lunedì 29 giugno 2026

Il caso Roccella e la pietà a singhiozzo

 


Ora tocca al marito del ministro Eugenia Roccella, Luigi Cavallari, scomparso tragicamente dopo un tuffo nel lago di Vico. E, come ormai accade quasi per riflesso condizionato, i social si sono trasformati nel solito tribunale senza regole: insulti, sarcasmi, allusioni, perfino commenti di compiacimento. Un repertorio che, purtroppo, non sorprende più nessuno.

La destra reagisce con indignazione. Si legga il post di Gorgia Meloni su Fb.

Davanti alla morte, il rispetto dovrebbe precedere ogni appartenenza politica. Esistono momenti nei quali l’avversario cessa di essere tale e torna a essere semplicemente una persona, con una famiglia, degli affetti, una storia.

 


Il problema, tuttavia, è un altro.

La stessa destra che oggi denuncia la barbarie della feccia “rossa” non sempre ha mostrato uguale sensibilità quando, sui medesimi social, bersaglio dell’odio erano altri: un politico di sinistra, un magistrato, un giornalista, un intellettuale. Si pensi alle campagne d’odio contro Laura Boldrini, – il “capro espiatorio” di Giorgia Meloni, quando la Bodrini era Presidente della Camera – per anni trasformata in un bersaglio permanente del risentimento politico online, agli insulti contro magistrati e cronisti considerati «nemici del popolo» o alle periodiche irrisioni della memoria di Carlo Giuliani.




Né, a dire il vero, la sinistra può rivendicare una qualche superiorità morale. Anche da quella parte, negli anni, si sono visti auguri di morte, esultanze per le disgrazie degli avversari, campagne d’odio, irrisioni e disumanizzazioni del nemico politico.

È un’indignazione a corrente alternata. O, se si preferisce, un uso a singhiozzo dei social e dei grandi principi. 

 


Perfino Omero viene arruolato nella polemica. In un editoriale su “Libero” si evocano la “civiltà occidentale” e l’incontro tra Achille e Priamo, quasi a ricordarci che davanti alla morte ogni inimicizia dovrebbe tacere.

Peccato che, poche righe dopo, la tragedia privata venga nuovamente ricondotta alla contrapposizione tra «noi» e «loro», tra la destra civile e la feccia progressista. Quando anche l’Iliade diventa un’arma di parte, significa che il tifo tribale è riuscito a colonizzare persino la pietà.

Si invoca la decenza quando si è colpiti e la si dimentica quando a essere colpito è il campo avverso. Si chiedono regole quando si è vittime e si invoca la libertà d’espressione quando a eccedere sono i propri sostenitori.



Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una progressiva degradazione del discorso pubblico. Non si combattono più idee, programmi o interessi contrapposti. Si combattono persone. E poiché le persone sono state trasformate in nemici, si arriva a desiderarne la rovina, la malattia e persino la morte. E quando la politica si trasforma in antropologia le cose rischiano sempre di finire male.

Chi scrive ha spesso definito questa deriva “cultura di Weimar”. Una formula forse severa, ma non priva di fondamento. Come ha mostrato Nolte, nella Germania tra le due guerre il confronto politico degenerò progressivamente in una lotta morale ed esistenziale tra nemici assoluti. L’avversario non era più qualcuno con cui competere, ma qualcuno da delegittimare, da espellere simbolicamente dalla comunità politica e, in prospettiva, dalla società stessa.

Naturalmente, l’Italia del 2026 non è la Germania degli anni Venti del secolo scorso. Oggi le armi sono le tastiere e non le squadre paramilitari. Ma la logica è inquietantemente simile: la demonizzazione dell’altro, la delegittimazione reciproca, l’incapacità di riconoscere all’avversario una pari dignità umana e politica.

 


I social non hanno creato questa malattia. L’hanno però amplificata, accelerata e resa quotidiana. Hanno dato voce non tanto al dissenso, che è il sale della liberal-democrazia, quanto al risentimento e alla convinzione che esistano persone la cui sofferenza sia politicamente meritata. Di più: ideologicamente meritata. Insomma, un clima da guerre di religione. Da notte di San Bartolomeo.

Ecco perché il problema non è soltanto la barbarie di qualche utente anonimo che oggi insulta il marito di un ministro. Il problema è una cultura politica che si scandalizza solo quando l’odio colpisce i propri e tace quando investe gli altri.

 


La civiltà liberale, invece, comincia esattamente dal rifiuto di questo doppio standard. Se si difende la dignità dei morti, la si difende sempre. Se si condanna l’odio, lo si condanna anche quando proviene dalla propria parte. Si chiama anche onestà intellettuale.

Diversamente, non resta che un tifo tribale, destinato a erodere, giorno dopo giorno, le basi stesse della convivenza democratica. E la storia insegna che quando il dibattito pubblico si trasforma in una guerra tra nemici assoluti, le conseguenze, prima o poi, arrivano sempre.

Carlo Gambescia

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