflesso statalista: se l’individuo ha un bisogno, lo Stato deve intervenire; se una categoria è svantaggiata, lo Stato deve proteggerla; se una condizione sociale è considerata ingiusta, lo Stato deve correggerla.

Cambia il linguaggio, ma il principio rimane.

Il vero problema, allora, non è scegliere tra i sogni del woke e i bisogni della sinistra. È capire se l’individuo debba essere libero davanti allo Stato oppure protetto dallo Stato.

 La prima è la tradizione – ripetiamo – del liberalismo. La seconda, comunque la si chiami, è statalismo.


 

E forse il woke avrebbe un senso soltanto se tornasse a essere una battaglia per il diritto, non per una proliferazione indefinita di diritti: per lo Stato di diritto, non per un’espansione indefinita del welfare state.

Perché il diritto, nella tradizione liberale, serve innanzitutto a limitare il potere.
I diritti, quando vengono trasformati in pretese illimitate di protezione, rischiano invece di moltiplicarlo.

E alla fine, dietro l’insostenibile pesantezza di tante parole, resta una domanda molto semplice: quanto Stato vogliamo sopra di noi?

Carlo Gambescia

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